Calcio

Il Chelsea e i prestiti

Modo per aiutare la crescita dei giocatori o stratagemma per nasconderne i limiti? L'esempio del Chelsea, che quest'anno ne ha prestati ben 38.

WATFORD, ENGLAND - AUGUST 20: Diego Costa of Chelsea celebrates scoring his sides second goal with his team mates during the Premier League match between Watford and Chelsea at Vicarage Road on August 20, 2016 in Watford, England. (Photo by Steve Bardens/Getty Images)

Sono trentotto giocatori sparsi in otto nazioni e in quattordici leghe differenti. La maggior parte sono giovani, diciotto hanno meno di ventun anni. Sono tutti di proprietà del Chelsea, ma molti non hanno giocato nemmeno un minuto con la maglia dei Blues, e così sono stati prestati altrove. Il numero è in costante aumento: dai 26 del 2013 si è passati ai 33 dell’anno seguente, fino agli attuali 38. L’elenco è notevole e comprende nomi più o meno noti: si passa da Christian Atsu, attualmente al Newcastle, a Patrick James Bamford, attaccante in prestito al Burnley; ci sono anche esempi in Serie A, come lo juventino Cuadrado e il milanista Mario Pasalic.

Generalmente, il prestito consiste in una strategia mirata alla crescita del calciatore: preservarne le doti, consentendogli di giocare con regolarità e accumulare esperienza altrove, per poi fare ritorno alla base una volta raggiunta la maturità calcistica. Una filosofia che Michael Emenalo, direttore tecnico del Chelsea, assicura sia il fine di ogni mossa decisa dai vertici di Stamford Bridge: «Non ci interessa recuperare i soldi spesi, guardiamo solo alla crescita dei nostri giocatori». Ma, in un senso più negativo, il prestito si è rivelato uno strumento efficace per parcheggiare giocatori in esubero, riducendo il monte ingaggi della rosa e, per usare un’espressione dell’ex attaccante e procuratore Colin Gordon, «per nascondere la polvere sotto il tappeto». Come sostiene Gordon, «spesso i prestiti servono a mascherare operazioni di mercato sbagliate. Così, impossibilitati a recuperare il denaro speso, ricorrono al prestito».

MOSCOW - OCTOBER 19: Gael Kakuta of Chelsea in action during the UEFA Champions League Group F match between Spartak Moscow and Chelsea at the Luzhniki Stadium on October 19, 2010 in Moscow, Russia. (Photo by Michael Regan/Getty Images)
Gael Kakuta con la maglia del Chelsea, nel 2010 (Michael Regan/Getty Images)

A ben vedere, nel caso specifico del Chelsea, la strategia di crescita di un calciatore prestato a un'altra società ha avuto ben pochi esempi vincenti. Il più lampante è quello di Thibaut Courtois, ingaggiato nel 2011 e girato all’Atlético Madrid, dove è rimasto per tre anni. Ma la maggior parte dei casi racconta di storie diverse da quella del portiere belga. Sintomatiche le esperienze di Liam Bridcutt, Patrick van Aanholt e Gael Kakuta. Il primo, cresciuto nell’Academy, non è mai sceso in campo nel corso dei suoi tre anni di permanenza, passando dallo Yeovil Town al Watford, dallo Stockport al Brighton fino al Leeds, oggi proprietario del cartellino. Kakuta, invece, ha giocato appena 16 partite dal 2008 al 2015, trascorrendo la maggior parte dei suoi sette anni di contratto al Fulham, al Bolton, al Djone, al Vitesse, alla Lazio e al Rayo Vallecano. È stato poi comprato dal Siviglia, che ha versato nelle casse dei Blues 6 milioni di euro. Patrick van Aanholt è arrivato dall’Under18 nel 2009 e ha collezionato la miseria di 8 apparizioni, trascorrendo cinque stagioni tra Coventry City, Newcastle, Leicester, Wigan e Vitesse, prima della cessione al Sunderland nel 2014 per 2 milioni di euro. In questa lista degli indesiderati, vanno inclusi anche Thorgan Hazard, prelevato nel 2012 e passato dallo Zulte Waregem al Borussia Mönchengladbach, che lo ha acquistato nel 2015 per 8 milioni, e Kevin De Bruyne. Ingaggiato dal Genk nel 2012, ha disputato il primo anno in prestito alla formazione belga, poi è finito in Germania, al Werder Brema. Nel 2012, dopo 9 presenze e un gol, si è trasferito al Wolsfburg per 22 milioni di euro. E poi ancora i casi di Bertrand, Chalobah e del nostro Borini, acquistato dall’U19 del Bologna nel 2007 e finito per girovagare tra Italia e Inghilterra.

LONDON, ENGLAND - AUGUST 21: Romelu Lukaku of Chelsea holds off the challenge from Ron Vlaar of Aston Villa during the Barclays Premier League match between Chelsea and Aston Villa at Stamford Bridge on August 21, 2013 in London, England. (Photo by Scott Heavey/Getty Images)
Romelu Lukaku contro Ron Vlaar, in un Chelsea-Aston Villa del 2013 (Scott Heavey/Getty Images)

Alcuni degli esempi precedenti riguardano giocatori cresciuti nell'Academy dei Blues, ma il ricorso sistematico al prestito avviene anche in presenza di grossi investimenti. Come nel caso di Romelu Lukaku, prelevato dall'Anderlecht per 22 milioni di euro e in campo con il Chelsea per appena 15 partite: al prestito al West Bromwich (una stagione importante da 17 gol) non è seguita una permanenza stabile a Stamford Bridge, con il successivo prestito e poi la cessione a titolo definitivo all'Everton. Oppure Mohammed Salah, 19 partite e 2 gol in due anni, a fronte di un investimento di 15 milioni di euro. La sua esplosione è avvenuta lontano da Londra, prima alla Fiorentina, poi alla Roma, che lo ha acquistato a titolo definitivo per 23 milioni di euro. Se con Lukaku e Salah il Chelsea è riuscito a ottenere, a fronte di un fallimento sportivo, una plusvalenza economica, nella maggior parte dei casi questo non avviene. Nel 2012 i Blues hanno acquistato Marko Marin per 13 milioni, ma il tedesco, complice continui problemi muscolari, è sceso in campo appena 16 volte. È poi iniziata una trafila di continui prestiti, fino all’attuale sistemazione all’Olympiacos che lo ha pagato appena 3 milioni di euro. Marin è l’esempio perfetto di quello che un prestito non dovrebbe mai comportare: la cessione di un calciatore a una cifra molto inferiore di quella spesa per ingaggiarlo.

Gli effetti poco proficui di questa strategia sono stati ben illustrati da Lucas Piazón, oggi al Fulham, al quinto prestito personale dopo appena tre apparizioni con il Chelsea, che ha così detto al Daily Mail: «Sono stufo di cambiare maglia ogni anno, vorrei trovare una sistemazione dove poter giocare per più di una stagione. Spostarsi in continuazione non agevola la crescita di cui ha bisogno un ragazzo di 22 anni come me».

 

Nell'immagine in evidenza, i giocatori del Chelsea festeggiano un goal nella sfida di Premier League contro il Watford nel 2016 (Steve Bardens/Getty Images)


{