Calcio

Mercato impossibile — Vol. 2

Una nuova rubrica: il colpo di mercato che sogniamo di vedere. In questa puntata: Messi, Falcao, Balotelli.

MILAN, ITALY - MAY 11: Mario Balotelli of Inter gestures during the Serie A match between Inter and Siena at the Stadio San Siro on May 11, 2008 in Milan, Italy. (Photo by New Press/Getty Images)

E se il calciomercato non fosse retto da soldi, procure e strategie? Mercato impossibile è una nuova rubrica che parla di calciomercato visto con i nostri occhi e le nostre speranze, a metà tra realtà e fantasia.

Un marziano al Manchester City

Kazan, 16 giugno 2018. Sta iniziando il primo match del gruppo C del Campionato del Mondo: Argentina-Iran. Il numero dieci della Selección è al centro del campo. Da due anni, è possibile dare il calcio d’avvio passando il pallone all’indietro. Basta un calciatore, quindi. L’immagine è emblematica, lirica: il ragazzo che non è più tanto ragazzo (sta per compiere 31 anni) è inquadrato in primo piano. È solo. Mani ai fianchi, il piede sinistro sulla palla. Ha fatto penare un po’ tutti, prima del Mondiale. Aveva dato addio alla Nazionale nel 2016 dopo aver perso l’ennesima finale. Era Copa América, era Argentina-Cile. Non ne voleva più sapere.

Due mesi e mezzo dopo quella partita, l’offerta del Manchester City. Una roba incalcolabile, si dice superiore ai 200 milioni. Il Barcellona cede, lui vede Guardiola in un incontro segretissimo. Accetta, si tratta del più grande contratto della storia. Qualcuno sussurra 30 milioni netti l’anno. Il tecnico catalano lo schiera falso nueve dopo aver ceduto Agüero al Chelsea. È una nuova folgorazione: l’argentino incanta come e più di quanto fatto in azulgrana. Nel primo derby contro lo United di Mourinho, segna tre gol. Uno su punizione, uno con un sinistro a giro e uno al volo, su cross di De Bruyne. Il City vola, in primavera celebra il double. In Champions, però, viene sconfitto in semifinale dal Bayern Monaco, ai rigori. Appena un anno, ed ecco la rivincita più dolce: dopo un’altra stagione di dominio personale – roba da 45 gol in 34 partite di Premier e da 11 gol in Champions – e di squadra, Guardiola e i suoi arrivano alla finale di Madrid. Contro lo United, ovviamente di Mourinho. L’argentino gioca sempre al centro dell’attacco, e ruba sempre gli occhi. Un gol dal limite, un assist di tacco per il tiro da fuori di Gündoğan. Finisce 2-0, per il City è la prima Champions. L’argentino piange di gioia mentre alza la coppa, anche se ne ha già vinte quattro. Poi un commovente abbraccio con Guardiola, il papà putativo. E infine una stretta di mano con Mourinho, che l’ha aspettato a bordo campo per complimentarsi. Solo con lui, però.

Nella conferenza stampa in cui ha annunciato di aver accettato la chiamata di Bielsa, ct della Selección, il campione del City dice che la decisione è arrivata «dopo lunghe riflessioni». Ma pure che «i nuovi stimoli portati dall’avventura inglese sono stati determinanti per il ritorno in Nazionale». Mentre parla, sorride. Si capisce quanto sia emozionato. Il Clarín, il giorno dopo, ha scelto un’apertura didascalica: «El cambio de opinión de Messi». Sui social, per giorni, è stata virale l’immagine di un’edicola di Rosario, di quelle che fuori hanno l’espositore per le prime pagine. Qualcuno, con un pennarello, ha fatto un’aggiunta al titolo scrivendo sul plexiglass: «¡gracias a Dios!». (Alfonso Fasano)

 

La tigre e la Fiesole

Prima c’è stato Hamrin, poi c’è stato spazio, un po’ più passeggero, anche per Gilardino e Toni, ma se l’onda marina dei cori della Fiesole tornasse indietro e lasciasse uno spazio vuoto sul bagnasciuga degli spalti, questo avrebbe il profilo agile di un numero 9 sudamericano dalle lunghe chiome. Quanto è più simile a una danza un gol elegante se ha una coreografia di lunghi capelli a fargli da scia, quanto è più simile a un palpito se i piedi che lo siglano hanno dovuto attraversare l’oceano per metterla in rete. Kalinic è Kalinic, un misto di sorpresa e concretezza, di sostanza inattesa, forse anche insperata, ma dall’estate del 2000 la Firenze del pallone è stata come la mela a metà di Platone. Imperfetta, separata, malinconica. C’è un’altra mezza mela che rotola senza pace in giro per i campi d’Europa, ed è quella di Radamel Falcao. Attaccante di valore mondiale per 3-4 anni, poi vittima di un infortunio vigliacco e di sponsor pesanti che ne hanno decretato passaggi audaci da un top club all’altro, senza che però questi si fosse mai ricongiunto con la metà del suo talento, quella che segnava tanti gol, e straordinari.

