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Australiani, nuovi mostri

Melbourne è lo Slam di casa per Nick Kyrgios e Bernard Tomic (più Kokkinakis, out per infortunio): i discendenti del tennis di Pat Cash, insolenti e divertenti.

MELBOURNE, AUSTRALIA - JANUARY 20: Nick Kyrgios of Australia celebrates in his second round match against Pabio Cuevas of Uruguay during day three of the 2016 Australian Open at Melbourne Park on January 20, 2016 in Melbourne, Australia. (Photo by Ryan Pierse/Getty Images)

È la battaglia tra il politically correct e il tennis. In mezzo la rete, ma da una parte del campo sono rimasti in pochi. E sono quasi tutti australiani: Nick Kyrgios è uno strano personaggio, per non parlare di Thanasi Kokkinakis e Bernard Tomic. In pratica un’intera squadra di Coppa Davis. Però, pensiamoci: qual è uno dei più campioni più amati della storia del tennis? Sì, John McEnroe. E allora – anche se in effetti parliamo di SuperBrats, ovvero di SuperCafoni – diciamolo: questo è tennis pop. E non è mica così male.

Certo, non si dovrebbe scendere al livello di insultare il tuo avversario, ma se guardiamo bene Nick Kyrgios quel giorno parlava da solo. Lo fa sempre, ha 20 anni e tante cose nella testa, perfino una riga gialla alla Pogba che pare una schifezza se la metti insieme con la maglia granata e i calzini neri. Insomma un patchwork di (infimo) stile e un puzzle di parole. Perché così è la vita di Nick: un padre greco, una madre malese, un passaporto australiano. Poteva venir fuori qualcosa di diverso? Eppure vedere Kyrgios in campo è uno spettacolo a prescindere, anche dal fatto che un giorno possa diventare il numero uno del mondo. E credeteci: può farcela.

2016 Australian Open - Day 3

Una partita di Nick è un monologo-dialogo, sono parole in libertà per se stesso, per il pubblico, per gli avversari. All’ultimo Wimbledon lo mettevano sempre sul campo numero 2, quello nuovo, quello un po’ pop, per quanto si possa essere pop a Wimbledon. E lui ripagava sempre lo spettacolo con quel mix di colpi meravigliosi, errori da principiante, proteste contro gli arbitri, litigi con il pubblico, complimenti al rivale di turno. Si, anche quelli: complimenti. Poi, ad un certo punto, ha pure smesso di giocare durante un set. Un intero set. Per protesta.

Nick Kyrgyos è questo: non ha mezze misure in un tennis dal pensiero unico. E alla fine così, un giorno, è successo il fattaccio di Montreal: ma se rivedete bene l’azione, Nick stava parlando tra sè e sè. Aveva appena perso un colpo. È stato un fallo di frustrazione. Ovvio che non sia carino dire al tuo avversario, a uno come Wawrinka poi, che la sua fidanzata se la spassa con un altro, che tra l’altro è pure tuo amico. Ma Nick neanche se lo ricorda forse, guardava in basso, parlava al destino, Stan neanche l’aveva sentito. E maledetta tv, e maledetti social network che amplificano tutto.

Una playlist con i colpi, rapidi e potenti, di Nick Kyrgios.

E dunque mentre Kyrgyos veniva punito come un bambino un po’ ipercinetico, il suo amico intanto, Thanasi Kokkinakis (per la cronaca 19 anni e anche lui di padre greco, oggi out dagli Australian Open per infortunio), oltre a giocare in doppio (e magari fuori) con Donna Vekic s’è messo pure quasi a botte in campo con Ryan Harrison. È successo più o meno in quel periodo, a Cincinnati:  l’americano ha preso in giro il ragazzino per i suoi tatuaggi (37) e i suoi orecchini (23), Thanasi dice che gli ha pure dato del coglione e questo non sta bene. Insomma finisce che scendono le racchette e si alzano le mani con l’arbitro a mettersi in mezzo come in un ring. Finisce che Harrison dice «se vuoi fare a botte ti seppellisco. Lo faccio io al posto di Stan». Finisce che Kokkinakis se ne va col sorrisino beffardo. Ma voi, davvero: da che parte sareste stati?

Questa è l’Australia in pratica, il Paese dello Slam più colorato dei quattro, ancora di più della caotica New York. Il Paese dove il predominantly white è quasi una bestemmia. La città, Melbourne, dove lo stadio del tennis è nel cuore della comunità, in mezzo al parco, in mezzo alla vita. Dove il calore dell’estate ti lascia a torso nudo e senza fiato, dove in tribuna si vestono tutti di giallo per sventolare una bandiera umana. Sembra il Carnevale di Rio, è solo la normalità down under. E questi sono gli australiani d’oggi, la terra che fu dei Laver, dei Newcombe, degli Emerson, dei Rosewall. La terra dei tennisti che una volta al massimo davano scandalo solo perché Pat Cash aveva osato scalare le tribune del campo centrale di Wimbledon per andare a celebrare il successo con il suo angolo. Era il 1987, per fortuna – come sempre d’altronde – la Regina non c’era, ma il mondo storse il naso lo stesso.

2016 Brisbane International - Day 3

Oggi, più di 25 anni dopo, Cash ha trovato uno più avanti di lui ed è stato preso di mira da Bernard Tomic, che lo ha definito più o meno come «un bravo attore, uno che usa i soldi della federazione per se stesso». Tomic era appena stato lasciato fuori dalla squadra di Davis proprio da Cash e d’altronde come la vuoi prendere, a 23 anni, dopo essere stato cresciuto da un padre – John, nato croato e finito in Australia dopo aver messo al mondo Bernard a Stoccarda – che usava le maniere forti per insegnarti a colpire la pallina e che è stato bandito dal circuito per aver picchiato un tuo compagno di allenamento. Così nessuno di può sorprendere se poi ti rintani a Miami in una camera d’albergo con la musica a tutto volume e qualche bottiglia di troppo. Il litigio con la polizia e il susseguente arresto entrano nella tua fedina penale, ma soprattutto nel tuo curriculum di cafone. SuperCafone. Ma forse è meglio dire pop. SuperPop.

Perché in fondo basta leggere la storia del tennis per capire che l’Australia non è una nazione come le altre. E gli australiani non sono tennisti che puoi inquadrare tra le righe del campo. Perché non puoi inquadrare gente come Thanasi, Bernard e Nick e dire loro di fare i bravi ragazzi. Non lo sono e in fondo va bene così. E d’altro canto Kyrgios lo dice chiaro che il tennis non gli piace troppo, che avrebbe preferito giocare a basket: «Perché mi hanno praticamente costretto a scegliere i miei genitori e io avrei preferito stare sotto i canestri. Però in fondo il campo da tennis è dove puoi esprimere tutto te stesso: tatticamente, fisicamente, mentalmente. In fondo forse è meglio così». Già, perché prova magari a dare del cornuto a LeBron James durante una partita. Questo, davvero, sarebbe poco pop.

 

Nell'immagine in evidenza, Nick Kyrgios festeggia il passaggio al terzo turno negli Australian Open in corso. Ryan Pierse/Getty Images

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