Heart Basel

I conti del Basilea sono tra i migliori d’Europa, i talenti arrivano dai mercati meno battuti. Sono la quindicesima miglior squadra d’Europa. E i risultati arrivano anche in campo.

Più che un club, il Basilea è un modello. Non lo cita nessuno, perché non presenta l’appeal mediatico, e sportivo, di società quali Barcellona e Bayern Monaco, ma rimane quello più replicabile in contesti economici poco fiorenti come l’attuale Serie A. Il Basilea rappresenta il perfetto esempio di come si possano coniugare bilanci in ordine e risultati. Nel 2010 gli svizzeri si trovavano al 38° posto del Ranking Uefa per club, 11 posizioni sotto la Juventus, 29 sotto il Milan e 30 sotto l’Inter, fresca vincitrice del Triplete con José Mourinho. La prossima stagione europea vedrà i renani partire dalla posizione numero 15, forti di un incremento del 72% del proprio punteggio Uefa negli ultimi cinque anni. Solo la Juventus (10° posto), grazie alla positiva stagione in Champions, rimarrà davanti agli svizzeri, mentre le milanesi sono sprofondate rispettivamente al 20° (Milan) e al 25° posto (Inter), nonostante un saldo di mercato negativo, sempre per il quinquennio 2010-15, di oltre 20 milioni. Nello stesso periodo il Basilea ha fatto registrare un attivo di 33 milioni. L’Europa è diventata anche casa loro: nel 2011/12 si sono qualificati per la prima volta nella loro storia agli ottavi di Champions, mettendo in archivio vittorie contro Manchester United e Bayern Monaco; l’anno successivo hanno raggiunto le semifinali di Europa League, arrendendosi solo al Chelsea di Rafa Benitez, futuro vincitore della competizione; quest’anno infine ecco di nuovo gli ottavi di Champions, raggiunti a spese del Liverpool, sconfitto in casa e bloccato sull’1-1 ad Anfield nella fase a gironi.

La vittoria contro il Man Utd in Champions League 2011/12

Il modello Basilea però è tutto tranne che un miracolo, parola che nei pressi del St. Jakob Park nessuno vuol sentire pronunciare. «Miracolo significa qualcosa che sfugge all’umana comprensione», dice Georg Heitz, direttore sportivo del club, «e sottintende un intervento divino o del caso, secondo i punti di vista. Ciò che facciamo noi è invece il frutto esclusivo di un processo di pianificazione, organizzazione e lavoro, e può essere ripetuto in altre realtà». Fino a qualche anno fa quella del Basilea era una storia come tante, che raccontava della classica società sostenuta finanziariamente da un magnate, i cui continui investimenti ne decretavano i successi. Al comando c’era Gisela Oeri, moglie di uno dei soci del colosso farmaceutico Hofmann-La Roche nonché donna più ricca di tutta la Svizzera. Aveva trovato l’allenatore giusto in Christian Gross, che a cavallo tra il 1999 e il 2009 aveva riempito la bacheca del club con 4 campionati e altrettante coppe nazionali. Il processo era semplice: Gross chiedeva un giocatore, la signora Oeri lo comprava e poi, a fine stagione, provvedeva a sistemare il disavanzo in bilancio con iniezioni di denaro che andavano in media dai 6 agli 8 milioni di euro annui. Nel 2012 Oeri ha ceduto le sue quote societarie all’avvocato Bernhard Heusler, l’attuale socio di maggioranza – e presidente – del club, lasciandogli in eredità un vivaio all’avanguardia per infrastrutture e metodologie, che avrebbe costituito il punto di partenza per l’autofinanziamento. «Nel corso degli ultimi anni», racconta Heusler, «il Basilea si è trasformato da tradizionale società calcistica in azienda sportiva. Un’azienda autosufficiente, capace di reggersi sulle proprie gambe e di produrre utili. Senza dimenticare l’aspetto legato alla crescita della squadra, che non ha rivali in patria ed è performante anche in Europa».

