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Cosa abbiamo visto all’Olimpico e fuori – a Roma – nell’ultima partita di Francesco Totti.

ROME, ITALY - MAY 28: Francesco Totti of AS Roma from shoulders for his last match during the Serie A match between AS Roma and Genoa CFC at Stadio Olimpico on May 28, 2017 in Rome, Italy. (Photo by Paolo Bruno/Getty Images)

Roma, fine maggio. Sole, 30 gradi. È una giornata classica, di quelle che annunciano l'estate nella Capitale. Un dopo pranzo domenicale che trasforma i viali solitamente intasati dal traffico in highway deserte. L’aria però è diversa dal solito, c’è silenzio di attesa. Camminando sul Lungotevere questa calma apparente si trasforma in brusio, poi in rumore. Quello delle auto colorate di giallorosso, dei clacson che suonano a festa. Dei bambini che passeggiano e tenendo strette le mani di mamme, papà, nonni e zii, fremono per entrare allo stadio Olimpico. A Roma, una tale atmosfera di festa non si vedeva da tempo. Nessuna febbre da finale né un trofeo da festeggiare. È “solo” il giorno di una partita in cui Francesco Totti, indosserà la maglia della Roma per l'ultima volta. E, senza retorica, per la città non è un giorno come un altro.

Quello che mi stupisce fin dall’arrivo all’obelisco del Foro Italico è la totale assenza delle forze dell’ordine e l'amalgama più varia dei tifosi presenti. È un giorno di festa e tutti sono invitati a celebrarlo. Dagli habitué dell’Olimpico, a quelli venuti da tutta Italia «perché all’ultima di Totti non potevo mancare».  Sono tanti anche gli stranieri pronti «a salutare l’ultima grande bandiera di un calcio che non c’è più». Non sono frasi a effetto, gli occhi di tutti oscillano tra due sentimenti opposti. La voglia di festeggiare la grandezza di Francesco Totti e la tristezza consapevole che sarà il suo ultimo atto su un campo da gioco. In mezzo a stagioni caratterizzate da barriere e disaffezione, l’atmosfera fuori dall’Olimpico mi riporta indietro di 15 anni, al calcio della mia adolescenza. Per quei particolari piccoli e genuini da risultare quasi fuori dal tempo: mamme con panini incartati nella stagnola e nonni orgogliosi del loro sacchetto di bruscolini. Bandiere scolorite con lo scudetto del 2001, maglie di Totti di ogni tessuto e stagione, e tantissimi oggetti giallorossi evidentemente datati ma imprescindibili. Di contro i bambini con i cellulari in mano che scattano selfie e rivenditori ambulanti trasformati in chioschi hi-tech. Sarebbe evidente anche a un cieco: l’Olimpico è la fotografia di una cartolina che abbraccia tre generazioni.

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Walkabout

Il termine che mi riporta immediatamente al 2017 è “Walkabout”, scritto in grassetto sul pass plastificato di Nike: è un invito per un giro all'interno dei luoghi sacri dello stadio. Prima di iniziare ci vengono spiegate, dal responsabile accoglienza sponsor della As Roma, le modalità del tour e le varie restrizioni. Il signor Maurizio, una figura un po’ guida di un museo, un po’ professore con i suoi alunni. «Stiamo entrando in un luogo speciale, comportatevi bene», il sunto del discorso. Nemmeno il tempo di iniziare che arriva il primo richiamo. Fermi! Stanno arrivando gli arbitri. Ci schieriamo tutti ai lati della passerella d’ingresso e li lasciamo sfilare. La prima tappa è lo spogliatoio della Roma. Grande. Il primo aggettivo che mi viene in mente per descriverlo è anche il più scontato. Non è dove i calciatori si cambiano, è un appartamento. Da una parte l'area riservata ai trattamenti fisioterapici (inaccessibile), dall’altra uno stanzone con 30 sedili anatomici, rigorosamente giallorossi, e un ampio tavolo al centro imbastito come per un matrimonio. Ecco, oltre a grande, l’altro aggettivo che meglio descrive lo spogliatoio della Roma è ricco. Non economicamente, l'abbondanza riguarda quello che ogni giocatore può chiedere: oggetti, cibi, bevande e quant'altro. Lì, su quel tavolo, c'è tutto. Il posto di Totti ovviamente è il più fotografato. La ricerca spasmodica, quasi invadente, della foto con tutto ciò che riguardi il capitano della Roma mi offre il primo assaggio di cosa accadrà dopo.

Non so se ho partecipato a un walkabout speciale per l’ultima gara di Totti, fatto sta che ogni gesto in ogni tappa è un richiamo alla sua figura. Prima di entrare nel tunnel, Maurizio sceglie il più giovane del gruppo – un bambino di 5 anni – e gli mette al braccio la fascia di capitano: «Da adesso tu sarai la nostra guida». Consegnate virtualmente le chiavi dello spogliatoio, lo mette in testa al gruppo.  Salite le scalette dell’Olimpico vengo colpito dall’atmosfera: il primo scorcio dell’Olimpico mozza il fiato. Lo stadio è stracolmo. L'effetto, visto da campo, è quasi opprimente. Pur non avendo gli occhi addosso, mi sento osservato. Intuisco cosa voglia dire, per un calciatore, sentire la pressione di uno stadio.

