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La guerra del golf

America contro Europa, popoli contro élite: il fascino irresistibile della Ryder Cup.

Di Giuseppe De Filippi

Ci si sfida a Parigi per la Ryder Cup, la 42esima della storia cominciata nel 1927 con il trofeo messo in lizza da Samuel Ryder (mercante di spezie appassionato di golf) tra Gran Bretagna e Stati Uniti, e noi la buttiamo subito in politica, prima che lo faccia il presidente Emmanuel Macron, pronto, ci giuriamo, a fare il tifo dalla tribuna e magari pure a bordo campo, scendendo tra i variopinti supporter delle due dozzine di golfisti (il tifoso di golf non è statico ma prevalentemente deambulante, è uno dei rari casi in cui fanno movimento sia i giocatori sia gli spettatori). La scena sarebbe meravigliosa: orgoglio europeo e bandiere con le stelle e il presidente europeista che si lascia andare a qualche pugnetto per celebrare qualche colpo di quelli risolutivi, immagine da affiancare alla fantastica foto di Mosca, quella del trionfo calcistico dei Bleus ai Mondiali russi. Nazionalista in Russia ed europeista in Francia, per Macron sarebbe una successione perfetta in pochi mesi. E si gioca nel campo dal nome che riequilibra, sempre francesi sono, lo strambo europeismo, un po’ da gita scolastica, che caratterizza il tifo della Ryder Cup. Si gioca a Le Golf National, vicino a Parigi ma già in campagna.

Un progetto di successo, ispirato a una specie di socialismo liberale golfistico. Terreni da recuperare e bonificare, ex discariche e altre cose simili. Una campagna non bella né pittoresca e il miracolo del golf a sistemare tutta la zona. Tre campi graduati per difficoltà in modo che anche i principianti e i giocatori di bravura media possano trovare l’impegno giusto e un percorso particolarmente impegnativo riservato ai grandi tornei (è sede fissa da anni dell’Open de France, che però nel golf non fa parte del grande slam) e alle principali gare dei dilettanti, che nel golf si chiamano amateur e dispongono di uno specifico status, per diventare professionisti basta rinunciare espressamente a tale status, ovvero accettare premi in denaro.

Le Golf National, buca 2

Si gioca a Le Golf National, un progetto di successo, ispirato a una specie di socialismo liberale golfisticoIl percorso più impegnativo del National è molto ben conosciuto dai giocatori europei e benissimo da quelli francesi, che, appunto, ci vengono portati fin da ragazzini per le varie selezioni federali e per i periodi di allenamento delle squadre nazionali. Al Golf National vanno in tanti ogni giorno con il tautologico obiettivo di giocare a golf. Tautologico ma non banale, perché ci serve a sovvertire una certa percezione del golf come luogo di incontri elitari, di power brokerage, o di perditempo, il tutto poi recentemente, proprio mentre ne stavamo uscendo, ravvivato e rivisitato in chiave trumpiana. Invece al National si pagano prezzi ragionevoli, si arriva portandosi la sacca da casa (nei circoli di lusso la si può lasciare dal locale caddie master, responsabile del deposito, e ritrovare tutti i bastoni puliti), ci si mettono le scarpe da golf come gli sciatori di giornata mettono gli scarponi, usando, di traverso, il sedile dell’auto, e finito di giocare a malapena c’è un baretto da dopolavoro per bere qualcosa e poi delle lunghe vasche, simili ad abbeveratoi per animali, in cui i golfisti immergono le facce dei bastoni e le puliscono dal fango prima di ripartire verso casa. Quindi non è un golf proprietario ma un golf da utenti, libero e leggero, solo sportivo e non sociale.

Macron e qualsiasi altro uomo pubblico europeo o extraeuropeo che volesse accettare un suo invito non avranno nulla di cui vergognarsi di fronte alla parte anti-casta dell’opinione pubblica mondiale: il National è un luogo egualitario e non sa di élite, astenersi spiritosoni e commentatori con la battuta precotta. Piuttosto, per chi è in zona, informatevi sull’ottima scuola di golf del National, dotato di un campo pratica e di campetti di allenamento per colpi corti e di putting-green in quantità industriale. Che poi, pensate un po’, l’idea di una specie di golf statale era venuta agli italiani, che fecero, appunto, il golf Nazionale, gestito direttamente dalla Federgolf, negli anni ’80, e con intenti simili ma non identici: farne un centro federale per gli allenamenti delle varie nazionali, usarlo per le selezioni annuali, comprese quelle per diventare maestri. Però forse la collocazione a Sutri, in provincia di Viterbo, e la costruzione di un solo campo da 18 buche, anziché 3 campi, e le dimensioni ridotte del campo pratica e delle altre attrezzature tecniche per formazione e allenamento, ne ha impedito il decollo vero e proprio, mentre mai si tentò la vera operazione vincente del National, quella di avvicinare migliaia di neo-giocatori, con il risultato che la Francia ha ora circa il quadruplo dei tesserati dell’Italia.

