Calcio

L'esempio del Burnley

Abbiamo parlato con l'allenatore Sean Dyche, che sta conquistando una tranquilla salvezza: come cresce la squadra della più piccola città della Premier.

BURNLEY, ENGLAND - NOVEMBER 05: Ashley Barnes of Burnley (C) celebrates scoring his sides third goal with Jon Flanagan of Burnley (R) during the Premier League match between Burnley and Crystal Palace at Turf Moor on November 5, 2016 in Burnley, England. (Photo by Jan Kruger/Getty Images)

Burnley sarebbe ideale per un posto che Thomas Stearns Eliot, poeta del Novecento, definirebbe adatto a connettere il nulla con il nulla. Il ritratto di una provincia inglese grigia e dismessa, dove la disoccupazione giovanile è sopra la media nazionale e sulla Brexit non hanno avuto dubbi: il 67% ha votato favorevolmente, registrando assieme a Blackpool i valori più alti in tutta la contea del Lancashire. Siamo a una trentina di chilometri da Manchester, il centro della città pullula di cartelli con su scritto: To Let. All enquiries call us. Si vende, ma nessuno compra. Negozi in disuso, vetrine vuote, un diffuso senso di scarsa vitalità. Hammerton Street è il corso principale, ecco altri annunci di agenzie immobiliari: For Sale. Prime retail unit. Paradossalmente questa città, che con 70 mila abitanti è la più piccola ad avere una squadra in Premier League, è finita per essere svuotata dalla prosperità un tempo generata dalla rivoluzione industriale. A inizio Novecento, divenne una delle capitali mondiali per la produzione di cotone e una sviluppata industria manifatturiera, ma ora si ritrova con gli edifici industriali completamente smantellati e le miniere chiuse ormai da tempo. Lo “skyline” è fatto di casette basse con i mattoncini beige e di comignoli alti e dritti che vegliano su vecchie fabbriche e fonderie. Sullo sfondo i Monti Pennini, catena collinare che taglia in due l’Inghilterra dal confine scozzese fino alle Midlands.

Una via di fuga dal grigiore diffuso è rappresentata proprio dal Burnley Football Club, squadra che fu tra i primi membri fondatori della Football League. In bacheca due titoli di campione d’Inghilterra, seppur piuttosto datati (1913 e 1960), e due promozioni in Premier League nelle ultime tre annate con Sean Dyche in panchina. Nessuno sceicco alle spalle, né tantomeno una proprietà cinese o americana, il che rappresenta ormai un’eccezione nel panorama del calcio inglese. Addirittura il board è completamente “made in England” e il presidente Mike Garlick è nato appena a duecento yard dallo stadio del club, il Turf Moor. Un progetto che ambisce a una crescita costante, come già dimostra la buona stagione attuale e come rivendica lo stesso tecnico Dyche, in carica dal 2012. La classifica lo mette di buon umore, ha appena terminato di dirigere l’allenamento, rigorosamente in felpa e pantaloncini, nonostante una fitta pioggerellina e un vento gelido. Tra operai e escavatori – ma ancora per poco – il Burnley si allena a Padiham, appena fuori città, a due passi dalla Gawthorpe Hall, un patrimonio culturale e naturale riconosciuto come tale dalla National Trust. Il prossimo 18 marzo il centro sportivo nuovo di zecca sarà completamente a disposizione della squadra, immersa nella campagna dell’entroterra inglese.

BURNLEY, ENGLAND - AUGUST 13: Manager of Burnley Sean Dyche waves to the fans before the Premier League match between Burnley and Swansea City at Turf Moor on August 13, 2016 in Burnley, England. (Photo by Lynne Cameron/Getty Images)
Sean Dyche, alla prima di campionato contro lo Swansea (Lynne Cameron/Getty Images)

Ⓤ Sean, cosa significa il nuovo Barnfield Training Centre per un club come il Burnley?

