Calcio

La modernità di Paolo Poggi

Una chiacchierata con l'ex giocatore dell'Udinese, che per certi versi ha predetto il concetto dell'attaccante odierno.

Quando incontro Paolo Poggi, sotto un sole che si trasformerà prima in nuvole e poi in pioggerellina, uno dei primi nomi che menziona è Kennet Andersson. Lo dice citandolo come il prototipo dell’attaccante strutturato, quello che incarna al meglio la cifra espressiva della Serie A degli anni Novanta: un gioco meno veloce, legato all’estro dei singoli, e disposizioni in campo più rigide. In una parola: monolitico, come doveva apparire il centravanti svedese ai difensori avversari. Oggi i Kennet Andersson, che vent’anni fa qualsiasi squadra dovevano avere in organico, sono sempre più rari, e quelli che ci sono hanno una tecnica di base superiore a quella dei loro alter ego del passato. L’evoluzione ha premiato altri giocatori, e uno come Paolo Poggi potrebbe c’entrare benissimo con la Serie A del 2016.

Il perché, indirettamente, me lo spiega proprio lui. Non è cambiato l’attaccante, dice, ma gli altri ruoli: «Prima i centrocampisti erano o di rottura o di impostazione, ora devono essere bravi in tutto. E anche il difensore deve sapersela cavare tecnicamente, e non può esisterne uno lento come in passato». Ma in un contesto simile, contro avversari simili, la selezione naturale ha premiato l’attaccante simil-Poggi. Che, per descriversi, ha utilizzato queste parole: «Uno che corre tanto e che si mette a disposizione di tutti».

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Paolo Poggi con la maglia del Bari nel 2001, mentre duella con Bolano del Parma

La modernità di Paolo Poggi sta nell’aver compreso prima di altri che anche l’attaccante poteva fare della corsa il suo punto di forza, e che il movimento potesse essere determinante come la potenza fisica o l’istinto di metterla sempre dentro. Una modernità che è stata esaltata all’Udinese da Alberto Zaccheroni, un altro che ha precorso i tempi: «Aveva creato situazioni di gioco che erano imprevedibili – ricorda Poggi –. Non erano le cose che facevamo a essere diverse, ma il modo: sistematicamente e alla massima velocità». Ai due attaccanti esterni Zac aveva insegnato un movimento preciso: «Lui insisteva sempre con la virgola, la virgola. Io e Amoroso giocavamo larghi con Oliver (Bierhoff, ndr) in mezzo. A noi Zaccheroni chiedeva di rientrare all’interno del campo per andare a prendere palla dietro a Oliver, con un movimento, appunto, a virgola».

Il 3-4-3, che poi sarebbe diventato il manifesto del gioco di Zaccheroni e che avrebbe esaltato le caratteristiche degli attaccanti di quell’Udinese, nacque per caso. Valerio Bertotto lo ha ricordato così: «Nel marzo 1997 giocavamo a Torino contro la Juventus prima in classifica. Dopo quattro minuti Genaux, il quarto difensore di destra, si fece espellere. Sembrava dovessimo andare incontro a una sonora sconfitta. Zaccheroni, invece, si dimostrò coraggioso, e pur in inferiorità numerica lasciò la difesa a tre». Amoroso due volte e Bierhoff firmarono il 3-0 finale, con la Juve che sbagliò addirittura due rigori con Vieri e Zidane. Una prova talmente convincente che, sette giorni dopo, Zaccheroni riprese l’idea del 3-4-3 e la sua Udinese vinse 2-0 a Parma, seconda in classifica. Quando spiegò la sua scelta, il tecnico si limitò a dire: «Mi dispiaceva lasciare fuori qualcuno di quelli che avevano vinto contro la Juve».

La prima volta del 3-4-3 di Zaccheroni, contro la Juventus nel 1997

Fu una mossa semplicissima, eppure decisiva per il cambio di passo della squadra: dopo il decimo posto del primo anno, l’Udinese nel 1996/97 rimontò svariate posizioni nel girone di ritorno e chiuse quinta. «Zaccheroni ha avuto sicuramente un’impronta decisiva nel mio percorso calcistico», dice Poggi. «Anche ora, quando sto in campo con i ragazzini della scuola calcio, se vedo certe situazioni mi vengono ancora in mente le sue parole. O mi ha rotto tanto le palle che non riesco a levarmele dalla testa… o erano davvero utili». Quando invece ricorda i suoi compagni di reparto, Poggi lo fa con un misto di ammirazione e divertimento: «Bierhoff era come se giocasse con le mani. Aveva dei tempi di gioco e un’intelligenza tattica superiore alla media. Amoroso era il classico fuoriclasse. Quando capì che alla sua imprevedibilità andavano abbinate anche le nozioni tattiche, diventò imprendibile». Un tridente da 80 gol in due stagioni.

