Calcio

Napoli, capitale

Viaggio a Napoli, per capire – o cercare di farlo – di cosa si compone l'anima di una città in cui il calcio si confonde con l'identità territoriale.

Mi vibra il cellulare. Sto tornando a Milano da Napoli, il 10 novembre, un sole scabroso batte sui vetri del Frecciarossa. Controllo il mio piccolo black mirror e vedo un messaggio del mio amico Piero, 33 anni, napoletano. «Mbeh, sto San Paolo?» mi chiede. Gli rispondo: «Onestamente, bei canti, molto calore, ma mi ha un po’ deluso. Alla fine è al 99% una curva come un'altra». Me ne avevano parlato tutti come un’esperienza, ma, per me non è stato così diverso dalle altre curve. Ho paura, però, che Piero non capisca il tono del mio messaggio, che ci rimanga male. E invece non va così. Vibra di nuovo il cellulare. «Oh, finalmente un giudizio normale», c’è scritto. Il giorno dopo lo vedo in ufficio. Gli ho portato un presente. È una statuina del presepe che rappresenta Lorenzo Insigne con la maglia del Napoli mentre porta un vassoio con sopra quattro babbà, in onore dell’epico 4 a 0 rifilato dallo squadrone di Sarri al mio Milan, in casa, poche settimane prima. Lui sorride, è contento. Anche io. Napoli mi sta simpatica, anche quando batte il Milan. Soprattutto se lo batte così, giocando il miglior calcio della Serie A.

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Da milanista ricordo che quest’estate ci si era trovati in una versione parallela del gioco delle coppie: da una parte le due squadre, Milan e Napoli, dall’altra i due allenatori, Sinisa Mihajlović e Maurizio Sarri. Uno va in una e l’altro nell’altra, si diceva. All’inizio, il favorito della panchina rossonera sembrava Sarri stesso, ma pare sia stata la politica ad allontanare la proprietà dall’allenatore più promettente della Serie A. In quei giorni, mentre scendevo in treno verso una Napoli bruciata dal sole a novembre, il Napoli di Sarri era in mezzo al filotto da record di 18 risultati utili consecutivi, inclusi, oltre al sopracitato 4 a 0 al Milan fuori casa, sconfitte rifilate a Juventus, Roma e Fiorentina. Eppure, anche in quei giorni c’erano tifosi del Napoli che non erano felici di Sarri. Non riuscivo a capirlo.

«Ogni racconto di Napoli è, naturalmente e al di là della volontà di chi scrive, impostato su un tono peculiare: quello del rimpianto, dell’occasione persa». Si chiude così un bel pezzo di Cristiano de Majo per Internazionale, intitolato appunto Napoli non la capisce nessuno, un saggio secco e potente. È un articolo che ho letto un paio di volte  prima di iniziare a lavorare su questo, che tenete in mano ora. De Majo lo dice chiaramente già dal titolo: cercare di raccontare Napoli è di per sé un’ambizione tracotante, presuntuosa, che mi macchia del peccato di hybris. Confidando solo in me stesso, sfido le divinità, e per questo verrò probabilmente punito, probabilmente con accuse di romanticismo, perbenismo, apologia. Fortunatamente, però, non sono solo curiosità e tracotanza a spingermi a cercare di scrivere questa storia. Perché quello che vorrei provare a fare è guardare Napoli, e la sua squadra, e il rapporto tra le due cose, con gli occhi di un alieno. Con spirito critico, cercando di eliminare i pregiudizi. Sperando di riuscire a vedere delle cose che magari, chi ci è dentro, non nota più. È più facile vedere la forma di una foresta da lontano. Quando ci sei dentro, vedi solo gli alberi che hai davanti.

