Calcio

Un altro Clásico

Ancelotti, Messi, Luís Enrique, Cristiano: quattro diversi punti di vista per pensare a Real Madrid-Barcellona, la sfida che, ancora una volta, può decidere molto di questa Liga 2014/15.

FC Barcelona v Real Madrid CF - La Liga

Fulvio Paglialunga

Ho cercato una giustificazione razionale all'insoddisfazione scaricata su uno solo, come non fosse la stessa persona che tre mesi fa è diventato campione del Mondo di club, come non fosse riuscito a vincerne ventidue di fila, come non avesse portato a casa, in un anno, anche la Coppa del Re, la Champions, la Supercoppa Europea. Ho cercato di capire come si possa precipitare dal tetto del mondo all'asfalto dei fischi, sempre in tre mesi, e essere ancora in corsa per tutto, quindi non aver perso niente se non qualche partita, persino ininfluente. Come quella in Champions con lo Schalke, quattro a tre nel ritorno dopo aver vinto due a zero l'andata, quindi con i quarti in tasca e un po' di pazienza se non vi siete divertiti. Cioè, mi sembra poco per scatenare la rabbia dei giornali, che non si tengono i “ridicoli”, gli “imbarazzi”, persino “orrore” fino a “disastro”. Sparano tutto in prima pagina, mentre la gente fischia e io non trovo un motivo perché tutto sia così grande. Sì, esagerato. Vero: il timore ha sempre cittadinanza, quando qualcosa non gira nel verso abituale e si pensa che rima o poi questo possa portare alla sconfitta non occasionale, ma quella che porta fino al tradimento dei propri obiettivi. Ma se hai una squadra ai quarti di Champions e sei solo un punto sotto la prima in campionato (sì, ok: è stata sorpassata. E allora?) non è che sia proprio tutto motivato.

Ho provato a capire, guardando la superficie, e non so cosa si possa contestare a chi a un certo punto si è inventato James Rodríguez esterno di centrocampo per giocare con quanti più fenomeni possibili e c'è riuscito (e se ora la squadra cala e James Rodríguez è infortunato vuole addirittura dire che la chimica tattica raggiunta era perfetta. Pure troppo). Ho pensato, sì, a una manovra di bassa politica, perché sull'insoddisfazione del pubblico soffia la stampa e si parla di una squadra in cui i presidenti vivono di visibilità e mal sopportano chi fa ombra, toglie luce, acquisisce meriti. E dunque non è un caso che il patron un po' spinga sull'acceleratore. Ho cercato di pensare che forse il pubblico ha diritto a divertirsi, anche, e dunque un po' può essere insoddisfatto, ma questa è una cosa diversa da quelle che si chiamano crisi e invece la persona in questione era la stessa esaltata fino a essere Carlo Magno sul Marca. Ecco: ho cercato di capire come il Real Madrid possa immaginarsi senza Carlo Ancelotti e soprattutto perché. E mi sono chiesto perché i tifosi dei blancos non sentano nemmeno un pizzico di ingratitudine nei loro fischi, anche in presenza di brutte cadute. Non sono riuscito a trovare una proposta logica e quindi vedo questo Clásico come quello di Carletto, che ha fatto così tanto e ha guadagnato un tale rispetto da non poter essere condannato da un hashtag. #Ancelottiveteya: più o meno #Ancelottivattene. Come un Mazzarri qualsiasi. No, davvero.

Emanuele Corazzi

Esiste una lunga stirpe di allenatori figli di Marcelo Bielsa. Nel rapporto «in quanti ti hanno studiato/quanto hai vinto» il Loco è senza dubbio unico. Maestro dal quale prendere spunto, nonostante sia arrivato raramente davanti a tutti. Già: il concetto di vittoria. Ottenerla è un po' come diventare adulti. Significa vedere le sfumature, non solo il bianco e il nero. Significa sostituire l'unicità dell'integralismo con la panchina lunga del saper scegliere di volta in volta. A lungo abbiamo creduto che Luís Enrique fosse il primogenito di Bielsa.

