Il Beitar Gerusalemme e il razzismo, in un film

Si intitola "Forever Pure" e parla della violenta e xenofoba tifoseria israeliana, che nel 2013 insorse contro l'acquisto di due giocatori musulmani.
di Redazione Undici 05 Dicembre 2016 alle 17:38

Sin dalla sua fondazione, nel 1936, il Beitar Gerusalemme ha avuto una forte connotazione politica: nato come espressione sportiva del movimento nazionalista israeliano, e più in particolare del Partito revisionista sionista, negli anni il seguito dei tifosi si è compattato attorno a posizioni conservatrici, qualora non apertamente estremiste. Non è insolito udire cori dei tifosi del Beitar inneggiare apertamente al razzismo (come «Siamo la squadra più razzista del Paese»), in particolare in funzione anti-araba e anti-palestinese.

Forever Pure, un docufilm diretto da Maya Zinshtein e presentato nel 2016 a vari film festival come quelli di Toronto e Zurigo, trae ispirazione per il titolo proprio da uno striscione esposto dai tifosi del Beitar: la “purezza”, secondo i supporter della squadra sei volte campione d’Israele, starebbe in una “verginità ebraica”, di squadra «fieramente ebrea in un Paese ebreo». È proprio su questo che insiste il focus del film: il clima da ordalia etnica propugnato dai tifosi del Beitar, e in particolare dalla frangia estremista “La Familia”, che ha avuto il suo culmine quando, nel 2013, la società acquistò due giocatori ceceni di fede musulmana: Dzhabrail Kadiyev e Zaur Sadayev.

Il teaser di Forever Pure

In una tifoseria che si vantava di avere in squadra quasi esclusivamente giocatori ebrei, per la maggior parte praticanti, l’ingaggio dei due musulmani fu visto come un affronto. Come spiegato da un tifoso: «Un giocatore che arriva all’allenamento e posa la sua maglia con il simbolo della Menorah sul pavimento, come fosse un tappeto da preghiera musulmano, offende i tifosi che sono cresciuti con questo club». Sin dall’inizio, la situazione è sfuggita di mano. Gli ultras del Beitar hanno contestato duramente la società e i due nuovi arrivi: «Sono musulmani, non giocatori», insultandoli a ogni occasione, anche durante le sessioni di allenamento. Il momento di maggior tensione accadde il 3 marzo 2013, nella partita contro il Maccabi Netanya: Sadayev segnò il suo primo (e unico) gol con la maglia del Beitar, ma gli ultras, anziché esultare per il vantaggio, ripresero a contestare. Subito dopo, molti di loro decisero, tra lo sconcerto generale, di abbandonare lo stadio.

I due giocatori musulmani lasciarono il Beitar poco dopo, considerata l’impossibilità di poter giocare a calcio serenamente. Il problema razzismo, però, è ancora preminente. Nello scorso luglio 56 persone, vicine al gruppo ultras de “La Familia”, furono arrestate dalla polizia israeliana perché coinvolte in episodi di violenza: furono sequestrati centinaia di petardi, lacrimogeni, granate rudimentali trovati in loro possesso.

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