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Come Coutinho sta trovando una straordinaria continuità di rendimento al Liverpool, dopo inizi fatti di timidezza, insicurezza e incapacità di esprimersi.

BLACKBURN, ENGLAND - APRIL 08: Philippe Coutinho of Liverpool (10) celebrates with Dejan Lovren as he scores their first goal during the FA Cup Quarter Final Replay match between Blackburn Rovers and Liverpool at Ewood Park on April 8, 2015 in Blackburn, England. (Photo by Jan Kruger/Getty Images)

I soprannomi sono una disgrazia, anche se hai la buona creanza di non stamparteli sulla maglietta come Hulk. Sono una iattura perché portano fuori strada, colorano di una patina irreale i personaggi, photoshoppano il calcio. Così, chi si ferma ai soprannomi non capirà mai davvero come è potuto accadere che un teenager arrivato in Italia a 18 anni con l’acne e una faccia da nerd incastonata in un cespo di capelli ricci sia potuto diventare l’erede di Steven Gerrard nel cuore della Kop. The Kid, Little Magician, O Magico, Gold dust sono parole di fumo che inebriano tifosi e giornalisti, ma confondono la verità. Ovvero che se Philippe Coutinho Correia è il perno su cui Klopp può puntare per riportare in alto i Reds, la spiegazione non sta in una bacchetta magica, ma nella scienza.

Prima di tutto la statistica, che dà sempre corpo alle suggestioni. Quattro gol nelle ultime tre partite (doppietta con il Chelsea, gol e assist in casa del City), cinque stagionali, già eguagliato il suo record in carriera. Unico giocatore del Liverpool a finire nel Best 11 della Premier League della scorsa stagione. Il calciatore d’Inghilterra che effettua più tiri a partita (media di 4,6). Dalle 5 presenze nel 2011-12 alle 35 della scorsa stagione. Significa che l’anatroccolo arrivato all’Inter nel 2010 era molto più di una «foca ammaestrata» come gli rimproveravano i tifosi nerazzurri esigenti e ben pasciuti di successi. Significa che ha trovato una sua dimensione e sta diventando uno dei giocatori più corteggiati dalle big d’Europa.

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A testimoniarlo ci pensa un’altra scienza, anche se particolare come l’economia. Gli osservatori di Moratti lo pescano al Vasco da Gama e lo pagano quasi 4 milioni nonostante i soli 16 anni. Nel gennaio 2013, quando la dirigenza nerazzurra decide di cederlo a titolo definitivo ai Reds («il mio più grande rimpianto», commenterà il direttore sportivo Ausilio), Coutinho ne vale già 10. E questo nonostante tre anni difficili e mesti in cui da campione del mondo Under 20 viene scaricato dal primo Stramaccioni che passa.

Ora che il numero 10 di Owen è suo, che i tifosi espongono uno striscione con la sua faccetta da eterno liceale e che uno come Suárez ha garantito che «Coutinho ha cambiato il Liverpool, ci ha insegnato ad avere fiducia nel possesso palla», il Barcellona e il Real Madrid si sono visti rifiutare offerte di 35 milioni. Il Merseyside è una bottega costosa, che sa valorizzare la sua merce. Ecco quindi il mega-contratto fino al 2020, 70mila sterline a settimana, oltre 5 milioni di euro all’anno. Se i dannati soprannomi non fossero tanto abusati, quale migliore di Golden Boy?

Il Liverpool batte 3-1 il Chelsea a Stamford Bridge, Coutinho segna una doppietta.

Eppure per spiegare come Coutinho sia diventato il giocatore di maggior talento ad Anfield Road serve altro. Per esempio, la psicologia può aiutare a capire perché quel talento che in tanti definivano più forte di Neymar si fosse perso per strada. Quando la nonna convince l’architetto José Carlos a portare Philippe al provino col Vasco da Gama, lui è già un ragazzino ma è di una timidezza disarmante. A quel provino piange. Non è il prototipo dei meninos de rua sfacciati e gaudenti, è gracile, con un sorriso perennemente imbarazzato tirato sul volto. Porta i capelli cotonati così fuori moda da far sembrare un dandy pure un chierichetto come Kakà; è così impacciato che persino Aine, sua fidanzata e poi moglie, per combinarci qualcosa dovrà demolire secoli di convenzioni cavalleresche e chiedergli di uscire con lei.