Stesso rigore nelle scelte, stesso calcio offensivo, stesso poster di Don Chisciotte appeso dietro al letto. Lo abbiamo ripetuto, quasi a memoria, chissà, forse superficialmente, solo un paio di mesi fa quando ha litigato con Messi. Di nuovo l'integralista che allenava con l'occhiale da sole e a fatica a distinguere le sfumature. E invece… E invece due mesi dopo è primo nella Liga, ai quarti di finale di Champions e in finale di Copa del Rey. Il Barça mai così vicino a essere preso a modello Europeo come lo era – con le dovute proporzioni – quello dell'ora spettatore Pep.
Ha sperimentato fino a trovare la giusta chimica. Messi è tornato sire, Suárez lo serve e se ne serve, Neymar è da tempo membro del partito. MSN è il portale numero uno al Mondo per numeri. Meglio della BBC (Bale Benzema Cristiano). Mai nell'era Messi un tridente Barça è sembrato tanto affiatato e pungente. Quanto si siano annusati e capiti o quanto sia merito di Luís Enrique è al momento misterioso. Di certo l'energia nel club è cambiata. Di fronte all'uomo che sussurra ai milionari, la grande chance, per lui che il Clásico l'ha giocato con entrambe le maglie, di dimostrare di aver capito la differenza che passa tra un Loco e un vincente. Una notte non consegna valori assoluti, ma questa notte, può.

Eleonora Giovio

Cristiano Ronaldo si è smarrito. Sembrano passati secoli dal suo grido di guerra sul palco del palazzo dei congressi di Zurigo. Secoli dalla cerimonia che lo vide trionfare davanti a Leo Messi e Neuer e dal siparietto dietro le quinte con suo figlio come protagonista. Il piccolo Cristiano, seduto vicino al suo papà, non aveva il coraggio di chiedere un autografo a Leo. «Vede online video di giocatori e solo parla di te», gli confessò Ronaldo. E invece sono sono passati solo due mesi da quella giornata da Pallone d’Oro. Due mesi nei quali Messi ha fatto passi da gigante; tanto che ha superato Cristiano nella classifica dei marcatori.

Ci è riuscito nella settimana piú importante, quella che precede il Clásico. Domenica Messi salterà al terreno di gioco del Camp Nou come pichichi (capocannoniere) della Liga. 32 reti contro le 30 di Cristiano Ronaldo.

Dieci erano i gol di vantaggio del portoghese sull’argentino a inizio d’anno (25 per 15). Ora CR si trova da inseguire. Solo cinque ne ha segnati nelle 12 partite di campionato del 2015 (è rimasto senza andare a segno in 6); Messi invece ha fatto centro 17 volte. Il parziale di questo anno nuovo è da ko: 17/5 per La Pulga.

Messi è felice (lontani sembrano i malumori di gennaio provocati dalle discussioni con Luís Enrique), Cristiano incazzato con il mondo (è pure stato lasciato). Così arrabbiato che pare il Cristiano del 2009; quel giocatore che sbuffava in campo ogni volta che un suo compagno sbagliava un passaggio, quello che pensava solo a se stesso e innervosiva il pubblico. Quello che non capiva i fischi e che non si sentiva amato. Domenica scorsa contro il Levante si è infilato negli spogliatoi come un missile dopo il fischio dell’arbitro. Incupito e arrabbiato con il pubblico al quale ha dedicato gesti e parole di sfida. «Che vergogna», disse a Benzema il giorno dello Schalke, quando il Bernabéu fischiò la squadra. Domenica era incupito anche per la doppietta di Gareth Bale. Mentre la squadra festeggiava con il gallese il gol del vantaggio, Cristiano si stava lamentando con l’assistente arbitrale che, a suo dire, non gli aveva concesso il gol.

Domenica si gioca al Camp Nou, lontano dal Bernabéu e dalla crisi d’amore di Cristiano con i tifosi. Si gioca a Barcellona, in uno stadio che deciderà le sorti della Liga. Otto gol ha segnato Cristiano in Can Barça negli ultimi sette Classici giocati. Dicono che sia entrato in combustione questa settimana; manca solo vedere fumo uscirgli dalle orecchie. Non sopporta perdere, non sopporta non segnare e soprattutto non sopporta che Messi l’abbia superato. «Uno come Cristiano, che segna 60 gol all’anno, se ne segna solo 40 si incazza. È fatto così», parola di Sergio Ramos.


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