E se escludessimo i colpi di testa dal calcio?

Gli ultimi casi di infortuni subiti da Torres, Bellerín e Mason riaprono il discorso sui colpi alla testa e i danni collegati.
di Redazione Undici 06 Marzo 2017 alle 12:17

All’85’ di Deportivo La Coruña-Atlético Madrid, turno infrasettimanale delle Liga disputato al Riazor, Alex Bergantiños e Fernando Torres entrano in contatto, e tra i due Torres ha la peggio sbattendo con violenza il volto sul campo da gioco. Dopo aver perso conoscenza ed essere stato trasportato d’urgenza in ospedale, l’attaccante dei colchoneros si è ripreso. Come già accaduto, poco dopo l’impatto è stato fondamentale l’intervento di Gabi, compagno di squadra dell’attaccante, che si è immediatamente assicurato che la lingua di Torres non finisse per soffocarlo.

Il collasso di Torres non è però il primo caso di infortunio causato da un colpo alla testa. Quest’anno abbiamo assistito allo scontro tra Héctor Bellerín e Marcos Alonso durante un Chelsea-Arsenal di Premier League, che ha lasciato il difensore dei Gunners stordito per alcuni istanti prima di riprendersi. Ancora prima di Torres e Bellerín era stato Ryan Mason dell’Hull a subire un grave infortunio alla testa in una gara esterna in casa del Chelsea: dopo un impatto aereo con Cahill, Mason era stato trasportato fuori dal campo in barella, poi operato d’urgenza per una frattura al cranio.

Per qualche ragione nel calcio le lesioni cerebrali traumatiche sono considerate come una sorta di rischio professionale. Secondo Luke Giggs, il direttore delle comunicazione di Headway – l’associazione per la prevenzione delle lesioni cerebrali – «l’infortunio di Torres è un altro squillo d’allarme sulle gravi implicazioni che possono derivare da uno scontro di gioco, che sia nel calcio o in qualsiasi sport di contatto». Questi incidenti mostrano la necessità di trattare con assoluta urgenza il tema delle lesioni alla testa.

In un calcio che si fa sempre più fisico e di contatto, non c’è attualmente alcuna normativa tra le leggi Fifa che si concentri sulle lesioni cerebrali. Esistono soltanto semplici linee guida che parlano del benessere dei calciatori da tutelare. I traumi che si possono subire su un campo da calcio rappresentano soltanto una parte del discorso sull’estromissione dei colpi di testa nel calcio. I danni potenziali prodotti da continui colpi di testa ha portato, ad esempio, al ban dei colpi di testa per i calciatori fino agli 11 anni di età nel calcio giovanile statunitense.

Per quanto riguarda i gruppi under 12 e under 13, la Us Soccer Federation ha consigliato che i ragazzi abbiano un limite massimo di 30 minuti di allenamento sui colpi di testa per settimana. Uno studio della Purdue University, effettuato nel 2015, mostra come l’impatto seguente a un rinvio del portiere o un lancio lungo sarebbe equivalente a un contatto nel football americano o un pugno su un ring di boxe. Nel 2002 l’ex nazionale inglese Jeff Astle è morto a soli 59 anni, e nel 2014, dodici anni dopo, è stato confermato che il suo era il primo caso di calciatore professionista a morire a causa di encefalopatia traumatica cronica: una malattia del cervello progressiva e degenerativa causata dai ripetuti colpi, anche con il solo pallone. Domenica 5 marzo un articolo della testata americana Sporting News – negli Stati Uniti il tema delle concussions è preso molto più sul serio che in Europa – si è chiesto, esplicitamente, se non sia il caso di bandire i colpi di testa dal gioco del calcio.

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