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Le avventure infinite di Alex Bellini

Abbiamo parlato con l'esploratore di Aprica: di scioglimento dei ghiacciai, del pericolo Trump, ma anche di solitudine e bellezza della lettura.

Alex Bellini è come uno di quei vecchi libri spiegazzati dal tempo e dalla curiosità: non puoi fare a meno di sfogliarlo. Ha attraversato due oceani a pagaiate, ha attraversato a piedi il ghiacciaio più grande del mondo. Da anni progetta l’impresa di vivere su un iceberg fino al suo completo scioglimento. Lui lo chiama «senso estetico dell’avventura». Ma è molto più di questo. È vita, ricerca dell’essenza umana, dei limiti, dell’impossibile. È bisogno di avere risposte. A 39 anni, Bellini è un esploratore come non ce ne sono più. Nell’Ottocento e agli inizi del secolo scorso il pianeta era ancora un involucro da scoperchiare. Mari, foreste, luoghi inaccessibili. Oggi che non c’è più molto (o niente) da scoprire, questo suo essere démodé ci consente di osservare meglio ciò che accade intorno a noi: il clima che cambia, l’urlo della terra, il rapporto tra noi e la natura. «Dobbiamo riconnettere l’uomo e la natura – dice – solo così riusciremo a essere più consapevoli».

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Ⓤ A che punto siamo con l’avventura sull’iceberg?
Sto cercando di raccogliere denaro sufficiente. Nel 2015 sembravamo molto vicini a chiudere un accordo con uno sponsor importante. Perché l’aspetto della ricerca e della gestione del rischio non è semplice. C’è un tasso di rischio molto elevato.

Ⓤ E poi?
Quando c’è da tirare le fila, beh, qualcosa cambia. Perché c’è una bassissima possibilità di successo. Un’azienda vorrebbe avere la certezza che la cosa vada a buon fine. Ma qui c’è il rischio che finisca tutto dopo tre giorni o che si vada avanti un anno, un anno e mezzo. È tutto molto variabile.

Ⓤ Come ti è venuta l’idea?
«Cominciò tutto nel 2008. Lessi questo libro di Umberto Nobile, maresciallo dell’areonautica degli anni Trenta. Sorvolò il Polo Nord e nel ’29 naufragò con il dirigibile Italia. Ma insieme ai suoi compagni riuscì a sopravvivere su un ghiacciaio alla deriva. Io ero nel Pacifico e mi domandai come potesse un uomo sopravvivere in un luogo in cui tutto è fuori dal controllo. Quando mi è venuta voglia di organizzare un’avventura, mi è tornata in mente quella storia. Sto cercando di ricrearla. In chiave moderna».

Ⓤ Una rivisitazione, diciamo.
Non più un ghiacciaio del Polo Nord, ma un iceberg. Che diventi una metafora di carattere ambientale. Un uomo alla deriva su un pezzo di ghiaccio uguale genere umano alla deriva sul nostro pianeta.

Ⓤ Come sopravviverai al freddo?
Vivrò in una capsula sferica di tre metri di diametro. L’ha ideata una azienda di Seattle con tutti i criteri dell’areonautica. Le producono già per il Giappone, per l’evacuazione in caso di tsunami.

Ⓤ Altissima resistenza, dunque.
Molto resistente, sì. E permetterà di galleggiare nel momento in cui l’iceberg andrà in frantumi. A quel punto resterò chiuso in un ambiente sicuro e protetto.

Ⓤ Costo?
Preferisco non dirlo. Ma come una macchina di lusso, diciamo.

Ⓤ E l’interno com’è?
Pieno di sofisticate attrezzature per riconoscere i movimenti minimi del ghiaccio. Microfoni, rilevatori, cose del genere. Si presume che poco prima che ci sia un capovolgimento, o che un pezzo di ghiaccio si stacchi, si avvertano dei rumori. Questi micro-suoni permettono di anticipare gli eventi.

Ⓤ L’arredamento, invece?
Molto minimalista: un letto, un controller… Ancora siamo in una fase progettuale. Ma la capsula avrà tutto il necessario dal punto di vista della sicurezza.

