Lo sport dei re

Solitudine, pazienza, pericolo: il surf non è uno sport da prendere alla leggera.

di Federico Leoni

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Tutto quello che sapete sul surf probabilmente è sbagliato. Vi hanno fatto credere che il surf sia una faccenda prettamente estiva: sole, occhiali scuri, ragazze in bikini e vita da spiaggia. Life’s a beach, questo è vero, ma non significa quello che pensate, anche al netto del gioco di parole. Il surf è uno sport difficile, ammesso che sia uno sport, e non vale mai la pena: è questo che lo rende così bello. Innanzitutto, l’estate di un surfer passa fissando con insofferenza i bagnanti assiepati sulla spiaggia: folla e mare piatto, nulla per cui esaltarsi. Il surf è una faccenda invernale, fatta di vento teso che spacca le guance, acqua gelida, orecchie intirizzite e piedi lividi per il freddo.

Il surf fa male alla salute. Nel libro Giorni Selvaggi, dedicato alla sua passione per le onde, il giornalista del New Yorker William Finnegan scrive: «Sembrava che tutti i surfisti, inclusi i più giovani, avessero contratto lo pterigio, una crescita anomala della congiuntiva causata dal sole, che offuscava i loro occhi azzurri. Le orecchie coperte di croste, i nasi violacei e le braccia chiazzate degli uomini più maturi erano un monito: lo sviluppo poteva essere un carcinoma». Esiste una patologia dovuta all’acqua fredda nota come “orecchio del surfista”: consiste nello sviluppo anomalo di formazioni ossee che finiscono per occludere il canale uditivo. Il processo è irreversibile: se ce l’hai, te lo tieni.

Nel Regno Unito una ricerca finanziata dal Fondo Europeo di Sviluppo Regionale ha stabilito che chi pratica il surf ha il triplo delle possibilità di sviluppare batteri resistenti agli antibiotici, perché spesso si immerge in acque inquinate. I surfisti non sono affatto schizzinosi quando ci sono di mezzo le onde: se rompono come si deve ci si tuffa, e pazienza se l’acqua è marrone.

L’acqua, appunto. Molto probabilmente siete convinti che per fare surf serva il mare, eppure anche questo dogma è ormai oggetto di discussione: in California è stato organizzato di recente il primo contest di alto livello in una piscina con onde artificiali, la wavepool voluta dal pluricampione mondiale Kelly Slater. È l’onda perfetta, dicono alcuni. È una roba da poser, ribattono i puristi. Il poser, sia detto per inciso, è il modaiolo che adotta l’atteggiamento del surfista senza condividerne la passione e lo stile di vita, o addirittura senza mai salire su una tavola. La gara nel ranch di Kelly Slater è stata il trionfo dello spirito imprenditoriale applicato al mondo del surf: sponsor, biglietti costosissimi, interviste a bordo piscina e dirette televisive. Una volta l’australiano Nick Carroll disse che «il surf non sarà mai ucciso dalla popolarità, cambierà pelle più di una volta e si rinnoverà». Questo mi rincuora. Surfare in una pozza (chiamatela come volete) ha rinnovato lo scontro tra ortodossi ed eterodossi, una battaglia in corso da tempo, forse da sempre, nella storia di uno sport capace di rivoltare a tal punto le viscere di chi lo pratica, di entrare talmente a fondo, di cambiare così radicalmente convinzioni e approcci esistenziali che ogni dibattito diventa una guerra di religione. Il surfista, come un credente, continua a combattere la propria crociata anche quando abbandona gocciolante il suo tempio e arranca stanco sulla spiaggia, la tavola sottobraccio. Ci sono i veterani che impongono le loro leggi ai novizi, gli esordienti che tentano goffamente di risalire i frangenti (e che diventano kook se aggiungono imprudenza all’imperizia), i fanatici del longboard, i sostenitori della shortboard, quelli che «il vero surfista non gareggia mai» e quelli che si danno un voto anche quando sono in acqua da soli. Il mare è di tutti, dicono alcuni. Il mare è di chi gli serve, direbbero altri parafrasando il Neruda di Troisi.

