Calcio

Dottor Borussia

Come ha fatto un anonimo tecnico, dalla quarta divisione tedesca, a cambiare faccia al Mönchengladbach, prossimo avversario della Juventus.

È stato come andare in analisi. Sdraiarsi sul lettino del dottor Schubert. «Il calcio è una cosa semplice». Ah sì? «Cosa è andato storto, in fondo? Ok, abbiamo perso la prima partita contro il Borussia Dortmund. Ok, anche la seconda, in casa, contro il Magonza. Ma avremmo dovuto vincerla, quella partita, considerando le occasioni che abbiamo avuto. Invece l’abbiamo persa, e da lì la squadra è entrata in un labirinto».

André Schubert parla da tecnico consumato, come se nella sua carriera professionale avesse assaporato ogni sfumatura dello yin e dello yang. Come se non avesse allenato solamente due squadre nelle serie minori del calcio tedesco, il Paderborn, a cavallo tra terza e seconda divisione, e il St. Pauli per una breve parentesi, sette partite di cui una sola si è chiusa con tre punti. Si è trovato alla guida del Borussia Mönchengladbach da un giorno all’altro, quando Lucien Favre ha rassegnato frettolosamente le dimissioni. «I bravi allenatori non cadono dagli alberi», così diceva il direttore sportivo Max Eberl, facendo capire che di idee, per sostituire il dimissionario Favre, non ce n’erano. E quindi, willkommen Schubert, in precedenza – da giugno – alla guida della squadra Under 23 del Borussia. Allenatore “per i prossimi impegni”, finché non se ne trova uno più preparato.

L’allenatore “per i prossimi impegni” è ancora al suo posto. Nel frattempo, da quando ha preso il timone dei Puledri, ha vinto sei partite su sei in Bundesliga (21 gol segnati, 6 subiti), portando la squadra, sempre sconfitta con Favre, dall’ultimo al quinto posto; ha smosso la classifica in Champions, strappando un punto allo Juventus Stadium, dopo lo sfortunato ko contro il City, arrivato all’ultimo minuto; si è qualificato per gli ottavi di Coppa di Germania, conseguendo un insperato 2-0 alla Veltins-Arena, casa dello Schalke. Con le sei vittorie di fila in Bundesliga (Augsburg, Stoccarda, Wolfsburg, Eintracht Francoforte, Schalke ed Hertha Berlino), Schubert ha stabilito un record nella storia del campionato tedesco: prima di lui, solo Willi Entenmann nel 1986, con lo Stoccarda, riuscì a centrare una tale serie vincente di partite da debuttante in Bundesliga. Guardiola, per dire, si fermò a tre.

Juventus v VfL Borussia Monchengladbach - UEFA Champions League

La “scossa” del cambio allenatore, essere mitologico dal culto inossidabilmente diffuso in Italia, in Germania non esiste. Semplicemente, non ci credono. Nel caso del Gladbach, poi, sarebbe stato un atto di empietà. Il ruolo di Lucien Favre è stato decisivo nelle ritrovate ambizioni del club. È stato il tecnico che prese la guida del Borussia nel 2011, quand’era in zona retrocessione, e l’ha portata in Champions League con il sorprendente terzo posto dello scorso anno, più il raggiungimento, per due volte, degli ottavi di Europa League. L’uomo che ha svezzato campioni come Marco Reus e Marc-André ter Stegen, che ha curato in prima persona la crescita professionale dei vari Xhaka, Kruse, de Jong. Quando, la domenica successiva alla sconfitta di Colonia, la quinta consecutiva, Eberl ha ricevuto la telefonata della resa di Favre, ha provato in tutti i modi a fargli cambiare idea. «Gli abbiamo detto: sei l’allenatore perfetto per il nostro club. Ma non siamo riusciti a convincerlo: la sua partenza ci ha scosso fino al midollo».

Lo scenario a Mönchengladbach, a metà settembre, è quello di una triste smobilitazione. È l’effetto che fa la partenza di Favre, più che il fondo della classifica. «Quando ho saputo la notizia, non potevo crederci», quanto dice Raffael. Il suo addio sembra coincidere con la fine di un ciclo vincente. Il club che si guarda intorno smarrito, senza una strategia chiara in mente, fa il resto. La soluzione Schubert è la più ovvia, ma anche la meno gradita: allena una squadra di Regionalliga, la quarta divisione, e il fatto che sia terzo in campionato dopo nove partite non fa nessuna, significativa, differenza.

Una delle vittorie più rotonde ottenute da Schubert: 5-1 sul campo dell'Eintracht

Con premesse di questo tipo, Schubert non si lascia prendere la mano. Non opera rivoluzioni, né cede alla tentazione di scombinare moduli, uomini, ingredienti. Forse perché non si sente sufficientemente legittimato, forse perché non ritiene opportuno calcare la mano. Conferma il 4-4-2, ma con un atteggiamento diverso. Architetta una squadra che cerca più rapidamente la profondità, grazie a un possesso palla meno barocco e più schematico, basato sulle aperture verso Johnson, esterno di sinistra, e sulla pericolosità di Raffael in area di rigore. Si attua un pressing sui portatori di palla avversari molto alto, si insiste sulla solidità del centrocampo, costruito attorno a Xhaka. Piccoli accorgimenti, ma decisivi. «Quando è arrivato», dice Raffael di Schubert, «ci ha detto che eravamo un gruppo di grande qualità: ci mancava davvero poco per poterlo dimostrare ancora. Ci ha chiesto maggiore aggressività, di pressare subito l’avversario: quando recuperi il pallone, poi, il possesso deve essere immediatamente finalizzato a costruire una situazione favorevole».

