Where are you Bill Bradley?

Un lungo viaggio (giocato) dentro il basket, i miti e le improbabili tradizioni dell'Università di Oxford. Un reportage in prima persona dal fondamentale match contro Cambridge.

Bill Bradley
Bill bradley osserva il suo tiro ai tempi di Princeton. Wikimedia

Il bus numero 3 è verde. Ho appena appreso con discreta sorpresa che in Inghilterra sono legali anche vernici per bus che non siano rosse. Sono a Oxford da due giorni, giunto qui per lavorare alla mia tesi di dottorato. Il bus verde deve condurmi a Iffley Road, una delle arterie principali della città. Qui c’è la sede sportiva della Oxford University. E io ho un obiettivo primario per i prossimi mesi, più importante della mia tesi. Voglio giocare a basket nella squadra dell’università. Superato Magdalen Bridge, il ponte che separa il college di Oscar Wilde dal giardino eternato da Lewis Carroll ne Le Avventure di Alice, il traffico della città dalle sognanti guglie si tripartisce. La via più a occidente è St. Clemens. È la strada che ospita The Half Moon, uno dei pub più belli in città, quello dove musicisti irlandesi danno vita ogni notte a improvvisate e a imperdibili gigs. Di solito cominciano in due suonando jazz e folk, ma poi il complesso cresce fino a contare dieci o quindici elementi: chitarre, armoniche, arpe. Se siete fortunati, berrete la vostra Guinness nella serata dove si aggiunge persino l’inconfondibile melodia del banjo. St. Clemens si inerpica poi fino alla verde collina di Headington – dove ha sede la Brookes, seconda università di Oxford – e diventa a un certo punto London Road. Un’ora di asfalto di qui al cuore della City. 

Magdalen Bridge, Oxford
Magdalen Bridge, Oxford

Parallela rispetto a St.Clemens è Cowley Road, l’anima multietnica di Oxford. Cowley è un bizzarro caleidoscopio di colori e odori. “Economica” residenza di studenti (soprattutto stranieri), è eccezione caotica alla perfezione secolare della città. Cowley in primavera ospita un Carnevale che è un must. Ma soprattutto a Cowley c’è l’Hi-Lo, unico bar cittadino autorizzato a servire alcolici dopo la mezzanotte. Il titolare è un immarcescibile e canuto giamaicano, che porta avanti il business da trent’anni e che si fa accompagnare da un metro e ottantacinque di ebano femminile e sensualissimo. Kylie Minogue ha dichiarato di aver trascorso all’Hi-Lo una delle notti più memorabili della sua carriera. Ma io, oggi, non sono interessato né al jazz di St. Clemens né alle stravaganze di Cowley. Mi interessa la terza direzione possibile, Iffley. La via più a est. Qui mi allenerò per la prima volta con la squadra di pallacanestro dell’Università. Qualche giorno fa ho inviato una mail a tale Andy, il capitano degli Oxford Twos. I Twos sono la squadra B, ma tant’è. Non sono un fenomeno, mi accontenterò. Andy mi ha risposto, dicendomi che purtroppo la stagione è iniziata, i trials si sono svolti e la squadra è al completo. Ma le ultime righe recitano «Join us, if you wish. Just for training». Eccomi allora. Just for training. Nella mano destra ho una scatola arancio con le scarpe da basket che ho appena comprato a saldo in un negozio che proponeva l’invitantissimo imperativo “Everything must go!”. Non ho fatto molta fatica nello scegliere il modello, C’erano due paia disponibili in tutto. Ho scelto le scarpe blu e argento. Brutte. Ma per davvero. Adesso però il problema è un altro: devo trovare la palestra in mezzo a tutte queste casette rosse a schiera. C’è una staccionata bassa a cento metri da me, sulla destra. Mi avvicino e scorgo una targa:

UNIVERSITY OF OXFORD
Here at the Iffley Road Track

the first sub-four minute mile
was run on
6th May 1954 by
ROGER BANNISTER

Svolto ed entro. Dev’essere qui.