Nell’antica società polinesiana il surf era intrecciato con ogni aspetto della vita quotidiana: la famiglia, il lavoro, la guerra, il mito, la religioneLa verità è che la pratica stessa del surf contiene in sé un ineludibile seme di ribellione, qualcosa che spinge il surfista a procurar battaglia: non si tratta di menare le mani (non sempre, per lo meno), piuttosto di sfogare una voglia primitiva di libertà e di confronto, anche con se stessi. Nell’antica società polinesiana il surf era intrecciato con ogni aspetto della vita quotidiana: la famiglia, il lavoro, la guerra, il mito, la religione. Surfavano le donne, i sacerdoti e i notabili, abituati a lussuose tavole di legno, le olo, lunghe fino a sette metri e pesanti circa un quintale. Il surf, come avrebbe notato anni dopo Jack London, era lo sport dei re. Ma i re si danno battaglia, e infatti l’abitudine di cavalcare le onde era spesso motivo di competizioni, scommesse azzardate e confronti cruenti. Nel corso dell’Ottocento gli hawaiani che mantennero in vita la pratica del surf dovettero sfidare il biasimo dei missionari: secondo Matt Warshaw, enciclopedia vivente del surf e autore di The History of Surfing, «il surf andava contro il concetto calvinista del lavoro e dell’iniziativa personale, che lasciava poco spazio alle attività ricreative». Alla base di tutto c’era una diversa concezione del mare: non dare mai le spalle all’oceano, recita un detto hawaiano, eppure, per quanto severo, il mare dei polinesiani è un dio che accetta di essere corteggiato. Gli occidentali, invece, temevano l’oceano come fosse una creatura da romanzo gotico. L’esploratore James Cook, tanto per dire, non sapeva nuotare. I missionari giunti alle Hawaii cercarono di convincere i nativi che lavorare indefessamente e pregare con costanza fosse meglio che trascorrere lunghe giornate seminudi sulla spiaggia, cantando canzoni e surfando. Faticarono un po’ a imporre certe idee, e non è difficile capire perché. I nativi che fecero resistenza al nuovo credo dovettero coltivare la propria passione per il surf a dispetto di una sovrastruttura che cercava di impedirglielo, più o meno come il padre di famiglia che oggi corre al mare in pausa pranzo, per strappare alle sue giornate intasatissime almeno un paio d’ore di buon surf: si tratta di ribellione, passione, amore per la natura e per gli spazi aperti.

Il surf è la storia di una rivoluzione personale e collettiva, una storia costellata di insofferenze feroci, di curve repentine e di atleti che si divincolano da qualsiasi cosa possa sembrargli una limitazione della propria libertà. Negli anni Sessanta il surf non solo fa parte della controcultura, ma l’anticipa. Finnegan ricorda così il ‘68: «In Occidente, la gioventù inquieta ripensava e metteva in discussione molte questioni fondamentali – il sesso, il sistema, l’autorità costituita – e il piccolo mondo dei surfisti contribuì, a suo modo, a quel momento sovversivo. La rivoluzione della shortboard era inseparabile dallo Zeitgeist: la cultura hippie, l’acid rock, gli allucinogeni, il misticismo neo-orientale e l’estetica psichedelica». Un vero e proprio “movimento dei surfisti”, però, non è mai esistito, e questo perché i surfisti erano talmente abituati a essere contro che alla fine ce l’avevano anche con chi era contro. Nulla di organizzato o strutturato, solo un istinto viscerale. La ribellione, appunto. In quegli anni in California un gruppo di surfisti cominciò a indossare giacche di pelle del Terzo Reich rimediate negli scatoloni dei genitori reduci di guerra. Li chiamavano nazi-surfer, per via dei soprabiti, delle croci uncinate e dei saluti a braccia tese, ma probabilmente ignoravano persino chi fosse Adolf Hitler: avevano capito che quell’atteggiamento dava fastidio, e tanto bastava. Greg Noll, che ha fatto la storia del big wave riding, ricorda: «Una volta abbiamo dipinto una svastica da qualche parte, e l’abbiamo fatto con l’unico obiettivo di rompere i coglioni».

In quegli anni il surfista ribelle per eccellenza rispondeva al nome di Miki Dora, un Jim Morrison da spiaggia che incantava uomini e donne cavalcando le lunghe onde di Malibu, in California. Di origini ungheresi, aveva un eloquio forbito infarcito di parolacce. Lo chiamavano il Cavaliere Nero, ma aveva anche altri alias. Come si conviene al personaggio, ebbe una vita inquieta (tra le altre cose gestì un ristorante a Sunset Boulevard, chiamato – chissà perché – “Frascati”). Morì nel 2002, dopo svariate denunce e un paio di arresti. Considerando che gli anni di Dora furono caratterizzati dall’uso disinvolto di alcol e allucinogeni verrebbe spontaneo pensare che a rovinarlo siano stati gli stupefacenti, ma Miki si faceva soprattutto di onde. «Il surf», scrive Warshaw, «occupava una parte così rilevante della sua vita da risultare incompatibile con qualsiasi occupazione lavorativa». Pochi hanno portato l’ossessione per la tavola ai livelli di Dora, ma tutti i surfisti la condividono, almeno in parte: «Forse non sarebbero disposti a commettere crimini», scrive ancora Warshaw, «ma per qualche ora di surf in più salterebbero la scuola o il lavoro; mentirebbero ai genitori, al capo, alla moglie, o passerebbero con il rosso per arrivare in spiaggia un paio di minuti prima».