Si parla sempre della mia squadra come tipicamente inglese, che con grinta e forza rimpiazza le mancanze tecniche. Ma il nuovo centro di allenamento è sintomo di sviluppo, questa è un’operazione da top club, per la quale abbiamo investito i proventi della prima promozione. Ci è costato dieci milioni e mezzo di sterline, ora ospiterà la prima squadra, ma anche gli under 23 e gli under 18. A proposito, segnatevi questi due nomi per il futuro: Dan Agyei e Aiden O’Neill, il primo lo abbiamo pescato dal Wimbledon, il secondo è in prestito all’Oldham.

Ⓤ Quella di due anni fa è stata una scelta in controtendenza. Anziché rinforzare la squadra al ritorno in Premier, avete messo da parte un tesoretto per far nascere un centro sportivo all’avanguardia. Perché?

Per una realtà come Burnley i ricavi della Premier League sono davvero preziosi e quell’opportunità andava sfruttata per creare un’eredità che restasse nel tempo, a costo di retrocedere come poi è stato. Ma ora ci ritroviamo di nuovo in massima serie e con un centro sportivo da far invidia a molti. Nove campi d’allenamento anziché tre, spogliatoi più grandi ed efficienti, con strutture mediche innovative. Sì, ne è valsa la pena e abbiamo vinto la scommessa.

Ⓤ Ha mai pensato di poter fallire nel suo progetto qui?

Non è stato semplice, i lavori sono iniziati nel novembre 2014 e un anno dopo era tutto allagato perché il fiume che passa da qui è esondato. Così si è dovuto aumentare la spesa, per mettere l’area in sicurezza, rinforzando gli argini e alzando tutto il complesso di due metri ulteriori rispetto al corso d’acqua. Era il passo in avanti che il club doveva compiere, un atto dovuto anche verso lo storico proprietario Bob Lord, che a inizio anni Sessanta fu uno dei primi in Inghilterra a pensare al centro d’allenamento, in un’epoca in cui tutte le squadre si allenavano sul campo dello stadio.

Burnley v Liverpool - Premier League

Ⓤ 33 punti nell’intera stagione di due anni fa. Adesso sono 31 in 27 partite. Anche questa differenza di rendimento è dovuta a quella scommessa vinta?

Certo, prendete la rosa 2014/15 e vi accorgerete quanto fosse simile a quella che aveva ottenuto la promozione l’anno prima e dei pochi ricambi che avevo a disposizione. Stavolta invece ho molte più scelte, la rosa è più profonda e ho praticamente due possibilità in ogni ruolo. Finalmente quest’anno abbiamo potuto investire gli introiti della promozione in nuovi giocatori, come dimostrato anche dal mercato di gennaio con gli arrivi di Brady e Westwood.

Ⓤ Il prossimo step di questo progetto?

Si parla di arrivare tra le top ten del campionato, ma continuiamo a vivere partita dopo partita. Il club adesso è forte sia come strutture, sia come rosa, tanto da potermi permettere di variare tra il 4-4-2 di base e il 4-1-4-1 o il 4-5-1: una cosa del genere era impensabile durante l’ultima avventura in Premier. Rispetto a tante rivali non abbiamo grandi risorse economiche, nulla è scontato, ma gradualmente puntiamo a crescere per provare a restare in alto. Che, non lo nego, garantisce grandi profitti, specie grazie agli accordi televisivi.

Ⓤ A fronte dei 29 punti in casa, solo 2 in trasferta. È questo che state cercando di migliorare da qui a fine stagione?

La vittoria esterna ci manca, ma sono certo che prima o poi arriverà, perché nelle ultime 4-5 partite abbiamo fatto dei grossi passi avanti, come dimostra la rimonta con l’Hull e la strana sconfitta di Swansea. Più in generale, a questo punto la squadra deve lavorare sui dettagli. Ormai abbiamo la nostra impronta, un piglio che deriva dalla convinzione, ma siamo pur sempre una neopromossa e dobbiamo imparare che rispetto alla Championship qui non perdonano nulla. Presto faremo l’abitudine a certe piazze, al clamore dei media e alle nuove aspettative: serve pazienza e dipende solo da noi.

La rete vincente di Sam Vokes contro il Leicester

Ⓤ C’è un giocatore chiave su cui punta particolarmente?