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Ⓤ Cosa mangerai?
Cibo termo-stabilizzato. Né liofilizzato né disidratato. Cibo portato a una certa temperatura, molto elevata, per uccidere i microgermi e le muffe. Io seguo un regime alimentare vegano e mi occuperò di selezionare con uno chef tutti i prodotti.

Ⓤ Senti, abbiamo davvero bisogno di queste avventure?
C’è bisogno di portare all’attenzione i cambiamenti climatici, questo sì. Facciamo finta che non esistano, non sia vero. Scompare un ghiacciaio in Islanda? Nessuno lo sa. Perché c’è sempre un distacco tra quello che succede e noi. Non va bene.

Ⓤ Per questo pochi mesi fa hai attraversato d’inverno il Vatnajökull, il ghiacciaio più grande del nostro continente.
Lei sapeva dell’esistenza del Vatnajökull?.

Ⓤ No…
Non sopravviverà al prossimo secolo, si scioglierà. Adesso c’è attenzione, una presa di coscienza. Bisogna ricucire questa distanza tra l’ambiente e l’uomo.

Ⓤ Com’è stare sul ghiaccio?
Non c’è tanto da dire: incute molto timore. Perché a differenza di quello che mi è capitato in mezzo al mare, dove a un certo punto inizi a capire quello che l’ambiente ti dice, instauri una comunicazione che ti permette di intuire e prevedere i cambiamenti, lì no: non puoi. Sul Vatnajökull ti svegli la mattina e prima di andare a letto avrai vissuto tutte le stagioni. Senza farti mancare i grandi venti. Non ho incontrato temperature eccessivamente rigide, mai sotto i 18 gradi. Ma i venti soffiano anche a 100 chilometri orari, portano via te, la slitta, la tenda. È qualcosa di minaccioso. Tutto cambia a velocità della luce. L’unico futuro è l’ora successiva. Non puoi programmare la giornata.

Ⓤ Questo che sensazioni dà? Vivere davvero la vita come se ogni istante fosse l’ultimo?
Il bisogno dell’essere umano è quello di pianificare. Che di per sé è folle, perché pianifichiamo il futuro sulla base di quello che conosciamo oggi, ma poi i piani vanno quasi sempre a farsi benedire. È un po’ una balla, è solo che la pianificazione riduce i rischi. Sul ghiacciaio il futuro è impensabile. Quello che è capitato a me è stato rinunciare alla visione proiettata sul futuro. Dopo cinque giorni, per esempio, sono finito dentro un crepaccio. E quindi dici: caspita, non era questo che mi ero programmato.

Ⓤ Come ne sei uscito?
Immediatamente non ho avuto paura, è entrata in gioco la sopravvivenza. Ora, mentre lo racconto, percepisco un po’ di paura. È stata una questione di millimetri, di attimi. Non essere stato sfiorato dalla slitta di sessanta chili che poteva urtarmi e tirarmi ancora più giù è stata una fortuna.

Ⓤ Prima parlavi del clima. Cosa possiamo fare?
Ricreare una connessione con la natura. Oggi siamo una forza sulla natura, ma siamo totalmente distaccati. Per la nostra generazione è tardi, ma possiamo accompagnare quelle future a ritrovare il dialogo che abbiamo perso.

Ⓤ Cosa pensi di Trump e della sua visione climatica?
Per quanto ne so io, è la cosa peggiore che potesse capitare. A tutti. Anche alle culture che prendono come riferimento gli Stati Uniti. Il problema è: e adesso? Gli sforzi che erano stati fatti adesso che fine faranno?.

Ⓤ Secondo te?
Io non ho mai partecipato a un vertice sul clima, ma sarei molto curioso di farlo. Perché si spendono tante belle parole, poi nella vita reale ci deve scontrare con tutto il resto. Non c’è mai nulla di lineare. Aspetto economico e clima spesso si scontrano, o comunque non sono del tutto compatibili.

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Ⓤ Tu cosa fai nel quotidiano?
Una bottiglia che raccogli e metti nel cestino, guardi con aria meravigliata la bellezza della natura: è quando sappiamo emozionarci con la natura che questa ci ascolta. Se non siamo emozionati di qualche cosa, se non abbiamo la capacità di emozionare, non abbiamo voglia di prendere consapevolezza.

