Calcio

Ronaldo IV

Il quarto Pallone d'Oro del portoghese coincide con una diversa consapevolezza di CR7: più uomo squadra, meno ossessionato dai personalismi.

Portugal's forward Cristiano Ronaldo celebrates after scoring a goal during the WC 2018 football qualification match between Portugal and Andorra at the Municipal de Arouca stadium in Aveiro on October 7, 2016. / AFP / PATRICIA DE MELO MOREIRA (Photo credit should read PATRICIA DE MELO MOREIRA/AFP/Getty Images)

«SIIIIIIMMMMM». Stavolta l'ha solo scritto sui suoi account social, non urlato, visto che al momento della premiazione Ronaldo si trovava in Giappone, dove il Real Madrid disputerà il Mondiale per club. Quel «sì» Ronaldo ce l'aveva in bozze da giorni: il suo quarto Pallone d'Oro, dopo quelli del 2008, 2013 e 2014, era anche il più scontato. Nonostante, come fatto notare da Espn, il suo score realizzativo a livello di club nel 2016 sia stato il più basso dal 2009: 38 gol in 41 partite (che diventano 51 in 54 contando i match con la Nazionale). Negli ultimi cinque anni, con il Real, Ronaldo ha sempre superato quota 50 reti (lo scorso anno, per esempio, erano stati 54). C'entrano molte partite saltate per problemi fisici, ma anche la consapevolezza di un nuovo Ronaldo: più uomo squadra, meno recordman ossessivo. In estate, dopo la vittoria degli Europei, aveva detto: «Questa stagione è stata la migliore della mia carriera, ho vinto due grandi titoli con il mio club e il mio Paese, perciò è stato qualcosa di unico… I premi individuali non sono tutto, vincere il Pallone d'Oro non è qualcosa che mi assilla».

I trionfi di squadra, soprattutto l'Europeo francese vinto a sorpresa, hanno plasmato la nuova forma mentis ronaldiana: il gruppo prima del singolo. Non che certi comportamenti da giocatore che accentra tutto su di sé siano spariti — non è molto lontana nel tempo l'esplicita stizza per la sostituzione contro il Las Palmas, quando si era impuntato di fare gol a tutti i costi senza riuscirci — ma nella visione del CR7 2016 è possibile, anzi legittimo, giocare maluccio e non incidere, purché alla fine la squadra riesca nell'intento. Nelle due finali disputate e vinte, quella di Champions e quella di Euro 2016, Ronaldo ha combinato poco, anzi, per la schiera degli iper-critici è stato completamente assente. Condizionato dalla scarsa forma fisica — che, nella finale di Parigi, lo ha messo ko prima del tempo. Però il portoghese ha sacrificato la sua frustrazione sull'altare del bene collettivo, e il modo in cui ha vissuto le fasi decisive della finale contro la Francia, in un'ordinaria tuta davanti alla panchina, danno il senso di una leadership che non si nutre più di un ego smisurato e perfettino, ma che si afferma in una logica di condivisione.

Real Madrid CF v VfL Wolfsburg - UEFA Champions League Quarter Final: Second Leg

Allucinazioni

Alla fine del 2015, Ronaldo è ancora imprigionato in una competizione one-to-one: Lionel Messi, certo, ma anche Rafa Benítez. La capitolazione, doppia, arriva nella serataccia contro il Barcellona dello scorso novembre, quando il Madrid perde in casa 4-0. Messi gioca solo l'ultima mezzora, anzi è quasi un comprimario nella goleada dei blaugrana, mentre Ronaldo, quello che calcia solo una volta in porta in tutta la partita, è il grande sconfitto. I giornali spagnoli parlano di un duro confronto con Pérez: Cristiano vuole che Benítez vada via al più presto. Mesi dopo, CR7 parlerà in modo più chiaro del pessimo rapporto avuto con l'ex tecnico del Napoli — che, tra parentesi, aveva subito cominciato con il piede sbagliato, sfidandolo sul piano della leadership («Non so se è il migliore che abbia mai allenato», disse agli inizi della sua avventura da tecnico madridista). Ma è sui metodi che lo scontro con Benítez si fa insostenibile: «Si può sempre imparare dagli allenatori. Ma ci sono cose che nessuno ti può insegnare: o ce l’hai o non ce l’hai. Mi diceva come calciare il pallone, dribblare… Cosa dovevo rispondergli?».