Oltrepassata la storica pista di atletica, compare finalmente il grande edificio che ospita piscina e campo polivalente. Sulla parete c’è un enorme cartellone pubblicitario. È di una compagnia petrolifera, grande sponsor dell’Università: «What are you going to discover today?» Purissimo stile oxfordiano. Sappi che sei un privilegiato. Se sei qui è perché vali più degli altri, e il mondo si aspetta molto da te. Sei abbastanza intelligente per studiare in questa università, quindi vedi di metterti l’elmetto quando vai in bici. E non lamentarti se ti facciamo vestire da Harry Potter quando hai gli esami. Cose del genere, insomma. Alla reception fisso il monitor con gli orari di utilizzo del parquet: 6:30-8 Volleyball; 8-9:30 Karate; 9:30-11 Basketball; 11-13 Badminton; 13-15 Netball; 15-16 Cheerleading; 16-17 Boxing; 17-19 Dancesport. Mentre mi chiedo cosa sia il netball e perché mai ci sia un’ora dedicata al cheerleading, si avvicina a me Mathias. Brasiliano di Recife, è un fisico teorico trentenne ed è soprannominato Big Man. È il pivot dei Twos.

Degli Oxford Twos Bill Clinton ebbe a dire: «Il fatto che io ci abbia giocato dimostra quanto fosse di basso livello il basket ad Oxford»

«Ciao Leo». Mathias conosce due parole di italiano. Sarà lui a introdurmi alla squadra perché Andy, il capitano, è in ritardo. È un martedì mattina di ottobre e non può saltare la lezione di letteratura comparata. Malcolm ci fa riscaldare: lui è una guardia tuttofare, nel senso che gioca da guardia ma è anche junior warden (una specie di piccolo sceriffo) nel suo college. A volte non riesco a comprendere le sue istruzioni e mi limito a imitare alla bell’e meglio quello che fanno gli altri. Il gioco è esattamente quello che ci si aspetta da una squadra di pallacanestro inglese. L’interesse per la tattica e per i fondamentali tecnici è relativo. Intensità e fisicità prevalgono. Io sono 1 e 75 e ho un tiro trascurabile. Mi gioco tutto su corsa e rapidità. Sembra funzioni. A fine allenamento Alexander mi dà una pacca sulla spalla: «You run the floor, man!». Alex ha mamma serba, papà londinese, è nato in Olanda e ha fatto le scuole vicino Varese. Parla italiano. «Sarai qui a marzo?» mi chiede. «Non sono sicuro, penso di sì. Perché?» «Perché a marzo c’è il Varsity!» «Mm. Sarebbe?» «È la partita contro Cambridge. Devi esserci per forza». Wow. Non ho ancora un tetto dove dormire, ma ho già una squadra di basket. Beh, è pur sempre la squadra di cui Bill Clinton ebbe a dire: «Il fatto che io ci abbia giocato dimostra quanto fosse di basso livello il basket ad Oxford». Ma al diavolo Clinton. Con questa maglia giocherò la partita più importante della mia vita. 

*

È un sabato di primavera del 1968 e, mentre i Beatles progettano il loro White Album, nella palestra di Iffley Road ci sono più di 500 spettatori. Sono state aggiunte delle sedie oltre le linee laterali, sotto i canestri, perché gli spalti non bastano mai quando si gioca il Varsity. La folla non è quella enorme della Boat Race, la celeberrima gara di canottaggio che dal 1829 sublima in un evento sportivo la rivalità più sentita del Paese, quella tra le università di Oxford e di Cambridge. Non c’è nemmeno l’attenzione mediatica della partita di rugby tra i due atenei. Il basket viene molto dopo, è un half blue sport. Significa che non ha la stessa dignità istituzionale degli “sport maggiori”. Ma il Varsity è il Varsity, e a Iffley c’è fermento. I blues di Oxford sono in campo, si stanno riscaldando. In panchina siede un ragazzone in giacca nera, Borsalino in testa, che osserva gli atleti tirare. Iniziato il match, il giovane si toglie la giacca improvvisamente. Sotto ha la canotta dark blue di Oxford. Non più di un tiro per riscaldarsi ed entra in campo. Gioca, diamine se gioca. Cinquanta punti, Cambridge annichilita 76-64. Il ragazzone è Bill Bradley, l’uomo che ha rivoluzionato il basket europeo. E questo è solo uno dei racconti, a metà tra storia e leggenda, che parlano dei due anni di Bradley nella cittadina inglese e che si tramandano oralmente da una generazione all’altra di blues.

