Calcio

L'annata d'oro della giovane Inghilterra

Le giovanili inglesi hanno dominato i tornei Under dell'ultimo anno: merito di investimenti e strategie mirate, che ora hanno dato i loro frutti.

England's forward Dominic Calvert-Lewin (#16) celebrates his goal with teammates during the U-20 World Cup final football match between England and Venezuela in Suwon on June 11, 2017. / AFP PHOTO / KIM DOO-HO (Photo credit should read KIM DOO-HO/AFP/Getty Images)

Il 2017 delle Nazionali giovanili inglesi è destinato a restare negli annali. Non era mai successo in passato che una nazione si aggiudicasse tre dei principali tornei giovanili nello stesso anno: il 2017 ha regalato agli Young Lions il Mondiale Under 20, il Mondiale Under 17, l’Europeo Under 19, la finale dell’Europeo Under 17, la semifinale dell’Europeo Under 21 e anche il secondo torneo di Tolone consecutivo. La vittoria in finale del 28 ottobre scorso, ottenuta dall’Under 17 al Mondiale contro la Spagna, ha chiuso i cinque mesi dell’anno occupati dai principali tornei delle rispettive categorie d’età. Una statistica balza all’occhio: in quel lasso di tempo compreso tra maggio e ottobre tutte le Nazionali inglesi hanno registrato solo 2 sconfitte nelle 34 partite dei tornei ufficiali. Ed entrambe sono maturate dopo il 90’, soltanto ai rigori. La prima nella finale dell’Europeo Under 17 (vinto dalla Spagna), la seconda nella semifinale dell’Europeo Under 21 (contro la Germania, vincitrice della rassegna). In totale, nei cinque diversi tornei ufficiali disputati, i ragazzi di Sua Maestà hanno ottenuto più dell’88 per cento di successi, chiudendo con un +62 di differenza gol e superando il record del Brasile che nel 2003 era riuscito a conquistare due dei maggiori tornei giovanili nella stessa annata. I verdeoro all’epoca vinsero i Mondiali Under 20 e Under 17, ma non si avvicinarono minimamente agli altri risultati ottenuti di recente dai britannici.

England U21 v Scotland U21 - UEFA European Under 21 Championship Qualifiers

Per l'Inghilterra un’annata d’oro dalle radici profonde, punto di passaggio vincente di un programma avviato sei anni fa. La prima pietra risale al 20 ottobre 2011, quando dopo due anni di gestazione vide la luce il progetto ideato da Ged Roddy, in precedenza Director of Sport per l’Università di Bath e successivamente eletto a capo dell’intero sistema di football development per le squadre di Premier League. La sua riforma ha ristrutturato il concetto di sistema giovanile di ogni singolo club aderente alla Football League, ha beneficiato di investimenti pari a quasi 400 milioni di euro ed è racchiuso in una sigla: Eppp, ossia Elite Player Performance Plan, un vasto piano ad ampio raggio che ha avuto effetti sin dalla base del processo di crescita, abbracciando le fasi di scouting e soprattutto di formazione. Un anno dopo la Football Association ha inaugurato il maestoso centro sportivo federale, costato 120 milioni di euro, radunando tutte le ventiquattro Nazionali in un centro di eccellenza di fama mondiale. Il St George’s Park è immerso nella campagna dello Staffordshire, alle porte di Burton upon Trent, a due ore e mezza di macchina da Londra. «Entrare qui per i nostri ragazzi vuol dire realizzare parte di un grande sogno», afferma Mark Robson, collaboratore nello staff tecnico dell’Under 20 campione del mondo l’estate scorsa in Venezuela. «Questo è soltanto il primo punto di arrivo per i giovani che si formano in tutto il Paese e che noi seguiamo grazie alla cooperazione tra club e federazione. Un modello che funziona, lo dicono i risultati». Le strutture a disposizione sono sbalorditive, occupano qualcosa come 130 ettari, contando 12 campi da calcio e ogni altro impianto multifunzionale che possa servire alla causa, tra strutture mediche, aule tattiche, palestre e anche due alberghi.