Nella mente di Ronaldo, le vittorie, così come le sconfitte, ricascano in gran parte sulla sua immagine. Perciò, anche quando arriva Zidane, che impronta il rapporto a un reciproco rispetto, il portoghese non dimentica l'umiliazione del novembre precedente, e al ritorno al Camp Nou sa che in palio c'è molto di più dei tre punti. Lo sa anche tutto il Real, nonostante a quella partita le merengues arrivino con ben dieci punti di distacco dal Barça: è una Liga chiusa, anche se la classifica finale dirà che i catalani la spunteranno per un solo punto. Nel momento in cui, a cinque minuti dalla fine, il portoghese segna il gol del definitivo 2-1, gran parte della sua allucinazione di rivincita si sgretola, ed è una nuova partenza.

Titanismi

Quattro giorni dopo il successo al Camp Nou, però, il Real Madrid perde 2-0 a Wolfsburg nell'andata dei quarti di finale di Champions League. A oggi, è l'ultima sconfitta patita dalle merengues, ma in quel momento nessuno, a partire da Zidane, sa di essere all'inizio di un'impressionante striscia di risultati utili consecutivi. Quello visto in Germania è il peggior Real della stagione, che fa il paio con quello affondato al Bernabéu dal Barcellona, e in molti — considerate anche le prove non eccezionali contro la Roma nel turno precedente — preannunciano scenari apocalittici nella stagione a venire. Ronaldo, come ovvio, è uno dei nodi della questione: è stanco? Stufo? Scarico? Le prestazioni a suon di gol (tra marzo e aprile, in Liga, segna nove gol in sette partite) diventano poco significative a fronte di una resa antipatica, senza condizioni. È il momento in cui di Ronaldo si torna a dubitare, a immaginarne futuri distanti da Madrid.

Il fatto che sia Ronaldo, da solo, a concretizzare al Bernabéu la rimonta madridista, appartiene pienamente alla sfera da campionissimo — da Pallone d'Oro, appunto — più che all'esasperata ricerca della gloria personale, dannosa in appuntamenti del genere. Sarà, grossomodo, quello che succederà mesi più avanti in campionato, con la vittoria del Real Madrid per 3-0 nel derby contro l'Atlético: la tripletta di Ronaldo è uno dei momenti della carriera che certifica la grandezza del giocatore. La prestazione del Calderón è la riprova, quanto mai necessaria per la nuova versione del portoghese, che nel flusso incontrollato delle partite sono poche le occasioni che fanno la differenza. CR7 aveva segnato una tripletta appena tre settimane prima, contro l'Alavés, ma è nel complicato derby che l'urgenza del campione si ritaglia un posto preminente. Dove i titanismi sono incoraggiati.

Limiti

Ad aprile, Ronaldo salta l'andata delle semifinali di Champions contro il Manchester City più due partite di campionato. Tormenti fisici che lo perseguitano anche a pochi giorni dalla finale di Milano contro l'Atlético Madrid: tutti sanno che giocherà, ma si sa anche che il portoghese non è al top della condizione. L'abnegazione è un tratto distintivo che è sempre appartenuto al portoghese: la voglia di primeggiare, nella testa e nella costruzione del personaggio, passa soprattutto da qui. Rimanere ad allenarsi mentre tutti i compagni sono andati via, sudare in palestra mentre gli altri sono in vacanza, puntare la sveglia all'alba per improbabili corse mattutine: sono elementi narrativi che appartengono da sempre all'universo di Cristiano, e che contribuiscono a ricavare l'immagine di atleta-robot che lui stesso alimenta.

Real Madrid v Atletico de Madrid - UEFA Champions League Final

A 31 anni, però, i contraccolpi fisici cominciano a creare piccole crepe nella linearità dell'atleta: il Ronaldo che vuole tutto, che ottiene tutto, che fagocita tutto, diventa un concetto superato perché insostenibile. La testardaggine di voler giocare tutte le partite, anche quelle più inutili, anche quelle che meno incidono nell'autoaffermazione del personaggio, deve lasciare spazio a un Ronaldo più maturo, a una versione più ponderata della precedente: «È terribile non presentarsi al top a una finale di Champions. So che è colpa mia perché mi piace giocare sempre. Devo imparare a dosare le energie e a fermarmi due-tre partite. Prometto che con gli anni lo farò».