Bill Bradley e la Simmenthal campione d'Europa
Bill Bradley (con il numero 9) e la Simmenthal campione d’Europa

Bill Bradley nasce a Crystal City, Missouri, nel 1943 e mostra fin da subito un’innata predisposizione per la pallacanestro. È una predisposizione fisica, e c’entra poco con l’altezza. Bill ha una visione periferica fuori dal comune, a 195 gradi, che il ragazzo migliora sforzandosi di guardare oggetti posti lateralmente mentre cammina dritto. Si allena con un paio di occhiali speciali: dei cartoncini gli impediscono di fissare il parquet. Un buon palleggiatore non deve guardare mai la palla. Negli allenamenti di basket ha la stessa sistematicità che usa negli studi universitari. Aveva 15 anni quando disse «la mia fidanzata è la pallacanestro», a una ragazzina che ci stava provando con lui. Già ai tempi del liceo era considerato il miglior giocatore del Paese. Scelse Duke nel 1961, ma un piede rotto gli fece cambiare idea. Rifiutò altre 75 offerte e andò a Princeton, senza borsa di studio, perché lì avrebbe potuto approfondire gli studi diplomatici, che tanto lo appassionavano. In due anni portò la squadra del suo college alle Final Four e stabilì una serie impressionante di record: tra gli altri, segnò oltre 30 punti di media da freshman e realizzò 57 tiri liberi consecutivi. Nel mezzo fu selezionato, unico undergraduate, per le Olimpiadi di Tokyo del 1964, dove fu uno dei principali artefici della conquista del sesto oro olimpico consecutivo degli Usa. Avrebbe anche potuto segnare di più, al college e in tutta la carriera, ma Bill è sempre stato l’incarnazione dell’uomo-squadra. Il suo coach a Princeton coniò l’espressione “Bradley’s hope passes” per definire gli assist che venivano generosamente offerti dal campione a compagni di squadra nettamente meno dotati. Nel 90% dei casi Bill, ricevuta la palla, cercava di passarla. Si racconta che in una partita contro Wichita State, i suoi compagni di squadra lo costrinsero a prendersi qualche tiro in più, ripassandogli sistematicamente il pallone.

Bradley si laureò con lode nel 1964, dopo aver studiato in media sette ore al giorno (e fino a 24 nei weekend) durante gli anni del college. Il Premio Pulitzer John McPhee gli dedicò un articolo sul New Yorker intitolato “A Sense of Where You Are”, incentrato sull’innata abilità di Bill di passare la palla alle sue spalle guardando da tutt’altra parte. No look a go-go. Bradley era prontissimo per il professionismo e i Knicks lo selezionarono nel 1965. Ma le scelte di Bill sono sempre state ispirate a un progetto di vita di ampio respiro, in cui la pallacanestro era tassello importante ma non indispensabile. Il campione americano decise quindi di accettare la prestigiosa Rhodes Scholarship e si trasferì ad Oxford, nel Vecchio Continente. I Knicks potevano attendere. Nel cuore dell’Inghilterra, Bradley mise inizialmente da parte la pallacanestro a causa della mancanza di strutture e, soprattutto, di interesse. Ma qualcuno, nel resto d’Europa, ebbe un’idea geniale. Alle Universiadi di Budapest, nel 1965, Bradley fu avvicinato da Cesare Rubini, Adolfo Bogoncelli e Ricky Pagani: l’Olimpia Milano lo voleva come americano di Coppa. Un massimo di dodici partite in totale, per tentare l’assalto alla massima competizione europea. Il feeling fu immediato. Bradley, ricordando il Principe Rubini, ha recentemente dichiarato: «Entrambi parlavamo male il francese. Il mio era un “franglese” mentre il suo era “francitaliano”. Ma non abbiamo mai avuto problemi a comunicare». Mille dollari a partita più rimborso spese: Bradley era uno studente qualunque a Oxford per sei giorni a settimana, poi prendeva un aereo e diventava una star della pallacanestro continentale nei palazzi dello sport di mezza Europa. Il Giorno, commentando l’esordio dell’americano in Italia, scrisse: «Un grandissimo tenore dell’opera avrebbe invidiato l’ovazione che gli è stata riservata quando la sua straordinaria recita è terminata».

Bradley divenne il primo giocatore della storia a vincere Olimpiadi, Eurolega e NBA. Dopo di lui, ci riuscirà solo un certo Manu Ginobili