Negli ultimi mesi il piano di rilancio di Roddy per tutte le Academy è stato rivalutato da molti, visto che fu a lungo osteggiato al momento dell’approvazione con una strenua opposizione da parte dei club più piccoli. La Football League lo sottopose a votazione tra i 72 club affiliati e incassò 46 voti favorevoli, 22 contrari, 3 schede bianche e un’astensione. Il nuovo corso mette il mercato interno al centro di tutto, con le Accademie che devono crescere ragazzi di qualità seguendo progetti a lungo termine: non a caso è stata liberalizzata la possibilità di vendere e acquistare calciatori Under 18 e allo stesso tempo è stato creato un campionato Under 23 per rendere il sistema più vicino a quello professionistico. Evitando di snaturare il concetto di settore giovanile e senza innescare quel vortice di prestiti o trasferimenti verso club di serie minori che disperdono le qualità del singolo. Le ingenti risorse hanno permesso di migliorare la fase del coaching, investendo anche sui cosiddetti “insegnanti”, e allargare la valutazione dell’atleta passando attraverso le sue capacità motivazionali, decisionali e di autocontrollo.

England v Portugal - 2017 UEFA European Under-19 Championship Final

Robson spiega come i risultati raggiunti abbiano posto un freno all’ostruzione delle squadre minori: «Il sistema è basato su diversi livelli, classifica i club dalla categoria 1 alla categoria 4, rendendo il tutto più competitivo perché incentrato sui soldi spesi per migliorare le strutture e plasmare i nuovi talenti. In sei anni è stato innescato un meccanismo che sta riverberando i suoi effetti entro i nostri confini, senza disseminare quelle che adesso rappresentano belle promesse. Chi pensava che la riforma avesse avvantaggiato solo i club più ricchi si sbagliava di grosso. Infatti i parametri dell’attuale Category One premiano alcuni club più blasonati, ma anche altri che nemmeno militano in Premier League, come il Derby County, il Blackburn o il Reading e che negli anni hanno raggiunto il grado più elevato nell’arte del “produrre” le nuove leve». L’esempio più rinomato resta quello dello Swansea, che grazie alla scalata dell’intero club compiuta nell’ultimo decennio ha portato la sua Academy dalla terza categoria fino alla prima, sviluppandola in modo esponenziale e arrivando la scorsa stagione alle semifinali di Premier League International Cup (Under 23), competizione poi vinta dal Porto.

Oltremanica vanno cauti con l’uso del termine golden generation, specialmente dopo quanto sperato in passato con una Nazionale che ha potuto contare su gente del calibro di Beckham, Owen, Lampard, Rooney e Gerrard. Piuttosto, oltre a riportare l’attenzione di tutti sul vivaio di proprietà, il programma lanciato nel 2011 ha reso realtà l’integrazione sociale dei figli delle ex colonie, portando in dote al serbatoio calcistico nazionale ragazzi di ogni etnia, soprattutto quelle africane e caraibiche. Non ci sono solo Phil Foden, Fred Woodman o Harvey Barnes, ma un melting pot che aggiunge quel qualcosa in più al sistema attraverso i vari Lukas Nmecha, Ryan Sessegnon, Dominic Solanke e Rhian Brewster. Della selezione Under 17 salita sul tetto del mondo ben tredici giocatori erano riconducibili a un background non puramente inglese, ma al cosiddetto BAME background, ossia la sfera di Black and Asian Minority Ethnic. E otto di questi erano in campo nella semifinale vinta contro il Brasile. La stessa Premier League ha tracciato la strada ormai da tempo e i giocatori non bianchi si attestano al 33 per cento rispetto a quel 16 per cento del 1992, quando vide la luce l’attuale torneo calcistico più televisto del pianeta. Del resto sono passati ormai quarant’anni dai primi giocatori di colore che vestirono la maglia dei Tre Leoni, i vari Odeje, Cunningham e Viv Anderson.