Le Golf Nationa, buca 18

Da quelle prime edizioni europee e non solo britanniche è rimasta una spinta competitiva tenace, che nelle sfide limitate a Uk e Usa era andata perdutaAdesso comunque si gioca in Francia ed è la prima volta per una Ryder Cup. Ma è anche solo la seconda volta dell’Europa continentale: l’esordio fu in Spagna, nel 1997, sul percorso molto impegnativo di Valderrama, a Sotogrande. Edizione che un golfista anche dal cuore duro non può riguardare senza almeno un accenno di occhi lucidi. La volle con determinazione Severiano Ballesteros quella edizione spagnola, quella prima volta fuori dalle isole britanniche, per celebrare assieme lo sport che amava, il suo Paese e l’Europa (per gli spagnoli, e ancor più lo era negli anni Novanta, l’europeismo è fattore unificante della nazione e valore condiviso), e poi la sua passione e la sua stessa carriera di campione. Ballesteros ha creato lo spirito della moderna Ryder Cup per parte europea. Il suo debutto nel grande golf professionistico cadde proprio nel momento in cui, era il 1979, si estendeva la rappresentanza dalle sole isole britanniche all’intera Europa (mentre nel 1971 c’era stata l’inclusione dell’Irlanda), definita non politicamente, quindi non semplicemente la Unione Europea che allora si chiamava Comunità, ma definita, potremmo dire, golfisticamente (ovvero unendo il passaporto di qualche Paese europeo anche se non membro dell’Unione all’affiliazione alle istituzioni golfistiche europee). Severiano muore nel 2011, i golfisti giurano di aver visto i segni del suo spirito nelle edizioni successive, complici anche certe immagini da film biblico, con raggi di luce che andavano quasi a spostare le palline mandandole in buca e con una grinta, trasferita ai giocatori, che sembrava effettivamente sovrumana. Perché certamente da quelle prime edizioni europee e non solo britanniche è rimasta una spinta competitiva tenace, caratterizzante, che nelle sfide limitate a Uk e Usa era andata un po’ perduta.

L’Italia dà il suo contributo con il solidissimo Costantino Rocca a partire dal 1993, ma in quella occasione il nostro campione operaio (tornitore per mantenersi, giocava anche di notte con un po’ di luna per poter essere libero di allenarsi senza scocciature) sbaglia un corto putt, uno di quei colpetti che visti in tv da un non-giocatore sembrano fin troppo facili, e assegna un punto decisivo agli americani. Ma la sceneggiatura prevede anche il riscatto e col botto, perché nel 1997, in quella storica edizione di Valderrama, è Costantino (messo contro l’asso americano senza grandi aspettative, tanto qualcuno contro Tiger doveva perdere) a stendere Tiger Woods, al momento del massimo splendore, stordendolo con una successione di colpi perfetti e chiudendo la partita alla buca 16. E tutti festeggiano Costantino il trascinatore, uno degli eroi dell’edizione del riscatto europeo.

Le Golf National, buca 7

Tiger Woods è rinato, ma poco più di un anno fa veniva fermato a bordo strada, in stato semiconfusionale e ubriacoNominare i capitani, fare le squadre, scegliere le tenute ufficiali. I due anni di attesa per ogni appuntamento Ryder sono pienissimi di eventi e nella forma dei giocatori si nota un andamento sinusoidale, con crescita nell’anno pesante per le selezioni Ryder e calo in quello successivo. I capitani sono scelti tra giocatori ancora in attività ma con la maggior parte della carriera alle spalle. Vecchi saggi ma ancora in grado di tirarti un ceffone, gente che può permettersi di dare un consiglio a ragazzini di 22 anni già vincitori di milioni all’anno e che guarderebbero chiunque dall’alto in basso. Questa volta per gli Usa il capitano è Jim Furyk, ancora competitivo sulla scena mondiale, ma anche uno dei più rispettati e corretti giocatori della storia americana. Il suo modo di eseguire i colpi è inconfondibile per lo stacco, l’inizio dell’azione con cui si porta indietro il bastone: è l’unico al mondo a partire su una linea quasi esterna a quella di tiro e poi però rimette mirabilmente tutto al posto giusto ed è uno dei giocatori più precisi in base alle statistiche sui colpi al green (cioè l’area ben rasata di qualche decina di metri quadri dove si trova la buca). Questo suo stile inusuale (un maestro correggerebbe un ragazzino che si muovesse come Furyk) unito alla grandissima capacità di controllo del gioco ne fanno un perfetto capitano di squadra: certamente non ha pregiudizi sul modo di giocare altrui e guarda alla sostanza e ha una profonda capacità di autocontrollo, di cui ne avanza per poterla trasferire anche ad altri. Furyk è stato scelto dal comitato americano l’11 gennaio del 2017, mentre il capitano europeo, Thomas Bjorn, ha avuto l’incarico il 5 dicembre 2016. Bjorn, danese, nato nel 1971, è un combattente dei campi da golf. Anche lui è ancora competitivo. Sotto una calma apparente si percepisce in lui una grinta quasi aggressiva. Ha vinto moltissimo, è un duro del golf, ma bisogna vederlo all’opera come motivatore di altri giocatori e come dispensatore di consigli e di indicazioni, perché la comunicativa non è certamente la sua prima dote, ma con ogni probabilità saprà recuperare a questa lacuna con franchi scambi di vedute vis-à-vis con ciascun giocatore.