Andre Gray è un pò il Danny Ings di due anni fa. Ma quanto a gol segnati anche Vokes sta dimostrando di poter far bene in Premier e sono contento per lui perché l’ultima volta che giocò in questo campionato si ruppe il crociato, perdendo gran parte della stagione. Ultimamente stiamo continuando a lavorare tanto sulla fase difensiva, sono cresciuti molto sia Keane sia Mee. Fanno coppia fissa, Keane può entrare stabilmente nel giro della Nazionale, vista anche la prima chiamata dello scorso ottobre, mentre Mee è uno che lavora sodo e non ama stare sotto i riflettori.

Ⓤ All’inizio della sua carriera al Nottingham Forest ha avuto Brian Clough. È stata la sua vera fonte d’ispirazione?

In parte sì, lavorare con lui ha significato portarsi dietro una base importante. Cerco sempre di imitare quel suo modo semplice e genuino di approcciarsi ai calciatori così come gli invidiavo già all’epoca un grande autocontrollo di cui era dotato. Sapeva perfettamente cosa aspettarsi da ogni suo giocatore e la fiducia che ti dava era alle fondamenta di tutto.

Ⓤ Cosa è stato Brian Clough?

Uno dei più grandi allenatori al mondo. Mi piace ricordarlo con tre parole: orgoglio, passione e compostezza. Chiedeva il massimo, ma esigeva anche lucidità. Voleva forza e aggressività, a volte anche durezza, ma la base era il rispetto delle regole.

Ⓤ Qual è invece la filosofia di Sean Dyche?

Non mi piace parlare di filosofia abbinata a un gioco. Piuttosto ho le mie idee, mi piace osservare anche quelle degli altri per “rubare” qualcosa se necessario, ma alla fine metto tutto assieme e chiedo che i miei giocatori diano un seguito. È quello che ho chiesto loro il primo giorno di raduno l’estate scorsa: «Siamo dove eravamo due anni fa, niente paura di sbagliare ancora. Crediamo in noi stessi e nelle nostre convinzioni». Non amo caricare i ragazzi con le urla e gli slogan, mi piace lo spirito battagliero, ma usando il cervello. Dare un obiettivo, anche tatticamente parlando, e fare di tutto per raggiungerlo.

Il largo successo contro il Sunderland per 4-1

Ⓤ Oltre a lei, Howe, Allardyce, Clement e l’ultimo arrivato Shakespeare. Perché solo 5 allenatori inglesi su 20 squadre in Premier League?

Purtroppo è una realtà che ha preso piede anche in Championship. Ci sono troppe proprietà straniere, affascinate dal nome in sé più che dal modo di giocare. Se poi un tecnico è conosciuto a livello internazionale ed ha già avuto esperienze all’estero può essere una buona scelta di marketing, che fa felici i tifosi. Certo, i coach inglesi non devono aspettarsi la chiamata solo perché sono tali, ma perché hanno nuove idee e possono invertire il trend iniziando a vincere dei trofei.

Ⓤ L’esonero di Ranieri ha fatto discutere. Che idea si è fatto?

Ho l’impressione che nel mondo del calcio non conti più se un gesto sia corretto o meno. Rispetto agli ultimi anni in Italia, qui gli esoneri sono in crescita e allo stesso tempo non c’è più riconoscenza. I presidenti, i media e i tifosi spingono sempre più in modo pressante verso la logica del risultato. In certe piazze non hanno ancora capito che non sono abbastanza grandi per diventare tali e vincenti, eppure si continua a chiedere sempre più ogni stagione. Non so quale fossero i rapporti di Ranieri con lo spogliatoio, ma il sogno che ha regalato a Leicester nessuno potrà portarglielo via. Provate a pensare dov’erano due anni fa…

Ⓤ In caso di successo del Chelsea di Conte, sarebbero quattro i titoli vinti da tecnici italiani nelle ultime otto stagioni. Perché la scuola italiana è così vincente in Inghilterra?

Sono tutti allenatori pronti a gestire determinate situazioni e qui non è facile ottenere grandi risultati subito. Credo che il vero segreto, rispetto a tutti gli altri, sia l’attenzione che ripongono verso la fase difensiva, come viene curata e su quali movimenti si lavora costantemente. Tanti allenatori inglesi pensano soprattutto ad attaccare, ma il vero mix vincente è portare equilibrio attraverso il sistema di gioco.