Non è il prototipo dei meninos de rua sfacciati, è gracile, con un sorriso imbarazzato

Col pallone tra i piedi invece no, non è a disagio come nel dichiararsi, in campo gli riesce tutto naturale. Ma venire catapultati in un altro continente a 18 anni e due mesi è dura. È dura anche se sei un guappo, figuriamoci se hai un carattere così accondiscendente che quando ti chiedono se somigli a Snejider prima dici «beh, sogno di essere Ronaldinho», salvo poi chiudere l’intervista con un «mi ispiro a Snejider». Sai, ci tenevano tanto… Coutinho arriva troppo presto col suo bagaglio di fragilità in una squadra all’apogeo dell’adrenalina e dei successi. La pressione e l’ansia di vittorie lo paralizzano e lui diventa l’esempio della fretta da non imitare. Neymar – «un Coutinho più pubblicizzato», lo definirà l’agente Fifa Daniel Boaglio – fiuta l’antifona e non vuole bruciare le tappe: prima di salpare per l’Europa attende i 21 anni e una maturità che gli consente un atterraggio più soft nel calcio della tattica.

Una sua intervista dal canale ufficiale dei Reds.

Philippe no, era partito quasi bimbo coi genitori per il periodo più duro della sua vita, in un vorticare di allenatori alla guida di un’Inter giunta a fine ciclo. Qualche gol, l’affetto dei tifosi che si muta in impazienza, il prestito all’Espanyol, il riconoscimento di miglior sorpresa della Liga. Coutinho ha sempre il sorriso imbarazzato ma ora è più sicuro di sé. Segna di tacco in Europa League, segna in campionato, ma gioca poco e di imbarazzato non resta che lo sguardo, il sorriso sparisce fino al trasferimento.

Il resto è storia recente, ma la psicologia aiuta sempre. Per esempio spiega il boom della prima stagione, con il gol decisivo al City segnato nel giorno in cui Rodgers gli legge una lettera di sua madre Esmeraldina. Ma spiega anche il crollo del rendimento di questi primi mesi di stagione, quando il talento si nasconde, i passaggi filtranti non arrivano. Via Gerrard, Sterling, Suárez, il top player è lui e l’ambiente lo sa. Non contano i milioni spesi per Benteke e compagnia, la gente si aspetta che sia Coutinho a brillare e a far brillare. E inevitabilmente, Philippe si eclissa.

Chelsea v Liverpool - Premier League

I ricci da studentello sfigato sono un ricordo, sul braccio sono spuntati perfino i tatuaggi con i nomi dei familiari, ma in fondo non è cambiato: «Non bevo birra, non vado in discoteca e gioco alla Playstation, que Deus te proteja sempre». Un bravo ragazzo delicato che ha bisogno di rientrare sui binari. E chi meglio del rockettaro Jürgen Klopp, l’uomo che ha fatto del trottolino Götze un campione, poteva aiutarlo a non farsi schiantare dalle aspettative e a tornare ad essere il fulcro del Liverpool?

Naturalmente, gli ultimi pezzi del puzzle li forniscono la tecnica e la tattica. Che non saranno scienza ma poco ci manca. Superare gli avversari con un sombrero mentre corri in velocità, una ruleta esibita nel mucchio selvaggio di un centrocampo, i tunnel no-look e gli assist di tacco sono un armamentario tecnico degno dei funamboli del calcio. Aver iniziato a giocare a futsal sul campetto di cemento del quartiere Rocha contro i fratelli Cristiano e Leandro ha aiutato Coutinho a sviluppare una sensibilità fuori dal normale.

I più bei gol di Coutinho nel Liverpool.

Convertire la leziosità del tocco in efficacia, invece, è stato un lavoro lungo che ha influito anche sulla sua posizione in campo. Da falso nove e fantasista allo stato brado, a 23 anni ormai Coutinho si è ritagliato un altro ruolo, quello più che altro di centrocampista offensivo. La velocità di pensiero ereditata da Snejider e la cristallina visione di gioco, unita al dribbling e a una sorprendente propensione ai tackle certificata pure dal sito-bibbia del calcio inglese Who Scored, lo rendono letale lì, nel cuore della battaglia. Coutinho è un eccellente tiratore, crea il break, ribalta l’azione in tre tocchi, gioca di prima. È un regista avanzato moderno e ultratecnico sia come centrale sia decentrato a sinistra. Parallelamente, quando davanti mancano terminali offensivi come Lallana e Sturridge, Philippe si carica sulle spalle anche le mansioni più smaccatamente offensive. E le prestazioni peggiorano.

Ecco perché Klopp sta insistendo molto nel responsabilizzare gli altri, come Firmino: ha bisogno che il suo gioiello molli la sua zavorra mentale, che torni a costruire il campione che sta diventando. Questa la diagnosi, al netto della retorica di polvere di stelle e magia, che qui c’entrano davvero poco. Qui c’entrano lavoro e metodo, l’indole umana e al massimo il destino. Quello che l’agente Fifa Sabatino Durante aveva tratteggiato per lui ai tempi dell’Inter: «Io darei una maglia a Coutinho, e poi altri dieci».

 

Nell'immagine in evidenza, Philippe Coutinho festeggia un gol contro il Blackburn insieme a Dejan Lovren, lo scorso 8 aprile. Jan Kruger/Getty Images


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