Durante il riscaldamento Totti non si presenta. I titolari corrono per il campo e le riserve fanno un torello davanti alla panchina. Lui non c’è. L’immagine artificiale che la mia mente ha creato lo ritrae nello stanzone al piano di sotto, solo, mentre nel silenzio dello spogliatoio ripercorre con la mente 24 anni di gesti, abitudini e scaramanzie.  Rallentando tutta quella routine pre-partita, ormai imparata a memoria per gustarsela in ogni sua sfumatura, conscio che sarà l’ultima in carriera. Il riscaldamento termina, così come il nostro tour. Maurizio riprende le redini del gruppo e ci porta in tribuna. È tempo di Roma-Genoa.

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La partita

La lettura della formazioni è il primo termometro della febbre da TottiDay. Quando è il turno della Roma va in scena il leitmotiv di tutta la serata: la contrapposizione tra Luciano Spalletti e Francesco Totti. Con l’allenatore fischiato e il capitano giallorosso salutato da un lunghissimo applauso. Roma-Genoa è più di una partita di calcio è l’ingresso in campo di Totti è lì a confermarlo. Il cerimoniale classico salta e l’attenzione di tutti si sposta sul numero 10. La regia di Sky alterna l’inquadratura del campo con la Curva Sud, dove Totti è andato per raccogliere il tributo della sua gente. Nessun fotografo si cura di chi è in campo perché tutti gli obiettivi sono rivolti alla panchina della Roma. C’è un solo protagonista all’Olimpico e non è il calcio.

I primi minuti viaggiano sui binari dell’incredulità. Ai giallorossi serve una vittoria e il Genoa, ormai salvo, sembra lo sparring partner perfetto per conquistare i tre punti. Peccato che tra i liguri e il Napoli, diretto concorrente per il secondo posto, ci sia un gemellaggio trentennale. La domanda è presente per tutto il primo tempo: «Quando entra il capitano?». Al 54’ Spalletti esaudisce il desiderio di tutti. L’applauso è scrosciante e l’urlo bisillabico Tot-ti scarica le tensioni. L’aria da nervosa si fa elettrica. Tutti aspettano il suo gol vittoria, in una sceneggiatura da film fin troppo ovvia. Difficilmente accade nel calcio, figuriamoci con la Roma. Infatti il gol del nuovo vantaggio arriva con De Rossi. «È un virtuale passaggio di testimone. Nel giorno del ritiro di Totti, Daniele ci regala la vittoria». È incredibile come la ricerca del finale perfetto scavi nei meandri della fantasia di ogni tifoso e trovi una sua naturale giustificazione. Totti il gol lo ha cercato, ma non con l’insistenza di chi vuole che la storia finisca in certo modo. Ha solo lasciato che gli eventi scorressero naturalmente. Al fischio finale la palla al piede ce l'ha lui.

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La festa

La festa dell’Olimpico per il secondo posto dura il tempo di un “Grazie Roma”. L’attenzione di tutti si sposta su quello che non vedono: «Dov’è andato Francesco?».  È sparito. I giocatori sono in campo, l’organizzazione della festa inizia a prendere corpo, ma il protagonista non c’è. L’atmosfera dei successivi 20 minuti diventa man mano surreale. Le note di Venditti terminano e sull’Olimpico cala un silenzio assordante. 80.000 persone in balia degli eventi.

Le immagini del dopo hanno fatto il giro del mondo. Ci sono cose che però la televisione non può descrivere. Su tutte la commozione di uno stadio, le moltissime lacrime. All’Olimpico piangono tutti. Una commozione di massa spontanea. Mai avevamo visto Totti così emozionato. E la città, osmotica, non poteva non farsi influenzare da questa tempesta emotiva. Durante l'ultimo giro di campo Francesco Totti è forse per la prima volta cosciente della fine della sua carriera, travolto dalle lacrime e quasi incapace di raccogliere il lungo abbraccio. Dall’altra parte c'è un intero stadio commosso, in grado solo di applaudire e senza intonare nessun coro. Si potrebbero prendere tanti striscioni per spiegare cosa è stato Totti per i romanisti. Frasi ironiche – «25 anni di fedeltà, capità…dicce che stai a scherzà» –, nostalgiche – «Nel calcio moderno hai vinto la più grande battaglia, 25 anni con la stessa maglia» –, pensieri romantici – «25 anni che te moro dietro» – e macabri – «Speravo de morì prima». Ma è il non detto che alza l’asticella della comprensione. Sono i volti, le espressioni e i gesti della gente sugli spalti a dire tutto. Un unico ideale lungo abbraccio di conforto per ciò che li ha legati e ora non ci sarà più.

Poi c’è l’immagine del capitano sotto la sua curva. Quel pallone prima firmato e poi tenuto in mano per oltre un minuto. «È sempre stato il mio giocattolo preferito», dice nel lungo discorso. Quel non volersene privare simbolo del rifiuto del passaggio della gioventù. I due passi verso il campo, e il successivo calcio rabbioso del pallone verso la curva sono l’espressione di quella lotta interna alla quale Totti non può sottrarsi. Il richiamo del campo e la successiva ammissione di resa. Forse la scena più commovente della serata. «Da oggi sono un uomo», dice. «Ho paura». Come noi.

 


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