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Come in ogni ragionamento, è bene partire dagli assiomi di base. Io ne ho due. Il primo, però, non voglio svelarlo ora. Il secondo invece sì. In pratica: io penso che a Napoli ci sia un rapporto particolare, quasi unico, tra la squadra e la città, rapporto che non si verifica in altre città italiane. Un rapporto simbiotico: come se le caratteristiche della città e della squadra si siano sovrapposte, quasi in un rapporto uno a uno. Prendiamola dal punto di vista linguistico, partendo dalle definizioni. Perché se a Milano c’è una parola per dire milanese, e un’altra parola per dire milanista, e un’altra ancora per dire interista; se a Torino c’è una parola per torinese, e un’altra per dire juventino, beh, a Napoli no. A Napoli il tifoso del Napoli è semplicemente Napoletano, come se il tifoso fosse anche il cittadino di Napoli. Oppure: come se il tifoso del Milan fosse chiamato il Milanese. Anche la squadra si chiama proprio così: Napoli. Quasi a dire che non c’è un napoletano che non sia anche tifoso napoletano, quasi a dire che la città e la squadra sono la stessa cosa. Ed è forse per questo che ci sono problemi quali la discriminazione territoriale, ed è forse anche per questo che la squadra-Napoli è così odiata nel resto d’Italia. Perché dire “milanista di merda” è molto diverso dal dire “milanese di merda”. Perché insultare uno juventino non è insultare Torino, e la gente che ci vive, che ci lavora, che ci nasce e ci muore. A Napoli, questa distinzione non è linguisticamente possibile. E forse, l’odio che gli altri tifosi italiani provano verso il Napoli calcio è lo stesso odio che provano per Napoli città, e per tutto quello che rappresenta.

«Una dimensione di eccessi che è quella che caratterizza, nel bene e nel male, anche Napoli come città»

«Napoli è una delle poche grandi città italiane ad avere una sola squadra. Questo ci definisce: il rapporto che i cittadini hanno con la loro città è lo stesso che i tifosi hanno con la loro squadra. Grande passione, a volte grande esaltazione e a volte depressione, in una dimensione di eccessi che è quella che caratterizza, nel bene e nel male, anche Napoli come città». A dirmelo è Oscar Nicolaus, giornalista, psicologo, filosofo, docente universitario, membro del Te Diegum – un comitato di intellettuali nato nel ‘92 per difendere Maradona dai «moralisti dell´ultima ora e dai bacchettoni». Lo incontro al bar Seccia, ai piedi del centro storico di Napoli, dove il caffè, manco a farlo apposta, è uno dei migliori che abbia mai bevuto. Fa caldo. Caldo da maglietta, caldo da lungomare. «Io ne ho scritte di interviste, e so che l’intervista la fa l’intervistatore, non l’intervistato», mi dice. Allora gli racconto di me, della mia connessione con Napoli. È flebile, ma è importante. Nel 1960, quando Gamal Abd el-Nasser nazionalizzò le banche egiziane, rese Giosuè Rosa disoccupato. Giosuè era il compagno di mia nonna, quello che ha effettivamente “fatto da padre” a mio padre, che è nato e cresciuto ad Alessandria d’Egitto. E quindi mio papà si è poi trovato su una nave, quando aveva 14 anni, con mia nonna e Giosuè, una nave che ha attraversato il Mediterraneo e ha attraccato a Napoli. Sono rimasti lì un paio di mesi, prima di trasferirsi a Milano. «Ci siamo imbarcati ad Alessandria, che era una città-porto con una sua cultura molto peculiare», mi ha detto mio padre al telefono. «Ma questo è vero per tutte le grandi città del Mediterraneo. Hanno un’atmosfera tutta loro: pensa a Marsiglia, Genova, e, appunto, Napoli o Alessandria. Comunque, siamo finalmente scesi dalla nave, a Napoli, e abbiamo fatto un primo giro, a piedi, tra i vicoli stretti, con i panni stesi, come nelle cartoline: mi ricordo che mi sembrava di non essere mai andato via, di stare ancora nella città vecchia di Alessandria». Questa storia mio padre me l’ha raccontata più volte. È una cosa alla quale penso ogni volta che visito una grande città di mare. Mio padre, che ormai ha passato una vita intera a Milano, mi ha sempre parlato di quanto era importante, per lui, sapere che poteva vedere il mare dalla finestra di casa. Ogni tanto ci penso anche io.