È un momento di crescita importante. Ronaldo prende coscienza dei propri limiti e c'è un momento, nella finale di Milano, in cui li avvertirà tutti, piombati sulla sua testa fino a pervadere l'intero corpo: si appoggia con le braccia a uno dei pali difesi da Oblak, le gambe tese all'indietro, per un rapido e improvvisato stretching. Il viso contratto in una smorfia tra il sofferente e l'angustiato, i denti digrignati e lo sguardo perso in una dimensione che sente distante. Ancora oggi, è uno dei limiti di Ronaldo: quando perde il controllo di sé, perde l'intero controllo della situazione. Da lì finirà per scomparire nel corso degli eventi di quella notte milanese, eppure, nel momento apicale della finale, rieccolo lì, la sua posa classica, le gambe divaricate, la palla sul dischetto, undici metri lontano dalla gloria. L'urlo, la maglia sfilata via, i muscoli contratti, Ronaldo ha appena trovato una nuova via per essere decisivo.

Traguardi

Sarà un insegnamento che gli servirà tantissimo agli Europei, anche se per quasi tutto il torneo il suo atteggiamento e la percezione tutt'intorno sono diversi: le prime due deludenti uscite del Portogallo (contro Islanda e Austria, dove sbaglia pure un rigore) scatenano una mitragliata di interrogativi, su quanto Ronaldo possa “fare il Ronaldo” quando il contesto attorno a lui non è esattamente quello di cui gode a livello di club. Tanto più che, mentre il madridista annaspa, dall'altra parte dell'Oceano Lionel Messi sta furoreggiando con la sua Albiceleste, proprio il giocatore che più di tutti era abituato a incassare le critiche per le dubbie prestazioni in Nazionale. Il nervosismo di Ronaldo si condensa in un gesto, rapido e marginale, che però racchiude più significati di quanti ne abbia: il lancio nel lago del microfono alla sgradita domanda di un giornalista.

La scenetta attira più risolini che domande su quello che passa per la testa di Ronaldo in quel momento: l'insofferenza per la prospettiva del fallimento — soprattutto ora, che si rende conto che le occasioni di vincere qualcosa con il Portogallo si assottigliano sempre di più — diventa sempre più frequente, nitida, a tratti surreale. La quantità sovrabbondante di meme durante gli Europei nasce e si consolida proprio in questo, e attinge all'eccentrica teatralità del portoghese, troppo competitivo per poterla dissimulare. È tale anche quando Ronaldo comincia a fare sul serio: la doppietta e l'assist contro l'Ungheria permette ai portoghesi di qualificarsi, nonostante tre pareggi. Ma i gesti di stizza, gli urlacci, certe reazioni al limite dell'isteria, fanno trasparire il pensiero fisso di un giocatore che non è abituato a scindere il fallimento personale da quello di squadra.

Ronaldo accasciato per terra nei primi minuti della finale contro la Francia, Ronaldo che resta in campo nonostante il dolore ormai insopportabile, Ronaldo che piange ancor prima che la sostituzione venga effettuata: sono le immagini più consistenti dell'epilogo degli Europei, addirittura più del gol di Éder che consacra il Portogallo campione d'Europa. La sua partita dura 25 minuti e ovviamente il suo apporto è poco più che irrilevante, ma è adesso che Ronaldo fa pace con i fantasmi. Il modo in cui le avversità lo hanno sopraffatto è stato il più crudele possibile, eppure ne restituiscono l'immagine di un leader che smette di essere capriccioso, ma che, alla sua maniera, si mette al servizio della squadra. L'apice emotivo non avviene in campo, ma negli spogliatoi, quando CR7 parla da leader, ma da leader consapevole: «Voglio ringraziare quell'uomo lì (Fernando Santos, ndr), senza di lui niente di tutto questo sarebbe stato possibile. E poi tutti i giocatori, tutto lo staff, tutti fanno parte di questa vittoria. Nessuno credeva che ce l'avremmo fatta, ma la verità è che ci siamo riusciti. Tutti».