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Il futuro dell’Italia, con un po’ di pazienza

La nuova generazione è ricca di talento, ma deve fare ancora molta strada.

Di Christian Rocca

Sono anni che ci diciamo, e purtroppo troviamo conferma sul campo, che il calcio italiano non esprime talenti come quelli della Nazionale del 2006 o del 2002 o del 1994. Veniamo da cicli mondiali mediocri, parzialmente riscattati dal colpo di coda agli Europei del 2012 e dal miracolo compiuto da Antonio Conte in Francia quattro anni dopo. Calciatori come Maldini e Nesta, Del Piero e Totti, Inzaghi e Vieri, Pirlo e Cannavaro, Baggio e Baresi purtroppo non nascono ogni giorno. E i super campioni ancora in attività, come Buffon, Barzagli, Chiellini e Bonucci, magari saranno ancora utili alla causa nel breve, in particolare Chiellini e Bonucci, ma sono tutti ultratrentenni, e nel caso di Buffon quarantenni, e dunque alla fine della loro straordinaria carriera. Qualche segnale di ripresa però c’è. Dopo il periodo buio post-Calciopoli, e della conseguente meteora nerazzurra di Mourinho, le squadre Italiane di club hanno ripreso a farsi rispettare nel calcio che conta, grazie alla Juventus ma anche alla Roma e al Napoli, con ottime prestazioni anche del Sassuolo e dell’Atalanta, mentre gli Under 20, nel 2017, sono arrivati terzi ai Mondiali di categoria e un italiano, Riccardo Orsolini, è stato il capocannoniere del torneo.

Siamo ancora lontanissimi dal livello di Francia e Spagna e di molti altri, dalla Croazia al Portogallo, e anche da alcune sudamericane, ed è andata scemando anche la nostra superiorità tattica che in passato ci ha dato un vantaggio competitivo non indifferente, perché alcuni dei campioni di quelle Nazionali si sono fatti le ossa in Italia e i nostri allenatori hanno fatto scuola in giro per l’Europa.

Per la prima volta, però, si intravede una speranza, se non già la luce, grazie all’esplosione di giocatori potenzialmente fantastici come Federico Chiesa, Nicolò Zaniolo e Nicolò Barella, i quali pur non giocando in squadre di vertice – tranne Zaniolo – stanno gettando le basi per diventare grandi calciatori. La scarsa esperienza sul campo è uno dei problemi dei nostri calciatori di maggiore prospettiva. Il numero di presenze conta, ma non è sufficiente a formare il campione. È necessaria anche una costanza di applicazione, un’attenzione ai dettagli e una continuità di rendimento nel corso della partita, ancor prima che nell’intera stagione, che solo le grandi squadre riescono a pretendere dai propri giocatori.

Uno dei migliori calciatori italiani, Federico Bernardeschi, protagonista della Juventus nella prima fase di questa stagione, dopo una disattenzione a metacampo è stato ripreso dal suo allenatore con un «non siamo alla Fiorentina». Massimiliano Allegri non voleva certo sminuire l’ex squadra di Bernardeschi, ma semmai evidenziare la sottile linea che divide i buoni calciatori dai campioni. Nelle squadre che non devono necessariamente vincere, come la Fiorentina o l’Atalanta o la Sampdoria, i calciatori possono permettersi di alternare grandi partite a prestazioni più sottotono. In una grande squadra no: per competere ai masismi livelli i calciatori devono essere sempre concentrati e capaci di mantenere alta la tensione.

Quello che manca all’ultima nidiata di campioncini italiani è proprio questo: lo stesso Bernardeschi, giocando in una squadra ricca di super campioni è costretto ad entrare e uscire spesso dal campo e anche costretto a cambiare ruolo più volte nella stessa partita, grazie alla sua duttilità, senza poter consolidare in pieno il suo talento. Per non parlare di un’altra speranza del calcio italiano, Moise Kean, nato nel 2000, il quale non gioca mai, ma che a diciotto anni certamente impara moltissimo ad allenarsi contro i migliori difensori italiani e con Cristiano Ronaldo. Bernardeschi per età e abitudine a giocare a certi livelli sarà probabilmente il leader della prossima Nazionale, assieme agli anziani Chiellini e Bonucci, ma con Chiesa, Zaniolo, Barella, Kean, Stefano Sensi, Patrick Cutrone, Lorenzo Pellegrini, Pietro Pellegri, Alessio Romagnoli, Andrea Conti, Sandro Tonali e Vincenzo Millico della Primavera del Torino, oltre agli eccellenti portieri Donnarumma, Meret, Audero, Perin e Plizzarri e a buoni gregari con Jorginho, Verratti e De Sciglio, è finalmente possibile, anche se non ancora probabile, che il futuro torni a colorarsi di azzurro.

Dal numero 26 di Undici
Immagini Getty Images