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Racconto a Oscar della sera del 15 marzo del 2012. Ero a cena, a Milano, con un gruppo di amici e conoscenti, in pizzeria. Sullo schermo davanti al nostro tavolo davano Chelsea-Napoli. Era il primo Napoli di Mazzarri, quello di Lavezzi e Cavani, quello dell’urlo THE CHAAAMPIONS!, il Napoli rivelazione, quello che aveva eliminato il Manchester City nella fase a gironi. All’andata degli Ottavi di Finale, i ragazzi di Mazzarri furono capaci di battere il Chelsea di Villas Boas in casa per 3 a 1, doppietta di Lavezzi e terzo gol di Cavani. Ma questo era il ritorno, ed erano cambiate molte cose. Il Chelsea, tra una partita e l’altra, aveva persino cambiato allenatore, prendendo il “traghettatore” Di Matteo – l’unico traghettatore della storia ad aver vinto una Champions League, probabilmente. Quella sera, a cena, davanti a me, c’erano due persone che non trovavo simpatiche, una coppia di milanesi che “odiano il calcio”. Io non ho mai tifato Napoli tanto quanto quella sera, tifando contro l’odioso Chelsea di Abramovič, tifando contro le odiose battute ironiche sui napoletani delle coppia seduta davanti a me. Speravo con tutto me stesso che il Napoli passasse il turno, che tornasse a essere un Napoli importante, anche a livello europeo. E invece, una lunga sofferenza, 3 a 1 alla fine dei 90, l’inevitabile 4 a 1 ottenuto ai supplementari con un gol di Drogba, e Napoli a casa. ​Ero tristissimo, arrabbiato. ​Mi ricordo che quei due, davanti a me, oltre ad aver preso in giro Napoli in maniera francamente offensiva, avevano pure fatto il verso al cameriere, un vecchio egiziano baffuto con un difetto di pronuncia. Penso sia stato il momento della mia vita in cui ho più voluto abbandonare i miei princìpi di non-violenza e tirare un pugno in faccia a qualcuno. In quel momento, la città di Napoli, il Mediterraneo, e il Napoli calcio si sono tutte fuse in una sola entità. «Bravo!», ride Oscar. «La verità è che è molto difficile amare il Napoli ​e non amare Napoli-città. Ed è una città con dei comportamenti molto caratteristici. Una città anarchica, ma con una sua organizzazione: ​n​on è solo caos. Napoli ha delle cose che infastidiscono, che fanno arrabbiare moltissimo una parte di noi, perché spesso questo modo di essere è legato all’arroganza, alla prepotenza, alla legge del più forte ma,​ contemporaneamente,​ è anche legato ad una grande capacità di auto-organizzazione. Napoli è una città sempre sull’orlo dell​a catastrofe. È una città molto difficile. Non è una città per moralisti». Io trovo che i moralisti vivano male in Italia, in generale. «Certo. ​Una cosa, per loro, è giusta o sbagliata in senso​ assoluto, senza pensare al contesto. Ecco, se ragioni così, qui a Napoli ​sei finito. Ma non voglio fare un banale elogio del caos. Voglio dire che i​l caos di questa città è sempre su un crinale,​ tra la più creativa ​arte di arrangiarsi e la criminalità, tra la grandezza​ e la catastrofe».

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E qui arriviamo al primo assioma. Come diceva Seneca, i difetti sono in noi, non nelle cose. Ovvero: gli aspetti che ci infastidiscono di più nelle cose che vediamo, di riflesso, tendono a essere quelli che ci infastidiscono di più in noi stessi. Dando questo fatto per assodato, l’odio per Napoli potrebbe nascere dal fatto che, in lei, vediamo la massima rappresentazione di cos’è l’identità italiana, di cos’è l’Italia. Facciamo un esercizio. In generale, quando la gente si lamenta dell’Italia, di cosa si lamenta? Dei servizi che non funzionano, della corruzione, del caos, della mancanza di spirito civico. E dice cose come però poi ci arrangiamo, in un sistema corrotto, decadente. Napoli, da questo punto di vista, è la città più “italiana”, seguendo la visione dell’Italia relazionale, tradizionale, mediterranea. Bel clima, calore umano, posti splendidi, cibo fantastico, casino ovunque, corruzione, manutenzione degli spazi lasciata all’erosione del tempo, imprenditorialità, pigrizia, prepotenza: nel bene e nel male, stiamo parlando dell’Italia. E se volessimo trovare una città che più di ogni altra incarna queste caratteristiche, quella città sarebbe, indubbiamente, Napoli: Napoli Capitale. Oscar sorride. «Questa non te la faranno mai passare, nei media settentrionali. Il grande storico Fernand Braudel diceva che questa è la città più orientale dell’Occidente, ed è la città più occidentale d’Oriente. Si incrociano, queste due anime, in Napoli. È una sorta di paradigma: sono molto d’accordo con te. Siamo imprenditori nati, e questa cosa è molto italiana. È un concetto drammatico, nel costruire un collante civico, perché porta a un individualismo esasperato, ma dall’altra parte ti fa capire le potenzialità post-industriali di una città come questa. E di un Paese come il nostro».