«Abbiamo immediatamente analizzato i problemi della squadra», ricorda Schubert. «Il nostro gioco di transizione non era buono: una volta recuperata palla, invece di avanzare il più rapidamente possibile, facevamo un gioco basato sul possesso. In passato è stata una delle chiavi di successo della nostra squadra, ma che ora non funzionava più. Anche perché, nel frattempo, non c’era più la spina dorsale della squadra, con le partenze di Kramer e Kruse e l’infortunio di Stranzl. Tutto ciò, unitamente ai risultati negativi, ha acuito l’insicurezza all’interno della squadra».

È qui che si concentra il grosso del lavoro di Schubert: restituire autostima alla squadra. Di fronte alla stampa, commenta le prove con entusiasmo: «Sono orgoglioso di questo punto», dopo il pareggio raccolto contro la Juventus. Né lesina elogi ai giocatori: «Hanno giocato in un modo estremamente coraggioso, ho un grande rispetto per questo gruppo», subito dopo la prima vittoria, quella contro l’Augsburg. Che arriva con ben quattro gol nei primi venti minuti: fa impressione, per una squadra reduce da cinque sconfitte di fila. Il quarto gol, siglato da Dahoud, è l’esatta sintesi di quanto insegnato da Schubert. In pochi giorni, il Borussia è già diventato suo.

Debutto trionfale per Schubert: è il 23 settembre e il Borussia batte 4-2 l'Augsburg

Costruire un clima positivo significa anche responsabilizzare ciascuno dei singoli, riconoscendone l’importanza. A cominciare da Granit Xhaka, il giocatore di maggior talento della squadra. Appena insediatosi, il neotecnico gli ha consegnato la fascia da capitano. Forse, in una situazione di quel tipo, qualcun altro avrebbe fatto a meno di caricare di ulteriori responsabilità un ragazzo di 23 anni. «È un leader aggressivo, non si vergogna di nulla e non si nasconde se commette degli errori. Gli ho detto: “Hai un grande talento, ma ora è arrivato il momento di fare un passo avanti nella tua carriera. Devi capire che questa responsabilità porta con sé autocontrollo e capacità di guidare gli altri compagni”. Xhaka è stato molto contento di quella fascia, e l’ha accettata con orgoglio». Riuscendo a frenare, in buona parte, un’emotività eccessiva, che in quattro giornate di campionato gli erano costate tre ammonizioni e un’espulsione. Proprio come gli aveva chiesto Schubert.

È il primo tifoso dei giocatori, e in questo può ricordare Mourinho o Conte: difendere la squadra a tutti i costi, isolarla dalle spinte contrarie. Pur di essere fedele a questo principio, Schubert ha bisticciato a distanza con Jürgen Klinsmann, ct della Nazionale statunitense. Nel corso di una gara contro il Messico, Fabian Johnson ha chiesto il cambio, lamentando un fastidio alla coscia. Inesistente, secondo Klinsmann, che in conferenza stampa ha sbottato contro il giocatore. Johnson è stato congedato, così da poter “ripensare” il suo approccio in campo. Accuse respinte non dal calciatore, ma dallo stesso Schubert: «Fabian ha un problema alla coscia, nego con veemenza tutto quello che è stato detto su di lui. È un giocatore con una grande mentalità. Se ha avvertito un fastidio, poteva rischiare una lesione ancora più grave, e in quel momento è responsabilità sua e della squadra chiedere il cambio».

SOCCER - 1.DFL, Gladbach vs Augsburg

Quello che emerge più di tutto, al di là delle scelte tecniche e della fiducia ricostruita nella squadra, è che, con Schubert, i calciatori hanno ritrovato il piacere di giocare. Ed è un piacere quasi infantile, come se il neotecnico avesse risvegliato in ciascuno dei suoi l'istinto del divertimento. Forse in questa sua capacità maieutica c'entra il suo lavoro con i giovani, vero tratto distintivo della sua carriera: prima dell'Under 23 dei Puledri, aveva avuto lo stesso incarico per il Paderborn per tre anni, mentre nella passata stagione era impegnato con la rappresentativa tedesca Under 15. La sua formazione, una volta smessi i panni di calciatore piuttosto marginale, è avvenuta sui campi giovanili delle maggiori squadre tedesche, Bayern, Schalke, Amburgo. Se i giocatori parlano di spregiudicatezza e vivacità offensiva, è grazie a una visione del calcio libera da certi assilli.

In tutto questo, Schubert è ancora senza contratto. Ed è una situazione un po' paradossale, perché dai piani alti della società non sono arrivati segnali chiari. Quelli che invece sono arrivati dalla tifoseria – la felpa verde indossata da Schubert è diventata un must – e dalla squadra. «Quando vinci così tanto, beh, è merito dell'allenatore», ha detto senza mezzi termini Xhaka. «Vorremmo che restasse, ma non siamo noi a decidere». Ma quando arriveranno le prime sconfitte? E nei momenti di crisi, Schubert sarà in grado di mantenere il controllo della situazione? Forse è questo che frena ancora la dirigenza del Borussia. Lui, però, non ne fa una questione troppo seria: «Mi sto godendo il momento, è molto divertente lavorare con questi ragazzi. E comunque, pare che in panchina, contro la Juventus, ci sarà ancora il sottoscritto».

 

Nell'immagine in testata, i giocatori del Borussia Mönchengladbach ricevono gli applausi dei propri sostenitori, al termine della gara contro la Juventus dello scorso 21 ottobre. Valerio Pennicino/Getty Images