Quella dell’Olimpia, manco a dirlo, fu una cavalcata trionfale che si concluse con la conquista del titolo europeo a Bologna, contro lo Slavia Praga. Primo titolo continentale per una squadra italiana, primo in assoluto per un team che non fosse sovietico o chiamato Real Madrid. Ponte tra basket americano e basket europeo ufficialmente inaugurato. Mappa della pallacanestro mondiale ridisegnata per sempre. Bradley sposò finalmente i New York Knicks nel 1967 e ci giocò per dieci stagioni. Fu la sua prima e unica franchigia nella NBA, e Bill contribuì alla conquista di due campionati (1970 e 1973). Divenne il primo giocatore della storia a vincere Olimpiadi, Eurolega e NBA. Dopo di lui, ci riuscirà solo un certo Manu Ginobili, qualche tempo dopo. Entrato nella Hall of Fame nel 1983, Bradley si dedicò all’altra sua grande passione, la politica. È stato per tre mandati senatore democratico dello stato del New Jersey, e ha corso (senza successo) per le primarie presidenziali nel 2000. Abbandonata la politica, ha scritto sette saggi di politica e sport. In tutti è presente fortissima la visione della vita di uomo capace di guardare dove la maggioranza di noi non può. 195 gradi, forse qualcosa in più. Coraggio, disciplina, passione, rispetto per l’avversario e soprattutto per i più deboli. Cui Bill non ha mai negato un “Bradley’s hope pass”.

*

«I hope you’re getting some rest this evening… So get some good sleep and stretch out in the morning when you wake up. I shouldn’t have to remind you that we are playing Cambridge. Have some pride and take the game to them, in our house, with our fans. Visualize what you need to do, and will do, tomorrow. Shoe.
Yours in dark blue,
Andy»

È il messaggio del capitano, inviato personalmente a ciascun membro del team la sera precedente il Varsity. È il preludio a una notte insonne, passata a rigirarmi nel lettino gentilmente offerto dal Worcester College. Sì, nei miei mesi di vita inglese sono stato ospite dello stesso college che aveva accolto il giovane Bill Bradley. Fine delle coincidenze. So che sarà una partita complicata. Ci mancheranno due tra i migliori giocatori della squadra, e non ne abbiamo tantissimi di buoni giocatori. I due sono stati aggregati per l’occasione ai Blues, la prima squadra. Hanno un’occasione irripetibile. Dopo Bradley, il basketball è diventato un full blue sport, a Oxford. Significa che gli atleti della prima squadra che prendono parte al Varsity Match acquistano il prestigioso titolo di blues. È un riconoscimento formale che in precedenza era destinato solo a sport tradizionalmente britannici come il canottaggio o il rugby. I blues ottengono il diritto di indossare un esclusivo blazer blu scuro e possono fregiarsi dell’importante titolo nel loro curriculum per il resto della vita. 

La brochure del Varsity 2014
La brochure del Varsity 2014

È una tiepida mattina quasi-primaverile, di quelle che illuminano il verde e le guglie di Oxford in un modo difficilmente descrivibile. Niente bus numero 3, oggi. Vado a piedi fino alla palestra, ormai conosco bene la direzione. Passo per Cornmarket Street, la centralissima strada dei negozi dove, come sempre, un chitarrista senza tetto mi chiede se io, sir, ho qualche penny da prestargli. Mi augura buona giornata a prescindere dalla mia risposta e riprende a performare la solita “Losing my religion”. Accanto all’Half Moon, in strada, è parcheggiata un’enorme autocisterna. Assomiglia tanto a quelle che ho visto decine di volte nelle aride campagne pugliesi dalle quali provengo. Solo che questa non contiene acqua. Sta rifornendo di birra, di quindici o forse venti birre diverse, le pompe del pub.

Qualcuno siede all’esterno, consumando con discrezione bacon and scrambled eggs. Le porte dell’Hi-Lo, invece, sono serrate e celano al loro interno i bagordi e gli eccessi della placida notte appena trascorsa. Io vado verso Iffley Road, ancora una volta. Forse l’ultima. L’organizzazione del Varsity Game è ad anni alterni. Quest’anno tocca ad Oxford. La palestra di Iffley è già piena, e ci sono le sedie oltre le linee laterali, sotto i canestri. Gli spalti non bastano mai quando si gioca il Varsity. La nostra partita, contro la seconda squadra di Cambridge, è la seconda della giornata. Quattro i games in programma: apriranno le seconde squadre femminili, poi sarà il nostro turno, poi il big match delle ragazze e infine il piatto forte, la sfida tra le prime squadre. Noi siamo arrivati tutti con la t-shirt d’ordinanza: Shoe the Tabs. Tabs è il nickname simpaticamente affibbiato agli studenti della other place. Facciamo le scarpe ai Cantabrigiensi, alla lettera. È una rivalità che dura da più di otto secoli. Ottocentocinque anni. Era il 1209 quando alcuni studenti di Oxford, per via di forti incomprensioni con la popolazione locale, lasciarono le sponde del Tamigi e fondarono l’Università di Cambridge. Da allora è stato un continuo rincorrersi, sfottersi, sfidarsi. Aggiungeteci che gli inglesi non passano tantissime ore all’aria aperta. Piove spesso e volentieri da quelle parti; c’è tutto il tempo di sedersi e programmare per bene le ore che il cielo carico di nuvole rapide ti concederà la prossima volta all’aperto. Così in Inghilterra hanno inventato (o rielaborato in forma moderna) più sport che in qualsiasi altro luogo abitato da uomini. Calcio, rugby, tennis, cricket. L’imperdibile netball, anche. E lo sport è terreno fertile per esaltare qualsiasi tipo di rivalità.