Uno che ha fatto molto discutere è stato l’Under 17 Jadon Sancho, londinese classe 2000 cresciuto nel Watford per otto anni, passato al City e poi finito al Borussia Dortmund per quasi dieci milioni di euro l’estate scorsa. La fase a eliminazione diretta del Mondiale disputato in India è stata affrontata senza l’ala diciassettenne, all’esordio con i tedeschi in Bundesliga dopo esser stato richiamato dal torneo, dove nel frattempo aveva già segnato tre gol nella fase a gironi. E ne aveva siglati altri cinque all’Europeo di categoria del maggio scorso, risultando votato come miglior giocatore del torneo. La vicenda ha riaperto un vecchio dibattito, che vede i talenti inglesi con troppe poche chance a disposizione nei rispettivi club e quindi costretti a fare tanta panchina o a trasferirsi altrove. Secondo Howard Wilkinson, ex direttore tecnico della Football Association e con un ruolo nell’evoluzione dei vivai sin dagli anni Novanta, adesso è arrivata l’ora della svolta: «Bisogna invertire la tendenza. Dopo tutti i successi sul campo questi ragazzi devono avere le chance che si meritano. Non è ammissibile che per loro in prima squadra non ci sia spazio soltanto perché la Premier League è la meta preferita dai calciatori più forti o che provengono da ogni parte del pianeta. Se vogliamo un futuro ancor più luminoso per la Nazionale inglese non possiamo permetterci di perdere i nostri giocatori migliori. Faccio due nomi a caso, va bene essere il palcoscenico ideale per far affermare gente del calibro di Henry o Pogba, ma è ora di iniziare a guardare anche in casa nostra».

FBL-FRA-U21-ENG-CIV

A tal proposito i dati sono allarmanti, come dimostra uno studio della Bbc effettuato durante l’ultima sosta per le nazionali nell’ottobre scorso: la percentuale di calciatori inglesi impiegabili nelle rispettive selezioni e impegnati in campo ogni weekend oscilla attorno al 30 per cento, addirittura quelli nel giro dell’Under 21 avevano racimolato meno minuti di tutti se comparati ad altre nazioni di livello come Spagna, Italia e Germania. Nel complesso l’Under 21 inglese che ha disputato l’Europeo arrivando sino alla semifinale aveva chiuso la stagione precedente mettendo assieme circa ventimila minuti giocati in Premier, un terzo in meno dei pari età tedeschi o italiani e quasi la metà rispetto agli spagnoli. In un articolo comparso sul Sunday Telegraph, l’ex difensore del Liverpool Jamie Carragher ha pungolato i top club:  «Ora non hanno più scuse, devono cambiare la loro politica societaria e dare più spazio ai ragazzi. Sette calciatori che hanno vinto la finale Under 17 sono del Manchester City e del Chelsea, abbiamo visto di cosa sono capaci grazie anche agli investimenti fatti a spese degli stessi club. Ma se poi non li mandi in campo che senso ha? Anziché strapagare all’estero, i giovani forti sono dentro i loro vivai. Farli giocare farebbe bene alla squadra, al ragazzo e alla nostra Nazionale». Tra i campioni del mondo dell’Under 20 e dell’Under 17 e i campioni continentali dell’Under 19, ben 14 giocatori militano nel Chelsea, 6 nell’Everton, 5 nel Manchester City e nel Tottenham. «Quanti di tutti questi saranno protagonisti in campionato o con la Nazionale maggiore nei prossimi anni?», chiede Wilkinson in modo provocatorio. «Stando ai risultati abbiamo prodotto i migliori giovani del pianeta, ma adesso facciamoli giocare ad alto livello. Dobbiamo credere in quello che ci siamo ritrovati tra le mani. E ci ricompenseranno, ne sono certo». Sarà un caso, ma è stato lui, nella stagione 1991/1992 con il Leeds, l’ultimo manager inglese a vincere il titolo in Inghilterra.


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