«Non importa chi sia l’allenatore, è una figura che non ha nessun ruolo nel processo di selezione»

Il Basilea i soldi se li deve guadagnare tutti, visto che dai proventi dei diritti Tv entrano meno di 2 milioni a stagione (1,8 per l’esattezza). Se un terzo delle entrate deriva dal botteghino (28mila unità è la media spettatori per un incontro di Raiffeisen Super League, una cifra che cresce a 36mila per le partite internazionali) e dai servizi legati allo stadio (catering, museo, ecc.), sono il vivaio e lo scouting le vere pietre angolari del nuovo corso renano. Il processo decisionale è stato reso snello e flessibile attraverso la creazione di una commissione tecnica composta da presidente, vice-presidente, capo scout, direttore sportivo e allenatore. «Le persone a capo della holding che detiene il 75% delle quote del club», spiega Heitz, «sono le stesse che gestiscono il club, e questo evita i tipici problemi derivanti da strutture organizzative complesse, ovvero sfibranti discussioni, egocentrismi e frustrazioni, che si traducono in grandi perdite di tempo». Le regole sono chiare: nessuno può porsi al di sopra della commissione. Prosegue Heitz: «Se domani il nostro allenatore ci chiede Leo Messi, spetta alla commissione l’ultima parola. Questo è un passaggio vitale per garantire l’indipendenza del club: è il Basilea a decidere quale giocatore serve al Basilea, non una persona che ricopre un ruolo transitorio come quello dell’allenatore». Un concetto ribadito dall’ex calciatore Rudi Zbinden, capo scout del club dal 2002: «Non importa chi sia l’allenatore, è una figura che non ha nessun ruolo nel processo di selezione. Siamo noi a imporre la nostra filosofia. Detto questo, è anche naturale che non andiamo a comprare giocatori che il nostro allenatore non vuole allenare». Un’altra particolarità riguarda il diritto di veto assegnato al vice-presidente, che nel caso del Basilea è anche il responsabile del settore giovanile. Se l’allenatore chiede un determinato giocatore e il vice-presidente ritiene che nel vivaio ci sia un 17enne pronto, nel giro di sei mesi, a entrare in pianta stabile in prima squadra, allora il trasferimento viene bloccato.

I 10 migliori gol di Shaqiri con la maglia del Basel

Il Basilea investe nel vivaio 6 milioni di euro all’anno, e i risultati hanno fatto la felicità di allenatori e casse societarie. Dal 2000 a oggi sono stati oltre 40 i ragazzi entrati in prima squadra, molti dei quali hanno rappresentato una fonte di guadagno importante per il club, basti pensare a Xherdan Shaqiri (ceduto al Bayern Monaco per 11,8 milioni di euro), Granit Xhaka (8,5, Borussia Monchengladbach), Yann Sommer (8, Borussia Monchengladbach), Ivan Rakitic (5, Schalke 04), Eren Derdyok (3,8, Bayer Leverkusen) e Valentin Stocker (3,5, Herta Berlino). Non si vive però di soli giovani, e su questo punto in casa rossoblu le idee sono ben chiare. La politica del club prevede una rosa composta da un terzo di giocatori “fatti in casa”, un terzo di veterani o nomi di richiamo (ovviamente rapportati al contesto svizzero) quali in passato Alex Frei e attualmente Marco Streller, e la parte rimanente di giovani talenti stranieri per i quali il Basilea può rappresentare il trampolino di lancio verso campionati europei di maggior richiamo. «I giocatori», precisa Zbinden, «e intendo i giocatori di tutto il mondo, oggi conoscono il Basilea, perché il Basilea in questi ultimi dieci anni è riuscito a farsi un nome anche sul piano internazionale. Sanno che questa può essere un’importante tappa intermedia, e spesso è andata così in questi ultimi anni. Grazie a noi molti hanno raggiunto leghe europee maggiori e club di altissimo livello». Anche in questo caso gli esempi non mancano: Mohamed Salah (ceduto al Chelsea per 13 milioni di euro), Aleksandar Dragovic (9, Dinamo Kiev), Felipe Caicedo (7, Manchester City), Samuel Inkoom (5,5, Dnipro), Zdravko Kuzmanovic (3, Fiorentina). «Un altro fattore importante è che noi non blocchiamo nessuno», aggiunge Heitz. «Se abbiamo comprato un giocatore per 2 milioni e ce ne vengono offerti 8, non aspettiamo sei mesi nel tentativo di arrivare a 10, ma chiudiamo l’affare. Come club-azienda abbiamo l’obbligo di agire razionalmente e non prenderci troppi rischi».

