Calcio

La Bundesliga è morta?

Vicini alla firma di Hummels, campioni di Germania per la quarta volta consecutiva: il Bayern Monaco sta affossando la Bundes?

TOPSHOT - Bayern Munich's Chilean midfielder Arturo Vidal (C) celebrates with teammates after they opened the score during the UEFA Champions League semi-final, second-leg football match between FC Bayern Munich and Atletico Madrid in Munich, southern Germany, on May 3, 2016. / AFP / Christof Stache (Photo credit should read CHRISTOF STACHE/AFP/Getty Images)

L’annuncio delle trattative che probabilmente culmineranno con la firma di Mats Hummels con il Bayern Monaco ha rafforzato un dibattito che in Germania va avanti dall’inizio della stagione. Il contributo più eclatante è stato pubblicato dal settimanale Der Spiegel, forse la più prestigiosa testata tedesca: sul suo sito, il 28 aprile, poche ore dopo che il Borussia confermasse il desiderio del centrale di trasferirsi in Baviera, il giornalista Daniel Raecke rifletteva sotto un titolo che non poteva essere più esplicito: “Hummels al Bayern. L’inizio della fine della Bundesliga”.

Dopo le partenze di Mario Götze (2013) e Robert Lewandowski (2014), la scorsa stagione il Bayern ha vinto il campionato in aprile, con dieci punti di vantaggio sui secondi in classifica, il Wolfsburg. Il Borussia di Jurgen Klopp, che negli ultimi cinque anni aveva rappresentato l’unica vera opposizione all’egemonia bavarese, non è riuscito a tenere il passo della squadra di Pep Guardiola, finendo con 33 punti di distacco e lottando fino all’ultima giornata per assicurarsi il settimo posto, l’ultimo disponibile per accedere all’Europa League. Il progetto Klopp era arrivato al termine. E il Bayern era riuscito a smontare il cuore della resistenza di quel Borussia. Ma quest’anno l’abilità tattica di Thomas Tuchel ha sortito un effetto sorprendentemente immediato, e un sentore di competitività – soltanto un sentore, appunto – tra i due club più forti di Germania è tornata in Bundesliga.

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Il quarto titolo consecutivo, festeggiato nella piccola Ingolastadt (Christof Stache/Afp/Getty Images)

«E qual è il risultato? Che il Bayern acquisterà, come sembra, Mats Hummels. Il Borussia ha la media di spettatori più alta d’Europa, giocherà la prossima edizione di Champions League e ha un nuovo progetto con prospettive molto interessanti. Ma nemmeno in questo modo è stato capace di convincere il suo capitano a continuare a Dortmund, quando il Bayern si è proposto», scrive Raecke.

Da un punto di vista spagnolo è difficile immaginare come funzionano i meccanismi di un torneo completamente soggiogato a un unico club. Il Bayern non ha il contrappeso sociale e soprattutto economico che Real Madrid e Barcellona rappresentano l’uno per l’altro. No, il Bayern è per la Germania quello che in Spagna sarebbe il risultato di una fusione tra le due. È stato sempre così da quando, con un colpo di scena tra i più importanti nella storia del calcio, venne promosso nella massima serie a metà degli anni Sessanta, e con una solida spina dorsale (Sepp Maier, Franz Beckenbauer, Gerd Müller), riuscì a ribaltare l’egemonia del Monaco 1860. Prima nei confini cittadini, poi in tutta la Repubblica Federale Tedesca. Due dei protagonisti, Beckenbauer e Müller, prima di indossare la maglia degli attuali campioni si trovarono molto vicini a firmare per il 1860. Ma non lo fecero. E con la loro decisione cambiarono per sempre il panorama del calcio tedesco.

Febbraio 2015, Bayern 8-0 Amburgo

Senza dei rivali adeguati, il Bayern è diventato il Rekordmeister, il campione senza eguali, come i media tedeschi si riferiscono al club. Rekordmeister è ormai un sinonimo, quasi un epiteto, della squadra bavarese. Lo è stato durante gli ultimi quattro decenni, in cui le differenze economiche erano grandi, ma praticamente derivanti dai ricavi del botteghino. E negli ultimi cinque anni, quando la forbice tra ricchi e meno ricchi si è aperta come una falla tettonica durante un terremoto, lo è diventato ancora di più. Non era mai successo che un club vincesse quattro Bundesliga consecutive; non era nemmeno mai successo che una squadra fosse già campione prima della trentesima giornata: nel 2013, il Bayern vinse alla ventottesima, con 20 punti di vantaggio sul Borussia, a cui soffiò anche la Champions, in finale, e la Coppa di lega, ai quarti.

Nel 2014 riuscì a superarsi, e il bagno di birra arrivò alla giornata numero 27, con 21 punti di vantaggio sulla truppa di Klopp. Come con il Paris Saint-Germain in Francia o la Juventus in Italia, l’ultimo quadriennio in Germania porta il segno di un club soltanto. Ma a differenza di ciò che accade a Parigi o Torino, il Bayern si è anche trasformato in un inquilino permanente delle semifinali di Champions: non se ne perde una dal 2011. La sua potenza economica lo rende un transatlantico del calcio mondiale: secondo la classifica di Deloitte, è la quinta squadra con più guadagni annuali, dietro soltanto a Real Madrid, Barcellona, Manchester United e Psg. «In nessun Paese, tranne la Francia, la differenza di bilancio tra il club più grande e il secondo maggiore è così ampia», mi ha detto pochi giorni fa Christoph Biermann, direttore del magazine tedesco 11Freunde.

