Calcio

Settanta giorni

Come si deve ricordare Rudi Garcia? Quanto furono importanti, nel bene e nel male, quelle prime dieci vittorie consecutive?

ROME, ITALY - JANUARY 12: AS Roma head coach Rudi Garcia looks on during the Serie A match between AS Roma and Genoa CFC at Stadio Olimpico on January 12, 2014 in Rome, Italy. (Photo by Paolo Bruno/Getty Images)

Che si tratti di leader politici decaduti o allenatori esonerati, il meccanismo si ripete sempre, inesorabilmente, ed è a suo modo affascinante: personaggi derisi, contestati, insultati e umiliati, nel giro di un istante – l'istante che hanno usato per dimettersi o essere rimossi dal loro incarico – si ritrovano oggetto di goffe ma sincere manifestazioni di gratitudine. A Rudi Garcia sta succedendo la stessa cosa. Le motivazioni sono comprensibili: per quanto da tempo avesse perso il controllo della situazione – Emanuele Atturo e Daniele Manusia ne hanno fornito due brillanti analisi – è impossibile non osservare che durante la sua gestione la Roma è complessivamente cresciuta. Ha ottenuto il record di punti nella storia della società, che in altri anni sarebbe valso lo Scudetto; è arrivata al secondo posto e in Champions League per due stagioni consecutive, arrivando da posizioni ben più mediocri; è tornata quantomeno nella mappa del grande calcio europeo. Né questi risultati né la routinaria espressione del cosiddetto “onore delle armi”, però, spiegano da soli il calore affettuoso di certi saluti e ricordi di queste ore: la vera ragione è quello che è successo dal 25 agosto al 3 novembre 2013.

La Roma che comincia la stagione 2013/2014 viene da due anni tumultuosi e dalla più umiliante sconfitta dai tempi della finale di Coppa dei Campioni del 1984. È una squadra piena di punti interrogativi: quante stagioni da protagonista ha ancora Totti nelle gambe? Un portiere anziano e scartato dal Napoli può fare il titolare? Maicon è ancora un giocatore di calcio? Un buon centrale dell'Udinese può sistemare una difesa che fa acqua? Ci si può affidare a Gervinho, che a Londra era diventato un argomento da barzellette? De Rossi ha davvero voglia di essere ancora un leader della squadra, dopo aver passato un'intera estate con un piede in Premier League? Si può sperare in una stagione migliore della precedente se hai venduto i calciatori migliori, come Marquinhos, Lamela e Osvaldo? Quello che succede nei primi settanta giorni di quella stagione fornisce a ognuna di queste domande la risposta che nessuno aveva previsto.

Garcia all'Olimpico alla presentazione della squadra, agosto 2013. (Paolo Bruno/Getty Images)
Garcia all'Olimpico alla presentazione della squadra, agosto 2013. (Paolo Bruno/Getty Images)

Semplicemente la Roma vince sempre. Vince a Livorno, soffrendo, aprendo le marcature proprio con un gol di De Rossi. Poi batte il Verona. Poi vince in trasferta contro il Parma che diventerà la rivelazione del campionato, per giunta dopo essere andato in svantaggio. Vince il derby che riporta la chiesa al centro del villaggio, riscattando Federico Balzaretti davanti ai tifosi e ricucendo una cicatrice ancora aperta. Vince a Genova contro la Sampdoria, poi fa cinque gol in casa al Bologna. Tutte partite relativamente facili, dicono giustamente i commentatori sportivi. Allora al turno successivo la Roma fa tre gol in un tempo all'Inter, a San Siro; e in quello dopo regola l'ambizioso Napoli di Benítez e Higuaín; e in quello dopo ancora, senza Totti e Gervinho, va a Udine e vince in dieci su un campo all'epoca praticamente inviolabile. Poi vince di nuovo, in casa contro il Chievo, e ottiene il record storico delle dieci vittorie nelle prime dieci giornate di campionato. Ma non è solo che la Roma vince sempre: la Roma vince apparentemente senza fatica, esercitando un dominio irreale, subendo in tutto un solo gol e trovandone di strepitosi, dalla cavalcata solitaria di Benatia contro la Sampdoria al pallonetto di Pjanic contro il Verona, dal formidabile contropiede che porta Florenzi al gol a San Siro al tiro da fuori di Bradley contro l'Udinese. In quelle dieci partite nulla appariva mai come casuale o fortunoso, eppure allo stesso tempo la Roma vinceva ogni partita come se fosse inevitabile, e qualsiasi altro risultato sarebbe stato un oltraggio al calcio.