È quindi proprio nell’esasperazione di questi aspetti della natura italo-mediterranea, che Napoli viene presa di mira e così universalmente odiata – sia calcisticamente che con le accezioni più legate alla cosiddetta discriminazione territoriale. Cioè, non nel suo essere diversa dall’Italia, ma nel suo essere, in un certo qual modo, troppo italiana. E nel calcio, questo ragionamento ha avuto un personaggio chiave, un personaggio dominante, un personaggio che svetta sulla storia del calcio napoletano più di ogni altro. «Certo!», risponde Oscar, Maradonista della prima ora. «Nel calcio la differenza l’ha fatta Maradona, che ha esasperato quest’odio verso Napoli. Parlo dell’humus popolare, ovviamente, perché i veri esperti di calcio lo amano. Il problema è che Maradona ha fatto diventare vincente ciò che – nella rappresentazione simbolica degli altri – poteva essere un’identità Napoletana simpatica, oppure antipatica, ma sempre perdente. Quell’identità non doveva vincere. Non doveva poter vincere. E i moralisti questa cosa non la sopportano. I moralisti sono juventini: per loro o è bianco, o è nero».

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«La discriminazione territoriale ha fatto comprendere esattamente quanto Napoli sia universalmente la squadra e la città più odiata in Italia, Perché i cori contro il Napoli sono cori contro Napoli. Noi, fuori, siamo identificati così», mi dice Massimiliano Gallo, giornalista, fondatore del sito cult per i tifosi del Napoli, il Napolista, seduto su una panchina davanti a un bar molto trendy del Vomero. «Quella norma, ora abbandonata, era praticamente una norma ad personam, perché i cori ai quali si riferiva erano praticamente solo contro Napoli. Mi pare una questione antropologica, anche razzista». Quando dico a Gallo che usare questo termine implicherebbe che il Napoletano è una razza a parte, ridendo, lui scherza, ma poi si fa serio. «Io credo che questo rapporto uno-a-uno tra città e squadra sia anche un limite. Non siamo una “razza a parte”. In questi anni ho incontrato tifosi del Napoli che non sono di Napoli, e spesso si lamentavano del fatto che sovrapponessimo, sulle pagine del Napolista, la città alla squadra. Un tifoso del Napoli che, magari, è di Parma, vorrebbe un rapporto più laico tra le due cose. Ma qui è molto difficile. Napoli, paradossalmente, ha un tifo più caloroso quando va a giocare fuori che non al San Paolo. Perché la più grande fascia di tifo noi l’abbiamo nei napoletani che non vivono qui. E sono tanti. Ma secondo me non riuscirai a sfuggire al luogo comune del tifo caloroso. Il tifo qui, in realtà, è un tifo che funziona come in altre città d’Italia: se la squadra vince e gioca bene, fa da traino al tifo. Roma, ad esempio, non è meno folle di Napoli, dal punto di vista del tifo». Eppure, c’è il famoso luogo comune del San Paolo pieno in Serie C. Massimiliano raddrizza il tiro. «Ci fu lo stadio quasi pieno, 45 mila persone, nella prima partita, contro il Cittadella. Ma poi basta. È uno stereotipo, anche quello, e Napoli procede per luoghi comuni: sia in negativo che in positivo. Questo è uno stereotipo positivo, ma, come tutti gli stereotipi, è solo parzialmente vero. Il tifo a Napoli, ormai, si è molto omologato al resto d’Italia, per quanto ci sia un rapporto simbiotico tra città e squadra che è innegabile. Ma se tu levi i 5 anni buoni anni di Maradona a Napoli, il Napoli di oggi è indubbiamente il miglior Napoli di sempre, eppure è contestato».