La seconda fu la migliore del ciclo Zaccheroni: terzo posto, dietro solo Juventus e Inter, e titolo capocannonieri vinto da Oliver Bierhoff con 27 gol. Di quell’anno, Poggi ricorda soprattutto l’esperienza in Coppa Uefa. «Contro il Widzew Lodz giocammo la partita perfetta. Dopo aver perso all’andata 1-0, vincemmo al Friuli 3-0. Dopo sei minuti vincevamo già 2-0, una di quelle partite dove ti succede di non sbagliare niente». Il cammino dell’Udinese si interruppe ai sedicesimi contro l’Ajax, che solamente un anno e mezzo prima era stato finalista di Champions League. La vittoria per 2-1 al ritorno non bastò dopo lo 0-1 in terra d’Olanda: «Ma ricordo con emozione il gol di quella sera, per tutta l’atmosfera che c’era».

Udinese-Ajax, Coppa Uefa 1997: di Paolo Poggi il primo gol

La stagione successiva Zaccheroni e Bierhoff salutano e vanno al Milan, dove vincono il campionato. Ma a Udine Poggi e compagni, allenati da Guidolin, continuano a divertirsi, ed è ancora uno di loro, stavolta Amoroso, a vincere la classifica marcatori (22 centri). Anche se l’epilogo della stagione ha un sapore agrodolce: «Era il primo anno che in Champions ci andavano in quattro. Alla penultima di campionato giocavamo in casa contro il Perugia: se avessimo vinto, saremmo arrivati matematicamente quarti. Invece perdemmo. Sarebbe stato bello giocare la Champions con quella squadra». Il Parma la spuntò per un solo punto di vantaggio, mentre l’Udinese giocò lo spareggio per andare in Coppa Uefa contro la Juventus. Dopo lo 0-0 di Udine, l’1-1 al Delle Alpi premiò i friulani. Il gol decisivo lo segnò proprio Poggi, con una sforbiciata di sinistro.

Il gol di Poggi nello spareggio contro la Juventus nel 1999

Già, i gol. Certo, c’era la corsa, come detto, ma a questa si accompagnava sempre una grande capacità di lettura del gioco. Se il benchmark del gol di Poggi è l’inserimento nello spazio, sprintando da sinistra e muovendosi verso l’area di rigore (questo contro il Cagliari è molto bello perché il dribbling è incorporato nel primo controllo, e il difensore fa una figuraccia), la sua intelligenza all’interno del campo si vede a difesa schierata. Qui contro il Napoli nel 1997, per esempio. Su un lancio lungo da dietro scatta non appena la palla viene lanciata in avanti, anche se è indirizzata verso Bierhoff: ma con quella scelta Poggi guadagna una quindicina di metri sul suo marcatore, rimasto imbambolato, così quando Bierhoff fa da sponda verso l’area di rigore è lui il più rapido ad arrivare sul pallone e a concludere di sinistro in rete.

Minuto 2.33

Nel 4-2 contro la Roma del 1998 segna un gol che lascia intendere come la sua corsa non sia una qualità soltanto fisica, ma anche cerebrale: sfrutta benissimo il timing del lancio del compagno e con il movimento taglia fuori la difesa avversaria (sì, c’era Zeman sulla panchina dei giallorossi) e batte Konsel con un pallonetto.

Il gol del momentaneo 3-2

È uno dei gol dove meglio si apprezzano le qualità tecniche di Poggi. Anche se, chiedendogli qual è stato il gol più bello in carriera, sceglie uno all’Olimpico contro la Lazio, una gran botta al volo dalla distanza contro la Lazio. «La classica cosa che non risuccede più… e infatti non è mai più risuccessa».

Minuto 0.04

A metà della stagione 1999/2000, Poggi va via da Udine. «Non è stata una mia scelta. All’Udinese c’erano un allenatore e un ds che avevano deciso che potevano ricavare gli ultimi soldi da una mia vendita. Anche se mi hanno dato la possibilità di andare alla Roma, di giocare in un top club, di guadagnare di più». Lo vuole con sé Fabio Capello, che lo aveva cercato già da allenatore del Milan: «Non era stato facile dire di no al Milan, peraltro io sono anche un simpatizzante. Però poco prima mi ero accordato con Pozzo sul rinnovo del contratto, e andarmene mi sembrava una carognata».