Il surf, come avrete capito, è soprattutto una droga. Non è una novità, solo che non ve l’hanno mai detto (tutto quello che sapete sul surf è sbagliato, ricordate?). In un articolo del ‘61 Life parlava esplicitamente di «dipendenza da surf», mentre nel 1963 il Reader’s Digest sosteneva che il surf «esercita una sorta di fascino ipnotico che sconfina nel fanatismo». Più di recente, The Inertia, stilosissimo blog californiano dedicato alle attività outdoor, ha elencato «le cinque ragioni per cui il surf rovinerà la tua vita», e il monito è chiaro: «Se lasci che prenda il sopravvento, ti ritrovi a tossire in un vicolo, mentre baratti la tua moralità per una dose di crack». In un libro intitolato Surfing with Sartre il professor Aaron James ribalta la questione, sostenendo che il surfista è un modello di virtù civica: «Il vero problema sono i drogati di lavoro, che con i loro ritmi professionali aggravano il problema del surriscaldamento globale». Ma Aaron James è un surfista, e sospetto che porti acqua al suo mulino. La sua tesi, semmai, serve a provare che se l’istinto di ribellione è connaturato al surf i motivi per cui ci si ribella cambiano con il passare del tempo: negli anni Sessanta i surfisti erano lisergici e distruttori, oggi sono salutisti e ambientalisti.

«Abbiamo avuto un buon surf», recita un antico canto polinesiano, «ma il mio amore se n’è andato». Però abbiamo avuto un buon surf, e in fondo non è malePer chi non pratica il surf è arduo capire le ragioni di questa ossessione per le onde. Il surf è un’attività inutile. Dennis Aaberg, cosceneggiatore del film Un mercoledì da leoni, lo ammette candidamente: «Le onde arrivano da chissà dove, si materializzano sulla costa e si infrangono velocemente, sparendo nel nulla. Rincorrere questi miraggi è una completa perdita di tempo, ed è quello che ho deciso di fare della mia vita». Nell’era del pragmatismo, il surfista manifesta il proprio innato spirito di ribellione esercitandosi in una pratica di sublime vanità. Dissipare il tempo è la nostra rivoluzione, e d’altra parte i surfisti sono fra i pochi che possono concedersi il lusso di questo spreco. Nel surf il terreno di gioco cambia in continuazione: ogni onda è uguale solo a se stessa, esattamente come ogni secondo che trascorre è diverso da tutti gli altri. In ogni istante della propria vita, ogni surfista ha perfettamente chiaro, in un angolo del cervello, che mentre dorme, mangia o lavora, da qualche parte nel mondo ci sono onde che frangono vergini e inesplorate. Bum, bum, bum, questo rumore che batte in testa, questo rincorrersi di frangenti che si sgretolano, somiglia tanto al ticchettare dei secondi che scivolano verso il passato. Ogni onda lasciata andare è un’onda sprecata, irrecuperabile come un istante perduto: non ce ne sarai mai un’altra uguale. La consapevolezza di questo sperpero agita più o meno consciamente qualsiasi surfista. «Abbiamo avuto un buon surf», recita un antico canto polinesiano, «ma il mio amore se n’è andato». Però abbiamo avuto un buon surf, e in fondo non è male.

Affrontare il mare con una tavola, anche quando le onde sono alte trenta centimetri, significa sentire sulla propria pelle (letteralmente) l’energia che si propaga nell’acqua da costa a costa, una scossa sul dorso della Terra. Tornare in spiaggia significa avvertire immediatamente la nostalgia di quella sensazione, per ragioni difficili da spiegare a parole. Il surf è un ottimo maestro quando si tratta di insegnare concetti elementari: i difficili rapporti tra uomo e natura, l’irreversibilità del tempo, la necessità di contare soprattutto su se stessi. Galleggiare a cento metri dalla costa, in una fredda giornata invernale, con le gambe immerse nell’acqua ai due lati di una tavola, significa trovarsi nelle condizioni ideali per lasciarsi impartire questo genere di lezioni: se guardi dentro l’abisso l’abisso guarderà dentro di te, come diceva qualcuno. Sono insegnamenti preziosi e inutili allo stesso tempo. Il surfista è come l’esploratore di cui parlava T.S. Eliot, che alla fine del viaggio torna al punto di partenza e lo vede come fosse la prima volta. Abituati alla folla e al rumore, pagaiamo verso il largo fendendo la schiuma, fino a raggiungere il silenzio e la solitudine. Una conquista da non sottovalutare. Al mare si va con gli amici, e con gli amici si torna, ma quando sei in acqua sei fondamentalmente solo. Il surf non è uno sport di squadra, è una roba da introversi. Ci vuole una buona dose di energia interiore per sopportare l’enorme solitudine che si prova in balia di una mareggiata, appollaiati su un fuscello sottile mentre l’oceano si affanna in direzione della costa. È la condizione tipica del surfista, e credo che nessun aneddoto sia in grado di descriverla meglio della storia di Greg Noll a Makaha.