Undici-N7-Dobbie-Alta-190Quindi come spiegare la contestazione? Oggi il Napoli è tornata a essere una Grande, evidentemente. «Sì, e questo è successo con De Laurentiis, con Mazzarri, Benítez, e ora con Sarri. Lui non si fa amare dai suoi tifosi, ma la contestazione di oggi non ha molto senso. Napoli è una città molto permalosa, molto suscettibile – anche dal punto di vista della tifoseria. Ti dico questo: il record di spettatori al San Paolo è di un Napoli-Perugia, nell’anno del rifiuto di Paolo Rossi. Rossi rifiutò di venire al Napoli, e andò a Perugia. 89.992 spettatori paganti, per quella partita, una partita giocata di sabato, perché quella domenica ci fu il Papa, a Napoli. Noi riempimmo lo stadio per fischiare Paolo Rossi. Io penso che oggi la tifoseria del Napoli si sia “juventinizzata”. C’è un rapporto tormentato, oggi, con questa dirigenza. Perché il napoletano comunque ha un rapporto tormentato con la sua identità. Per dire, se Giletti dice che Napoli è indecorosa, qui se ne discute per quattro giorni. Non possiamo parlare per quattro giorni di Giletti! Ma Napoli è anche una città magnifica». La mia teoria, però, è proprio che Napoli, per quanto sia una bellissima città, non sia poi una città così diversa. Anzi. «È vero. C’è tanta gente, al Nord, che non è mai stata a Napoli, e non pensa nemmeno che qui ci possa essere un posto come questo, dove siamo seduti noi». E indica il bar, attorno a noi, che è un bel bar, normale, mi verrebbe da dire. Birre artigianali, aperitivo, ragazzi e ragazze che si divertono, chiacchierano e si rilassano. «Loro non pensano che a Napoli ci possa essere un posto così. Pensano che ci svegliamo con Funicolì Funicolà. Napoli è vittima del luogo comune. In questo, Sarri potrebbe riuscire in un’operazione magica. Perché il vero scontro con Benitez era basato sul fatto che ha portato – o abbia provato a portare – una mentalità anglo-sassone in una città che forse non era pronta a questo cambio, e quindi è sempre stato percepito come uno straniero. Sarri ha scelto un’altra strada, più intelligente, secondo me, sta tenendo un profilo più defilato, che per ora sta dando grandi frutti. Sì è posto in maniera umile, anche se non è una persona umile – com’è giusto che sia. È un uomo sofisticato, e molto intelligente. E poi, come calcio giocato, come manovra, il Napoli di Sarri è anche superiore a quello di Maradona. Perché il napoletano soffre molto le critiche, soffre molto quando è messo in difficoltà. Non sappiamo incassare, non sappiamo aspettare». È la permalosità. «Sì. Noi crediamo sempre di essere diversi dagli altri e, in questa diversità, sostenere in qualche modo che siamo speciali, migliori. Secondo me, invece, dovremmo riuscire sempre a fuggire dal luogo comune.

Undici-N7-Dobbie-Alta-188Anche la rivista Panenka, che era nata come una rivista di approfondimento, contro i luoghi comuni, fece un reportage su Napoli. E di cosa parlò? Della camorra, di Genny ‘a carogna, dei rifiuti, e di Maradona. Noi la criticammo molto. E poi, posso dire una cosa su Maradona? Conta che Maradona è stato la mia giovinezza. Sono stato sposato con Maradona. Ma oggi Maradona è anche un limite, per noi. Possiamo dirlo? Noi non possiamo riportare sempre tutto a Maradona. Lui, ad esempio, ha criticato Sarri. E Sarri, uomo intelligente qual è, ha detto che Maradona poteva dirgli quello che voleva, perché lui è Maradona». E infatti, dopo, Maradona ha fatto un passo indietro. Ha dimostrato la sua intelligenza mediatica. «Sarri è l’uomo che può fare il miracolo di far rientrare in sintonia la squadra con la città. Paradossalmente, poi, perché questo è un Napoli stellare».

Saluto Massimiliano, quella sera, e aspetto il mio amico Alfredo, che mi porta a cena. Il giorno dopo andrò in Curva, a vedere Napoli-Udinese. Una partita normale. La prima cosa che mi dice, quando lo vedo, è che Massimiliano mi ha portato nel bar più “milanese” di Napoli. È vero: Napoli è una vittima dei luoghi comuni. Mentre mi avvicino verso la macchina, vedo un uomo attraversare la strada, in mezzo al caos delle macchine parcheggiate in doppia e tripla fila, con gente che accosta apparentemente a caso. L’uomo ha davanti a sé un passeggino, e lo spinge, tranquillo, imponendo il suo spazio e la sua necessità di attraversare la strada sulle macchine e i motorini, come se non si accorgesse nemmeno del caos che lo circonda. Mi sembra sereno.

 

Tutte le fotografie sono di Claudio Morelli; dal numero 7 di Undici