Ⓤ Il mondo tra cento anni come sarà?
Mi auguro che le generazione delle mie figlie possa prendere consapevolmente in mano le redini. Tuttavia, credo ci saranno sempre più rifugiati che scappano a causa del clima, per la siccità, le inondazioni. Il futuro non è roseo. Gli snodi sono due: consapevolezza dell’ambiente e scelta etica dei prodotti. Finché non ci sarà rispetto per gli altri e per l’ambiente non c’è futuro. Siamo in un mare di merda.

Ⓤ Dicevi di avere due figlie.
Sofia di 5 anni e Margherita di 7.

Ⓤ A loro come spieghi il lavoro che fa il papà?
Io e mia moglie Francesca facciamo il possibile per accompagnarle in questo lungo percorso. La mia è un’attività che coinvolge l’intera famiglia. Abbiamo fatto vedere loro la capsula dove starò quando andrò sull’iceberg. Ci sono entrate, hanno giocato, così sarà più semplice per loro ricordarsi e capire cosa sta facendo papà. Siamo stati recentemente in Svezia. Abbiamo costruito una zattera con le nostre mani e abbiamo navigato una settimana su un fiume. Una riconnessione con l’ambiente, piccole esperienze che allenano le mie figlie a riconoscere i giusti equilibri.

Ⓤ Che si fa su una zattera in mezzo a un fiume?
È un’avventura molto lenta, che ha rallentato le nostre attività quotidiane. Giocavamo, ce la siamo presa con calma. “Papà, cosa facciamo?”. Guardiamoci in giro, costruiamo oggetti con gli stecchini, leggiamo. Dopo i primi due giorni hanno capito il meccanismo e hanno iniziato a godere di questa esperienza più unica e che rara. Perché poi scendi e hai ritmi diversi.

Ⓤ Tu vivi nella campagna inglese.
Vicino a Oxford, sì. Volevo creare intorno a me un ambiente con un dialogo aperto tra avventurieri, esploratori. Dove c’è confronto c’è cooperazione. In Italia non mancano gli eroi della montagna o delle attività estreme. Manca l’approccio all’avventura per la ricerca. Verso se stessi, verso la bellezza. Una ricerca estetica dell’avventura, ecco.

Ⓤ L’avventura è fine a se stessa?
Molti sono interessati al record. Ma quello non ha nulla a che vedere con l’avventura. Inoltre, per poter andare sull’iceberg ho bisogno di un team internazionale. Qui, tra l’università di Oxford e i vari dipartimenti di neuroscienza a Londra, ho trovato quello che cercavo.

Ⓤ Quanto è importante la lettura per te?
Molto. Ho sempre letto molto. Negli ultimi anni sono tornato a studiare all’università, psicologia, e quindi adesso leggo più testi scientifici della narrativa. Il mio rapporto con la lettura è un passatempo. Quanto stavo in mezzo all’Atlantico e al Pacifico la lettura mi portava lontano dalla monotonia. Mi è capitato nell’Atlantico, per esempio, di rimanere diciotto giorni nella mia cabina per il brutto tempo. Avevo i libri, per fortuna. Sarei impazzito. Invece la lettura ha la forza di farti vivere o essere quello che non sei in quel momento.

Ⓤ Qualcosa che ha segnato la tua esistenza?
Tantissimi. Amo i libri che parlano di esplorazione dell’Ottocento agli anni Sessanta. Mi viene in mente L’ultimo Parallelo, racconta gli ultimi giorni di Robert Falcon Scott che nel 1911 tentò di raggiungere il Polo Sud, ma fece calcoli sbagliati e perse la vita coi quattro compagni. O i diari di Shackleton: ti danno la sensazione che l’uomo sa resistere.

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Ⓤ Ma i limiti esistono?
Grazie a dio sì, altrimenti saremmo palle di cannone sparate in cielo senza potersi mai fermare. L’importante è scoprire quali vale la pena superare e quali no. Io ho scoperto i secondi, quali bisogna lasciare intatti.

Ⓤ Quando?
Nel 2008. Mi fermai a sessanta miglia da terra. Ero nel Pacifico. Lì c’erano limiti fisici, ero molto stanco, non riuscivo a remare a una velocità sufficiente che mi avrebbe permesso di arrivare. E limiti geografici perché ero molto vicino alla barriera corallina. Ma anche limiti umani, incrociavo sempre più spesso grandi navi e di notte non riuscivo più a dormire. Sopraggiunse anche il maltempo, avevo paura di rimetterci la mia vita. Mi sono fermato. È stato il successo più importante della mia vita. Perché al di là dei successi che ti consegnano alla storia, c’è n’è uno più personale: fare la scelta giusta.