Eppure, passate le prime frustrazioni di una ripresa dell’attività agonistica che è stata dura come una risalita di Sisifo, quella 2016/17 potrebbe essere la stagione in cui, con una preparazione adeguata e un Saturno che ha smesso di mettersi di spalle, la stella sudamericana di Falcao può finalmente tornare a risplendere. Facile, comodo, per certi versi anche romantico il pensiero di farlo a Madrid, sponda Atlético, in quella che è stata la sua casa più confortevole. Ma se davvero il destino volesse risolvere due solitudini in una, combinando un match che farebbe tremare d’invidia i polsi di Cupido, farebbe alzare la cornetta a Pantaleo Corvino per portare Radamel in viola.  In coppia con Kalinic, o come unico terminale offensivo, la Firenze lasciata a metà da 16 lunghi anni avrebbe di nuovo un sudamericano dalle lunghe chiome col 9 sulle spalle, e dal canto suo El Tigre, l’unico felino a tenere testa al carisma di un re Leone, avrebbe una piazza pronta ad amarlo come finora non è mai stato amato, nemmeno a Madrid.

Non ancora. Partirebbe in sordina, come un sospetto, magari nascosto in mezzo a una folla di borbottii e critiche: “il giocatore è finito, troppi soldi per uno che ha superato i suoi anni migliori”. Eppure non sono le circostanze, non sono le famiglie dei due sposi, con i loro trascorsi, a fare di un matrimonio un matrimonio felice. Ben diverso il discorso quando si tratta di essere pronti a prendersi cura l’uno dell’altro. Falcao ha fame di gol quanto Firenze. Al primo manca qualcuno che creda in lui come finora non ha ancora creduto nessuno, ora che è più difficile, ora che c’è meno tempo. Alla seconda manca Batistuta, ma Batistuta non tornerà, e un cuore che vuole amare non può battere per sé stesso in eterno. Probabilmente Falcao e la Fiorentina sono fatti l’uno per l’altra. C’è solo bisogno di un gesto folle, galeotto, che li unisca, che decida per loro di fare il primo passo. Perciò corri, Pantaleo. Alza il telefono. (Simone Vacatello)

La posizione del loto

Il 22 agosto, all’indomani dell’insipido zero a zero all’esordio contro il Chievo, Mancini arriva in conferenza stampa con un’espressione funerea. Si passa la mano destra tra i capelli per sistemare il ciuffo grigio. Mentre risponde alle domande sul perché delle dimissioni, alza gli occhi al cielo più di una volta, in uno sforzo estenuante per trattenere l’irritazione, e gli pare di intravedere Leonardo emergere da una specie di nebbia, scalzo e con un vestito di lino bianco. Contro il Chievo Mauro Icardi ha toccato tre palloni: una sponda per Éder, un’apertura sbagliata per Perišić, un colpo di testa molto largo su un cross di Brozović. Si è mosso male, non ha mai dato profondità, né aperto spazi per gli inserimenti dei centrocampisti. Negli spogliatoi Maurito legge un messaggio WhatsApp di Wanda:«Vámonos a Nápoles». A poco più di una settimana dalla chiusura del mercato non è facile trovare un attaccante dello stesso livello di Icardi. Leonardo, ormai calato nel ruolo di traghettatore, pensa di lanciare il primavera Pinamonti, immagina schemi e movimenti da far assimilare al ragazzino. Ha la pazza idea di Perišić falso nueve. Stende il materassino in lattice, si mette nella posizione del loto e inizia a meditare. Dopo due ore ha un’illuminazione. Chiama Moratti. Chiama Tohir. Chiama Ausilio.

Mario arriva in Lamborghini Aventador. La parcheggia in doppia fila in una traversa di Corso Vittorio Emanuele. Al suo ritorno, c’è un capannello di curiosi attorno al bolide nero. Le foto di Balotelli vicino alla sede dei nerazzurri vengono twittate il 30 agosto, alle undici e cinquanta. L’hashtag #NoBalotelli diventa di tendenza già dopo mezz’ora. Quando arriva il comunicato ufficiale dell’Inter, la bufera è già iniziata. Balotelli esordisce alla quarta giornata, contro la Juve. Dopo mezz’ora si becca un cartellino rosso per una gomitata a Chiellini. «Ci risiamo», titola la Gazzetta. Il giorno dopo, quando Leonardo arriva a casa di Balotelli, lo trova spalmato sul divano a giocare a Fifa 17. Leo spegne la PS4 con un gesto gentile e secco allo stesso tempo. Sorridendogli, si sfila la sacca a tracolla, estrae il materassino in lattice e lo srotola tra il divano e lo schermo UltraHD da 85 pollici. L’allenatore brasiliano si mette a gambe incrociate e, senza smettere di sorridere, fa posto a Mario sul materassino. Gli mette una mano sul petto per insegnargli la respirazione. Quando mi sveglio, ho la fronte sudata. Vado in bagno a sciacquarmi la faccia. Mi guardo allo specchio, faccio un passo indietro per vedere meglio la maglia xxl con la caricatura di Balotelli che ho comprato qualche anno fa in un negozio cinese dietro casa e che uso come pigiama. Srotolo il materassino a pois che la mia fidanzata ha preso da Tiger. Provo anch’io il fiore di loto, ma non ci riesco. Devo ripiegare sul mezzo loto, la posizione più sfigata: sarebbe perfetta, se non fosse che una parte di te non ce la fa, e ti tocca accontentarti. Mario, ma tu ci riusciresti a fare il fiore di loto? (Sebastiano Iannizzoto)


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