Gli equilibri di Paulo Sousa

Poteva essere l'ennesimo grande giocatore a fallire in panchina, ma è riuscito, con una grande gavetta, a tornare in alto.
di Emiliano Battazzi 28 Settembre 2015 alle 10:45

I cicli delle squadre di calcio spesso terminano come le storie d’amore: le cose (in campo) non funzionano più, nascono forti dissensi su tutto, con l’allenatore al centro dei conflitti. Alla fine ci si lascia, a volte con rancore: è andata così l’ultima stagione di Montella nella Fiorentina. Dopo l’addio a colpi di comunicati, a Firenze pensavano che sarebbe stato difficile innamorarsi di nuovo: e invece è accaduto subito perché in viola è arrivato l’allenatore giusto al momento giusto. Paulo Sousa ha una filosofia di gioco ma è flessibile; sa gestire la comunicazione con i media e con i giocatori; è aziendalista ma non passivo; è l’uomo degli equilibri. Nel corso della sua carriera, però, si era perso, e sembrava l’ennesimo caso di grande giocatore che non riesce a diventare grande allenatore.

Nell’ottobre del 2010, infatti, a quarant’anni, Paulo Sousa è un allenatore che deve dimenticare il suo glorioso passato da giocatore per reinventarsi il futuro: il Leicester lo ha appena esonerato dopo 9 partite, con la squadra ultima in classifica. In tre stagioni in Championship ha raccolto un settimo posto allo Swansea e due esoneri (l’altro dal QPR di Briatore). I suoi metodi di allenamento basati sempre sull’attività con il pallone non erano ritenuti adatti alla seconda divisone inglese: fu Monk, ex giocatore ed ora allenatore dello Swansea, a dire che con Paulo Sousa neppure si sudava. In quel momento, nessuno aveva più fiducia nelle capacità dell’allenatore portoghese, che si prese una pausa e capì di dover ricominciare da zero.

La vittoria a San Siro contro l’Inter

Come i grandi navigatori portoghesi che trovarono nuove rotte per le Indie, Sousa è risalito attraverso una nuova rotta per il grande calcio, passando per campionati minori, come quello ungherese (con il Videoton), quello israeliano (vinto con il Maccabi Tel Aviv) e quello svizzero (vinto con il Basilea). È proprio con la squadra svizzera, modello di gestione a tutti i livelli, che emerge finalmente il vero Paulo Sousa: tattico esperto capace di utilizzare più moduli; amante del bel gioco, da raggiungere però senza ideologie, alternando attacco posizionale a transizioni offensive rapide. Il Basilea vince il campionato e arriva fino agli ottavi di Champions League, dopo aver estromesso il Liverpool dal girone. A fine stagione, un po’ a sorpresa diventa l’allenatore della Fiorentina. A Firenze un passato nella Juve può essere difficile da perdonare, ma Sousa reagisce con il suo equilibrio, promettendo una sola cosa: impegno. E così inizia a ricostruire una squadra a fine ciclo. Dal gioco di posizione di Montella, basato sul dominio della palla, si passa al gioco in verticale basato sul dominio dello spazio.

La trasformazione è evidente già nelle amichevoli estive: contro PSG e Barcellona si lascia il possesso della palla agli avversari cercando di colpirli con transizioni offensive rapide; nella vittoria a Londra contro il Chelsea, invece, la Fiorentina ha cercato di recuperare il pallone sulla trequarti avversaria e di colpire con verticalizzazioni immediate. I viola sono molto più aggressivi rispetto al passato, accorciano nella zona del pallone e si mantengono compatti, cercando di non perdere mai le distanze. Gli acquisti estivi sono funzionali al cambiamento: Mário Suárez è l’equilibratore di centrocampo, abituato a mantenere la compattezza delle linee; Kalinić è il centravanti perfetto per aprire gli spazi, tenere impegnata la difesa e garantire sempre un riferimento in verticale.

Chi ben inizia: 2-0 al Milan alla prima

Nella prima di campionato contro il Milan, Paulo Sousa ha dimostrato di essere perfetto per le elevate esigenze tattiche della Serie A: dal 4-2-3-1 provato spesso in precampionato è passato al 3-4-3 per mantenere la superiorità dei difensori centrali sulle due punte del Milan. Nel corso della partita, poi, il modulo è rimasto fluido, con Tomovic e Alonso in grado di scalare in posizione di terzini.

Dopo la traumatica separazione con Vincenzo Montella e l’addio di Salah, in molti temevano che la Fiorentina si sarebbe ridimensionata: con l’arrivo di Paulo Sousa, invece, la squadra sembra aver iniziato un percorso di evoluzione tattica che può coniugare risultati e bel gioco. Sempre a patto di mantenere gli equilibri, quelli del suo allenatore, dentro e fuori dal campo.

 

Articolo tratto dal n°6 di Undici, in edicola e libreria (e acquistabile, online, qui)
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