Sull'Udinese di oggi, Poggi dice: «Sincermaente non è facile spiegare perché sta attraversando queste difficoltà. Posso imaginare che tante attenzioni siano state rivolte un po' al Watford, un po' al nuovo stadio. Poi, è inevitabile che ci siano state scelte sbagliate dal punto di vista tecnico. Ma il modello Sanchez, per chiamarlo così, è ancora attuabile, a patto che sia fatto con ancora più attenzione. Prima si prendeva un ragazzo a 17 anni, ora lo devi prendere ancora prima, a 14, a 15 anni. Ma è il bello dello scouting, e in questo l'Udinese non è seconda a nessuno».

Quando arriva a Roma, la Roma è già Francesco Totti. E fa effetto, quasi vent’anni dopo, parlarne ancora. «La sensazione è che uno non può prescindere dall’altro. Francesco è la Roma e lo sarà sempre, anche quando smetterà di giocare, perché non ci sarà nessun altro al suo posto. Oggi sta gestendo la sua età con intelligenza e saggezza, perché accetta di non giocare e va in campo solo quando deve risolvere». In giallorosso, però, le cose non vanno per il verso giusto, e Poggi termina la sua esperienza senza nemmeno un gol. «Ho cannato io. E non so dire perché, forse non era il contesto giusto. Però la responsabilità è stata solo mia, la società e l’allenatore mi avevano dato la possibilità di esprimermi al massimo. Di Capello ricordo una cultura straordinaria, non solo sportiva, e poi una capacità di trasmettere il suo essere vincente. Tra l’altro diede una svolta all’organizzazione della società, facendo di Trigoria un centro sportivo d’eccellenza. Quando arrivai io era trascurato, e nel giro di sei mesi Capello stravolse tutto, e fece capire che serviva anche quello per vincere». E infatti si vince lo scudetto: di quella cavalcata Poggi vive però solo i primi sei mesi, per poi trasferirsi a gennaio al Bari. «Non ho rimpianti di aver lasciato Roma, non potevo star là senza giocare. Volevo una squadra dove potessi scendere in campo». Nonostante la retrocessione in B, lascia una traccia significativa segnando il gol della vittoria a tempo scaduto nel derby contro il Lecce.

Minuto 0.27

L’ultima stagione giocata per intero in Serie A è a Piacenza, nel 2001/02 (in massima serie seguirà soltanto una breve ma dimenticabile parentesi ad Ancona). In Emilia realizza il gol che ancora oggi è il più veloce nella storia della Serie A: è il 2 dicembre 2001 e lo segna alla Fiorentina, dopo otto secondi dal calcio d’inizio. «Non soffrii il fatto di passare così rapidamente dalla prima in classifica a squadre in lotta per la salvezza. A Roma mi resi conto dei miei limiti, esistono classifiche, livelli. Io ho accettato il fatto di non essere riuscito a impormi in una squadra top, ma potevo essere utilissimo in qualsiasi altra squadra. Il Piacenza di quell’anno era una squadra interessante, c’erano Hubner, Di Francesco, Matuzalem, Gautieri, Caccia, Volpi». E poi un giovanissimo Amauri: «Gli ho visto fare cose pazzesche in allenamento, mi aveva impressionato molto dal punto di vista tecnico. Nelle partitelle era devastante, purtroppo non riusciva mai a tenere quel rendimento in campo la domenica».

Il gol più veloce nella storia della Serie A

Gli ultimi anni di carriera di Poggi si dividono tra Mantova e Venezia, la sua città natale e ultima squadra prima del ritiro, nel 2009. Con il Mantova conquista la promozione in Serie B nel 2005, che ai lombardi mancava da 32 anni. «Giocare gli ultimi anni in B o in C, come accaduto anche a Mantova, non è stato un problema, ma frutto di un ragionamento: ho 32-33 anni, il massimo l’ho fatto, ha più senso fare una categoria inferiore in una squadra ambiziosa che ti permette di vincere. Per me, con la carriera brevissima che ha a disposizione un calciatore, ha molto più senso che scelga squadre dove può lasciare qualcosa, altrimenti fai 15 anni di carriera e nessuno si ricorda di te. Per me era importante fare scelte dove poter lasciare un’impronta».


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