Borussia Dortmund v FC Bayern Muenchen - UEFA Champions League Final
Jupp Heynckes festeggiato, alla vittoria della Champions League 2012/13 (Laurence Griffiths/Getty Images)

Il board del Bayern è sempre stato un sostenitore della “regola del 50+1“, quella che impedisce l’arrivo di oligarchi o sceicchi nel calcio tedesco. Fatta eccezione per Wolfsburg (di proprietà di Volkswagen) e Bayer Leverkusen (dell’omonima casa farmaceutica), tutti i club tedeschi sono di proprietà dei loro soci: un’apparente democrazia invidiata in altri luoghi, causa e conseguenza dell’importanza dei tifosi all’interno del calcio tedesco, da cui deriva la politica di regolamentazione dei prezzi e degli orari delle partite. Tuttavia non manca chi, più che un gesto egualitario, vede nell’appoggio del Bayern alla regola (conservatrice) del 50+1 un calcolato interesse. Il buon rendimento di Wolfsburg e Bayer, infatti, si spiega solo con i muscoli dei gruppi industriali che li possiedono. Inoltre è soltanto grazie a mecenati capaci di eludere il 50+1, che Hoffenheim e Lipsia (precedentemente scomparsa, come il resto della vecchia Ddr, dal primo piano calcistico) possono aggiungersi alla mappa della Bundes.

«Il futuro del campionato si presenta così: un Bayern pluricampione, che accumula un titolo dopo l’altro e per cui le 34 giornate di Bundesliga rappresentano un allenamento in vista della Champions, e poi partite come Hoffenheim-Ingolstadt, che non interessano praticamente a nessuno. E quando il Bayern rileva una certa competitività in un’altra squadra, la distrugge, comprandone i giocatori migliori. Che ne abbia bisogno o no», prevede Daniel Raecke. «Ma a un certo punto questa competizione fittizia cesserà di essere attraente. E bisognerà considerare una Superlega europea, una volta per tutte».

Settembre 2015: 5 gol in 9 minuti per Robert Lewandowski

Nessuno ha parlato così tanto di solidarietà come Uli Hoeness, un sostenitore del partito conservatore bavarese che governa il Land più ricco di Germania dal 1957, e che è appena uscito di prigione dopo una condanna per evasione fiscale. L’allora massimo dirigente del Bayern aprì il dibattito sui contratti tv nel 2013, quando condannò le “proporzioni spagnole”: «Credo che i grandi club dovranno moderarsi un po’, anche a costo di avere degli svantaggi sul piano della competitività internazionale. Il Barcellona e il Real Madrid ricevono cento milioni ogni anno in diritti televisivi. Ma pensiamo sia importante che la Bundesliga mantenga i suoi principi di solidarietà, e siamo disposti a dare il nostro contributo», proclamò subito dopo che il Bayern eliminò con sei gol di scarto il Wolfsburg dalle semifinali di Coppa. E aggiunse qualcosa di meno controverso, ma forse più eloquente: «Dovremo compensare con le sponsorizzazioni». Certo, ma il Bayern può compensare attraverso sponsorizzazioni, qualcosa invece fuori dalla portata dei suoi avversari più diretti, senza giocatori così attraenti, né una presenza fissa nelle ultimi fasi della Champions. Una cosa che già considerava, ad esempio, Horst Heldt, direttore generale dello Schalke 04: «Il Bayern è imbattibile. È sempre stato così e lo sarà sempre, anche se di tanto in tanto qualche altra squadra riuscirà a vincere un campionato. La verità è che dietro il Bayern è tutto molto equilibrato».

Il risultato, tre anni dopo, è che effettivamente non ci sono “proporzioni spagnole” in Germania. Né nel comparto televisivo, né nel palmarès. Non c’è niente di simile al duopolio spagnolo – che ultimamente sembra essere finito, per opera e grazia del Cholo Simeone – ma soltanto l’egemonia indiscussa del Bayern del molto solidale Uli Hoeness, che nel frattempo si era permesso di mettere sotto contratto la più grande star internazionale mai apparsa in Bundesliga: Pep Guardiola. Un nuovo gesto di potere che permette alla ruota finanziaria del Bayern di continuare a girare, e così velocemente da non avere nemmeno bisogno di contratti televisivi alla spagnola o di uno sceicco alla francese. Soltanto le grandi prestazioni del Borussia Dortmund, quest’anno, hanno consentito che la Bundes avesse l’aroma di una lotta a due. Eppure l’abisso che si apre dietro di loro è vertiginoso: dalla prima alla terza classificata ci sono 28 punti, uno in più di quanti ce ne sono tra la quarta e l’ultima: è questa sproporzione la più grande sfida che deve affrontare un campionato di cui apprezziamo molti valori. Valori tra i quali, ovviamente, non è compreso il curioso modo di intendere la solidarietà di Herr Hoeness, che tanti benefici porta al nuovo club, probabilmente, di Herr Hummels.

 

© Panenka
Nell'immagine in evidenza, Arturo Vidal festeggia insieme ai compagni (Christof Stache/Afp/Getty Images)