Dieci su dieci

Niente di tutto questo era mai successo alla Roma con questa continuità stupefacente. In una città in cui pochissimi tifosi possono dire di aver visto più di due scudetti vinti, e tutti sanno invece inanellare liste di rimonte mancate e sconfitte brucianti – ognuno ne ha una che considera il proprio battesimo, la mia è lo Slavia Praga e il gol di Vavra – Rudi Garcia in quei settanta giorni ha reso possibile l'impossibile: non solo perché ha trasformato una squadra di calcio, ma perché ne ha trasformato i tifosi. Improvvisamente le decisioni arbitrali avverse venivano accolte con il giusto fatalismo, senza isterie su palazzi e complotti; improvvisamente gli eventuali episodi sfortunati non erano interpretati come risultati di una sentenza divina, come cose che “capitano solo a noi” perché a noi “mai una gioia”; improvvisamente si poteva tornare a discutere di Roma senza dover affrontare temi ridicoli come la presunta poca voglia di allenarsi di alcuni calciatori o l'altrettanto presunta fede laziale di alcuni dirigenti – e il tutto senza rinunciare a un briciolo della focosa passione dell'ambiente, anzi esaltandola. Rudi Garcia era riuscito a portare un'intera realtà oltre i suoi limiti.

Mi cito, inelegantemente, perché la penso ancora come allora.

L'orgoglio della sfiga è la più classica profezia auto-avverante: produce insicurezza, produce alibi e alla fine della fiera produce delusioni e sconfitte, confeziona giustificazioni perfette ancor prima di iniziare a giocare, così da sapere che anche se dovessimo perdere in fondo non sarebbe esclusivamente colpa nostra. Genera un contesto per cui le grandi vittorie sono sempre “imprese” e le grandi sconfitte sono sempre frutto della sfiga, dei complotti o del destino. Lo so. Anche per questo la Roma di Rudi Garcia era uno spettacolo eccezionale: perché era diventata altro da sé pur rimanendo la Roma, il posto in cui Balzaretti si ribella a quella storia del destino e dopo aver preso il palo insiste e fa gol. Avevo la sensazione che cambiando la Roma lui stesse cambiando anche i suoi tifosi, o almeno che stesse cambiando me.

Settembre 2015, all'Olimpico contro il Carpi (Paolo Bruno/Getty Images)

È difficile dire fino a che punto quei settanta giorni abbiano fatto bene a Rudi Garcia, da quel momento in poi. Da un certo punto di vista la Roma di quella prima stagione – ma soprattutto di quelle dieci partite – è stata il miglior argomento a sua difesa nei momenti peggiori che sono seguiti: non si può liquidare facilmente l'autore di quel miracolo. Se la Roma di Garcia era stata quella cosa lì, non ci si può rassegnare all'idea che fosse diventata questa cosa qui. Dall'altra parte, forse, quei settanta giorni hanno messo l'asticella troppo in alto. In altri momenti della storia della società una stagione come quella del 2014/15, che ha visto la Roma ottenere comunque il secondo posto in classifica e la qualificazione diretta in Champions League, sarebbe stata giudicata enormemente positiva: niente di cui ci si possa davvero lamentare. La Roma di quei settanta giorni, però, ha messo tutto su una prospettiva diversa: la parabola era inequivocabilmente discendente. Lo stesso è capitato al cosiddetto famigerato “ambiente romano”: quando la Roma è tornata a essere la Roma, ai suoi tifosi e alla bellicosa stampa locale è accaduta la stessa inversa metamorfosi.

Ora che l'esperienza di Rudi Garcia alla guida della Roma si è conclusa, quei settanta giorni fanno ufficialmente parte di un'altra epoca: si possono storicizzare, in qualche modo, preservandoli dalla logorante discussione quotidiana sullo stato di salute di una squadra che ha evidentemente problemi gravi e profondi. Col passare del tempo di Rudi Garcia a Roma si ricorderanno certamente quei settanta giorni più di tutti quelli che sono seguiti; e mentre si augurano di riviverne di simili, e trovare il prima possibile un'altra squadra capace di andare oltre i propri limiti, i tifosi potrebbero provare a fare lo stesso. A Luciano Spalletti farebbe molto comodo.

 

Nell'immagine di testata, l'allenatore della Roma nel gennaio 2014 (Paolo Bruno/Getty Images)


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