Ⓤ L’Alex della vita precedente, quello che non partiva all’avventura, esiste ancora?
C’è ancora, da qualche parte. Ma è un po’ come un libro che è stato travolto da tanti altri libri. C’è sempre quella parte di me un po’ pigra, che si crea delle scuse, che si racconta delle balle. Che conferisce all’esterno la causa dei problemi.

Ⓤ Perché è cambiato?
Perché ero caduto nella trappola del conformismo. Studiavo scienze bancarie, prima di iniziare a frequentare l’avventura. Ero una persona mediamente soddisfatta della vita. Famiglia, amici, sport. Ma certi giorni mi fermavo a pensare, a riflettere. “Non è che questo mi esalta”, mi dicevo. Riconoscevo a me stesso che c’era qualcosa che non mi piaceva. Però continuavo a farlo. Perché era quello che mi ero toccato. Quando intorno a te hai persone che svolgono una certa cosa sei portato a farlo anche tu. A vent’anni uno studia, e io scelsi una facoltà che non mi interessava. Mi sembra solo la scelta giusta da fare. Tutto qui. Dopo tre anni mi resi conto che stavo commettendo un grosso rischio, cioè fare qualcosa che non piaceva. E allora, in quel momento, con coraggio, presi la decisione di cominciare a disegnare il mio percorso, di cominciare a costruire la mia strada.

Ⓤ E i suoi genitori?
Papà Nino è sempre stato un grande appassionato di Africa e di moto. Tra gli anni Ottanta e Novanta ha spesso viaggiato per la Parigi-Dakar, e io sono cresciuto così, con lui che partiva e stava via anche mesi. Lì forse è nato tutto. Mamma Loredana se n’è andata nel ’99. Tumore. Ero ancora uno studente e non mi ha visto nelle vesti di esploratore. Le avrei fatto venire un capello bianco, ci sono state situazioni da brividi. Mamma era apprensiva, ma tutti e due mi hanno sempre lasciato la libertà di scegliere.

Ⓤ Ci racconti la volta che hai avuto più paura?
Nell’Atlantico, quando sono rimasto senza cibo per cinque giorni. Nei primi sei mesi ero stato troppo lento rispetto alla tabella di marcia, avevo incontrato mare mosso, le onde mi avevano respinto, e durante uno dei capovolgimenti molto cibo venne a contatto con l’acqua salata e marcì. Dopo sei mesi, a 2.500 chilometri dalla destinazione, finì tutto. “E adesso cosa faccio?”. Niente autogrill, no. Trovai un arcipelago e quattro scienziati, allertati dal mio team, ad attendermi con un sacco di cibo.

Ⓤ Bisogna avere più coraggio o più paura?
Nella vita bisogna avere coraggio nonostante la paura, perché la vita è una sfida continua. Ci vuole il coraggio di non lamentarsi, ogni tanto. Di fare, senza lamentarsi. E poi ci vuole il coraggio di andare avanti, o magari di ripartire da zero. O fermarsi, di rinunciare. Perché no? Talvolta anche questo coraggio manca. Siamo testardi, andiamo avanti semplicemente perché è eroico resistere. Non c’è nulla di eroico nel perseverare.

Ⓤ E uno dei momenti più belli?
Il giorno prima di arrivare in Brasile dopo aver attraversato l’oceano. Il momento in cui mi misi in piedi sulla barca, con il cannocchiale. Di fronte a me avevo terra. Ce l’avevo fatta. Era questione di poche ore. È stato davvero emozionante.

Ⓤ La solitudine cos’è per te?
Un grande lusso. Sottovalutato, molto incompreso. È un amplificatore. Perché qualunque viaggio tu compia, la solitudine è quell’elemento che ti porta a viaggiare dentro di te, alla scoperta di chi sei, di cosa vuoi, di cosa ami. Un viaggio è l’esplorazione di te stesso grazie alla solitudine. Non è attraversare un oceano a remi o vivere su un iceberg, la sfida più grande è sopravvivere a se stessi.

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