Noll, come detto in precedenza, è una leggenda del surf su onde giganti. I big wave rider inseguono i loro mostri d’acqua come il capitano Achab con Moby Dick, portando il surf alle sue estreme conseguenze e svelandone la meravigliosa inutilità di fondo. A Nazaré, paesino portoghese dove rompono le onde più grandi del mondo, ho chiesto a un surfista perché volesse tanto prendere uno di quei giganti. Mi ha risposto come rispose l’alpinista Mallory a chi gli chiedeva perché desiderasse scalare l’Everest: perché è lì. Non fa una piega, no?

Nel 1969 Greg Noll era sull’isola di Ohau, alle Hawaii. Dormiva in una casa a quattro isolati dal mare. La mattina del 4 dicembre un tintinnio di stoviglie lo svegliò: le onde erano così grandi che schiantandosi sulla spiaggia facevano vibrare i piatti in cucina. Greg raggiunse il mare in fretta e furia: la costa era stata stravolta da quella che sarebbe passata alla storia come la mareggiata del secolo e le case della North Shore ancora intatte erano state evacuate dalle autorità. Si diresse verso Makaha. Lo chiamavano il toro, per via della stazza e della caparbietà con cui fronteggiava il mare. Aveva poco più di trent’anni e sapeva che, anche se avrebbe surfato ancora a lungo, la sua carriera di big wave rider probabilmente era agli sgoccioli. Le onde, quel giorno, erano gigantesche, forse le più grandi che avesse mai visto. In mare c’era un pugno di persone, ma nessuno sembrava in grado di domare quei bestioni. Qualcuno si avventurava sulla spalla dell’onda, la parte laterale e più piccola, ma non sembrava ci fosse qualcuno in grado di prendere di petto il picco, la sezione centrale e più alta. Anni dopo in molti avrebbero cercato di ridimensionare il mito, ma una leggenda vale più di mille dotte analisi e un racconto è spesso assai più vero della sua esegesi.

Greg Noll coprì di paraffina la tavola, pagaiò verso il largo e aspettò. Studiava la situazione, ma non riusciva a decidersi. Provarci e cadere poteva significare ritrovarsi indifeso in balia delle onde, con una elevatissima probabilità di lasciarci la pelle. E se anche non fosse affogato, c’era il rischio di farsi trascinare dalla corrente fino agli scogli, lontano dalla spiaggia. La verità era che per tutta la vita Greg aveva desiderato surfare un’onda veramente enorme, la più grande mai cavalcata. Adesso quell’onda stava per arrivare e lui voleva farsi trovare pronto. «Pensai: “Se non lo faccio, in un attimo avrò ottant’anni. Andrò in giro agitando il mio bastone, ancora incazzato per aver mandato in vacca il giorno che avevo aspettato per tutta la vita”. A vederla così, non avevo scelta».

Il sole calava, l’acqua si faceva via via più scura e più fredda. Intorno a lui non c’era più nessuno. Greg guardò i suoi piedi sospesi sull’abisso ai lati della tavola, poi scrutò l’orizzonte dietro di lui: al largo le onde sembravano ancora innocue colline morbide e gonfie. Ve ne siete resi conto? Passione, adrenalina, eccitazione, paura: questa è una storia d’amore. C’è un uomo che aspetta e che si guarda alle spalle, e c’è un’onda ancora lontana che cerca di raggiungerlo. Più in basso la corrente scorre via furiosa, con la ferocia con cui sempre scorre il tempo. Greg mise la prua in direzione della spiaggia, remò, si mise in piedi: in un attimo fu tutto finito e fu tutto più vero. Quel giorno il toro conquistò la sua ultima grande onda. E tutto quello che sapete sul surf adesso finalmente è vero.

 

Dal numero 23 di Undici
Foto di Filippo Maffei