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Gli scout del Basilea si muovono lungo strade poco battute, per ragioni di necessità e di appeal (nessun giovane con una minima ambizione lascerebbe Premier League, Liga, Bundesliga o Serie A per il campionato svizzero). C’è un osservatore stanziato a Buenos Aires che segue tutti i livelli giovanili del continente sudamericano, dall’Under 15 all’Under 21. Poi ce n’è uno in Repubblica Ceca e uno addetto alla Challenge League, la B svizzera. Al resto ci pensa Zbinden, viaggiando a ogni latitudine. «La tecnologia, ovvero i video, è utile soltanto all’inizio delle ricerche, quando si effettua la prima scrematura. Poi, quando reputiamo un giocatore degno di un’osservazione più approfondita, vado io direttamente a vederlo dal vivo. Ci sono indicazioni che solo la presenza sul posto può dare: le movenze del corpo, il feeling con i compagni di squadra…». A volte c’è chi storce il naso per qualche arrivo “esotico”, ma lo staff del Basilea ama ripetere che si gioca a calcio in ogni angolo del mondo. E così capita di importare dall’Egitto la coppia Salah – Elneny, con il primo che ha generato una plusvalenza di 11 milioni di euro, oppure di scovare nella snobbata Austria un centrale difensivo, Dragovic, pagato 800mila euro e rivenduto a un prezzo undici volte superiore. Adesso in vetrina ci sono il giapponese Yoichiro Kakitani e il paraguaiano Derlis González, mentre dal vivaio il nome caldo è quello di Breel-Donald Embolo, attaccante classe ‘97 che a dispetto dell’età verdissima ha già collezionato una sessantina di partite da professionista.

Il talento di Embolo, classe 1997

Vivaio e scout scovano e coltivano talenti in grado di far vincere la squadra; questi talenti, facendo vincere la squadra, hanno mercato; la società, vendendoli, genera plusvalenze che permettono alla commissione tecnica di alimentare ulteriormente il mercato in entrata. Ecco riassunto, in poche righe, il circolo virtuoso creato dal modello Basilea. Un modello che, per essere alimentato, necessita investimenti continui. Nell’ultima stagione il club ha speso 15 milioni per rinforzare la squadra. «Non esistono trofei o riconoscimenti per un bilancio sano», afferma Heusler, «però è palese che i soldi vadano anche spesi, perché se vendi giocatori per 20 milioni, non puoi pensare di mantenere lo stesso livello senza investire una parte di quanto incassato. Il calcio è un’industria di intrattenimento, è come un teatro o un cinema: la gente deve divertirsi, e per farla divertire bisogna spendere. La qualità costa, sempre». Ma non tutto si può comprare: l’esperienza maturata in campo, ad esempio. Per questo nel Basilea non manca mai qualche veterano, come Walter Samuel. L’ex Roma, Real Madrid e Inter ha visto più l’infermeria che il campo, e anche sul rettangolo di gioco è apparso tutt’altro che il muro conosciuto da tutti. «Non importa», commenta Heitz, «perché reputiamo che i nostri giovani possano crescere in maniera ottimale solo se affiancati da elementi di esperienza che sappiano guidarli passo dopo passo. L’acquisto di Samuel aveva una funzione formativa: l’esempio che ha dato in allenamento, l’autorevolezza e la personalità mostrate hanno rappresentato un valore aggiunto per tutti i nostri ragazzi».

Il calcio è come un teatro o un cinema: la gente deve divertirsi, e per farla divertire bisogna spendere.

Nel calcio moderno il Basilea non si limita a sopravvivere, ma cresce e prospera in maniera autonoma attraverso mezzi autogenerati, ulteriormente alimentati dalla partecipazione sempre meno episodica alla Champions. Sceicchi, oligarchi e cordate cinesi possono tranquillamente passare oltre.

Modello Basilea o modello svizzero? Buona la prima: il Basilea è la stella del calcio elvetico, irraggiungibile per tutti. Mentre i già facoltosi renani diventano sempre più ricchi grazie alla Champions, attorno molte realtà annaspano. In Svizzera molto dipende dalle singole micro-realtà: il Sion del famigerato Christian Constantin (quello che sfidò la Uefa in ogni tribunale possibile) è il centro di un mondo, quello del Vallese, in cui logicamente si concentrano i maggiori talenti della zona. Nella zona tra Zurigo e Berna invece c’è più concorrenza, e per alcuni club, come il Grasshoppers, il ricorso ai giovani è diventato l’unica soluzione possibile lungo anni di crisi che hanno portato con sé anche lo spettro del fallimento. Altre realtà emerse a livello giovanile negli ultimi anni, come Thun e San Gallo, raccolgono i resti delle grandi, mentre club minori hanno creato, dietro impulso della Federcalcio svizzera, accademie e scuole superiori per sportivi di élite a base cantonale. Sono nati così il Team Ticino (che fonde, a livello giovanile, le quattro realtà più importanti del cantone di lingua italiana: Lugano, Bellinzona, Chiasso e Locarno), il Team Vaud (il cantone che ha Losanna quale capitale) o il Team Argovia (Aarau). Ma non esiste nulla di paragonabile al modello Basilea.

 

Dal numero 5 di Undici (si acquista qui)