«Quando vidi gli studenti di Oxford e Cambridge competere nelle loro famose gare di canottaggio e nelle virili partite di cricket, nell’atletica e in altri giochi che i giovani inglesi praticano per esercitare la loro forza fisica, capii come 20.000 impiegati e civili riuscirono a cavarsela, in India, contro 200.000 Sepoy insorti, mantenendo il dominio inglese su 150 milioni di abitanti». (Domingo Faustino Sarmiento, ex presidente argentino e promotore dello sport in America Latina)

Il royal blue di Oxford contro il baby blue di Cambridge, quindi. Tutti ovviamente a rivendicare che in realtà c’è solo One True Blue. La nostra partita è bruttina. Punteggio basso e ritmi da campionato di promozione. Noi partiamo bene, siamo più forti e chiudiamo il secondo quarto sopra di dieci. Ma nel terzo quarto gli ospiti prendono coraggio e noi ci sfilacciamo, perdendo tutte le nostre (poche) certezze con il passare dei minuti. È una partita punto a punto. Io sembro soffrire il peso della Storia che non cambierò, Aneil – il tiratore canadese – ha le polveri bagnate e Mateusz – il centro polacco – sbaglia i tiri liberi della vittoria. Perdiamo di due. I Tabs sono al centro del campo a farsi foto e a festeggiare. Sul nostro campo. Nella partita più importante della mia vita. Un disastro.

Bill Bradley Oxford
La squadra di Oxford durante il match

I Blues ci vendicano nella partita di cartello. Ryan, ala fisica di Detroit, inchioda a piacimento mentre Michael, un passato nelle nazionali giovanili belghe, infila recuperi in serie e Karl, cecchino lituano, spara da 3 da ogni angolo. Venti punti di scarto. Oxford porta a casa il Varsity per la quinta volta negli ultimi sei anni, nel tripudio generale. Il post-partita è, da tradizione, una grande cena dove si mescolano amichevolmente le otto squadre che si sono affrontate durante la giornata. Vincitori e vinti. Battute e pacche sulle spalle. Brindisi frequentissimi: «To everyone who played in a Varsity match today!».

*

La mia straordinaria avventura nella squadra di pallacanestro di una delle università più celebri del mondo non si è conclusa con il lieto fine che speravo e per il quale mi ero impegnato a fondo. Tuttora mi capita di ripensare alle due o tre palle perse nella seconda metà del match. Ma al diavolo il lieto fine. Il modo di intendere la pallacanestro (e la vita) di Bill Bradley è stato associato alla “Cosmology of finding your spot” del poeta Ed Dorn. Trovare il proprio posto in questo pezzo di universo è missione ardua. Imparare a trovarlo in un campo di pallacanestro, passando attraverso fallimenti e delusioni, può essere di grande aiuto. «Quando accade qualcosa di speciale in campo… Io sento il potere dell’immaginazione che crea un senso di mistero e meraviglia che avevo provato l’ultima volta durante l’infanzia, prima che la mia mente si indurisse», disse Bill Bradley. Qualcosa di speciale è accaduto anche a me. È accaduto proprio nella condivisione di una sconfitta bruciante con altre giovani anime che amano la pallacanestro come me. Le nostre esistenze si sono incrociate e contaminate a vicenda nell’atmosfera eternamente sospesa di Oxford. Qualcuno dei miei compagni di squadra un giorno sarà forse un ministro. Uno sarà in odore di Nobel. Un altro vincerà un Oscar. Un altro ancora brevetterà un sistema operativo velocissimo. Io li guarderò da un angolo, con la mia umana e limitatissima visione periferica. E sorriderò sussultando al pensiero di essere stato, per una stagione, il loro playmaker veloce e perdente.

Dear Leo, I trust that you will come back to visit us soon. And always remember that a once Oxford University basketball player is always a Oxford University basketball player, so when you come to visit make sure you bring basketball shoes. I hope future holds great things for you.
Best of luck,
Karl