Su entrambi, Furyk e Bjorn, pende quest’anno la responsabilità di scegliere ben 4 dei giocatori di ciascuna dozzina. E ovviamente potete immaginare le pressioni di tifosi, federazioni nazionali, sponsor, perché si prenda uno anziché l’altro. Per i restanti le regole di selezione sono rigide. Guardando all’Europa 4 posti arrivano dal ranking mondiale e 4 dalla classifica europea, detta Race to Dubai perché qualifica per la super finale annuale nella città degli Emirati. E quindi, oltre al nostro Chicco Molinari, fresco vincitore di major, l’Open Championship, e di un torneo della Pga Usa, e così qualificato attraverso entrambe le classifiche, ci saranno lo spagnolo Jon Rahm, il nordirlandese Rory McIlroy, lo svedese Alex Noren, il danese Thorbjorn Olesen e tre inglesi, Justin Rose, Tyrrell Hatton, Tommy Fleetwood. I 4 restanti sono nella mente e nel cuore di Thomas Bjorn, che ha compito più complesso rispetto a Furyk dovendo tenere in considerazione anche un certo equilibrio tra le rappresentanze dei Paesi europei, avrete notato ad esempio che nella lista dei qualificati non c’è nessun francese e quindi il paese ospitante non avrebbe un suo alfiere.

Le Golf National, buca 12

Di là, a stelle e strisce, certamente Brooks Koepka, Dustin Johnson, Justin Thomas, Patrick Reed, Bubba Watson, Jordan Spieth, Rickie Fowler, Webb Simpson. Una squadra molto fisica cui potrebbero aggiungersi Bryson DeChambeau, Phil Mickelson, Xander Schauffele e, per mille ragioni che ne consigliano la selezione, il rinato Tiger Woods. Poco più di un anno fa veniva fermato a bordo strada, alla guida in stato semiconfusionale e certamente ubriaco. Era dato per finito, non solo per le note questioni giudiziarie e familiari ma anche per le condizioni della sua schiena. La rinascita con il recupero di fiducia in se stesso (come dicono gli americani) e con un lavoro sul suo swing (il modo peculiare di ogni giocatore per eseguire i colpi) con cui è stata alleggerita la pressione sulla schiena. È tornato competitivo e fa del gran bene agli ascolti televisivi del golf, sui quali l’effetto Tiger è come un passaggio di Fiorello sulla Tv italiana.

La composita tifoseria europea canta e spinge più degli americani, con il loro “iuessei iuessei” mai variatoE il mondo guarda, per una settimana di ascolti televisivi straordinari, che appunto sarebbero ulteriormente rafforzati dalla presenza di Tiger, e suona l’Inno alla Gioia emozionando tutti con tanto di cerimonie iniziali e finale, come alle Olimpiadi, unendo chi non è nell’Unione Europea, non ci sarebbe nulla in contrario a un norvegese o a uno svizzero, a chi ne sta uscendo, come inglesi, gallesi e scozzesi, a chi borbotta, a chi è entusiasta. Un inno prestato, insomma, che andrà per traverso a qualche tifoso inglese, costretto magari da brexiters militante a gridare “Europe, Europe. Potrebbe farsi vedere qualcuno del nostro governo, visto che l’Italia è anche ospite della prossima edizione su suolo europeo, nel 2022, a Roma? Chissà, ma è certamente difficile sfidare due retoriche assieme, quella sul golf come sport elitario e quella anti-europea. E accompagnarsi a Macron quando si cercano invece, a quanto pare, altre amicizie. Ma noi abbiamo un giocatore, Macron non è detto che ne abbia e sarà lui a tifare più di tutti, in questa strana sfida tra un Paese fiero di sé e un continente in cui qualche tifoso non avrà il suo inno, altri non avranno la bandiera, altri non avranno giocatori. E malgrado tutto la composita tifoseria europea strilla e canta e spinge anche più degli americani, un po’ ripetitivi con il loro “iuessei iuessei” mai variato. La formula, solo scontri diretti, rende importante ogni colpo e cancella le prudenze e i tatticismi aiuta a scaldare. Si tifa come matti, vedrete.