Ⓤ Come ha fermato il Chelsea qualche settimana fa?

La squadra per novanta minuti ha dovuto giocare come tale, in tutte le fasi del match. Contro il Chelsea non devi trascurare nulla, la fortuna può anche venirti incontro, ma devi meritartela. Hanno una squadra forte, fisicamente devastante e ti portano su ritmi sempre molto alti, usando la loro grande tecnica in modo intelligente. Oltre all’innesto di Kanté, Conte ha preso un’ottima squadra e l’ha fatta diventare vincente: facile a dirsi, ma questo fa tutta la differenza del mondo. A un certo punto serve la svolta, non basta un 4-3-3 fatto di giocatori eccelsi.

Il pareggio contro il Chelsea

Ⓤ Eppure a inizio stagione ha avuto da ridire verso nuovi tecnici, come Guardiola e lo stesso Conte.

No, era una sfogo verso i media, che continuavano a definirli geniali per delle innovazioni che tali non erano, cioè metodi di allenamento e tipologie di alimentazione che se avessi adottato io, o un mio collega britannico, saremmo stati definiti dinosauri. Degli old fashion coaches. Era assolutamente ironico verso i media, che davano clamore a delle accortezze sulle quali nel calcio inglese si discute da sempre.

Ⓤ Concede il lusso della pizza ai suoi giocatori?

Oh, c’mon! Anche quest’anno tutti a parlare del fatto che Guardiola l’ha negata ai suoi giocatori, mentre l’anno scorso tutti a lodare Ranieri perché aveva acconsentito. Ogni squadra ha i suoi equilibri, le mosse geniali possono essere tattiche, non certo legate a dei tranci di pizza o al ketchup. Se dobbiamo farlo, discutiamo di tiki taka piuttosto.

Ⓤ Che obiettivi si è posto per la sua carriera?

Il mio viaggio a Burnley continua, riportare la Premier League qui è stato fantastico e salvarsi lo sarebbe ancor di più. Voglio rendere questa realtà stabile nella massima serie del calcio inglese: penso al Chievo, se dovessi fare un paragone con la vostra Serie A. Alle spalle non abbiamo enormi investimenti finanziari, non possiamo sognare il grande salto nel breve termine, ma gradualmente potremo toglierci grandi soddisfazioni. Un po' come sta facendo lo Swansea, che in modo costante ha alzato il suo tetto per gli acquisti, arrivando fino ai 15 milioni di sterline per Borja Baston l’estate scorsa. Anche se la loro stagione dimostra quanto il nostro campionato sia difficile e fare bene non è direttamente proporzionale alle spese.

Burnley v Sheffield United - Championship Playoff Final

Ⓤ Resterà a Burnley per oltre vent’anni come fatto altrove da Ferguson e Wenger?

No, il calcio sta andando verso un’altra direzione ed esempi del genere rimarranno tali. A un allenatore viene chiesto tutto e subito, con enormi difficoltà nel poter programmare a lungo termine. Qui a Burnley però ho trovato una piazza che ti lascia lavorare, mi hanno dato fiducia anche dopo la retrocessione perché credono nel mio progetto e non si lasciano influenzare dai risultati del fine settimana. Sento la fiducia dei tifosi, ma anche del board e questo mi fa lavorare tranquillo.

Ⓤ Fosse Arsène Wenger, lascerebbe l’Arsenal a fine stagione?

Ogni volta le voci su di lui sono sempre le stesse. Provate a pensare tra 15 o 20 anni come verrà valutato il lavoro di Wenger, si parlerà di un manager di lungo corso fantastico, che ha dato una mentalità nuova ai Gunners, rendendo l’Arsenal più di un semplice team di calcio. Con lui è diventato un brand, uno stile, non solo di gioco. Ora come ora non ci si rende conto di quanto ha fatto, ma con il passare degli anni tutti se ne accorgeranno. Adesso prevale solo la logica del risultato.


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