Calcio

Il derby di Grecia cambierà mai?

Olimpiakos e Panathinaikos affondano tra i problemi, ma il derby rimane un momento religioso e ancora violentissimo.

Olympiacos Piraeus fans light and throw flares during the Greek Super League football match against Panathinaikos at Karaiskaki stadium in Piraeus near Athens on November 29, 2009. AFP PHOTO/ LOUISA GOULIAMAKI (Photo credit should read LOUISA GOULIAMAKI/AFP/Getty Images)

Per quanto ne sappiamo, Karl Marx non è mai andato in Grecia. E non ha vissuto abbastanza per assistere alla diffusione del calcio, quasi fosse una corrente filosofica o una dottrina economica. Eppure è suggestivo fantasticare che avrebbe apprezzato il derby tra Panathinaikos e Olympiacos, perfetta proiezione sul campo da gioco della sua teoria sulla lotta di classe – gli uni la squadra dell’alta società ateniese, gli altri quella dei portuali del Pireo, stando alla vulgata. Col tempo le differenze sociali si sono assottigliate e l’appartenenza ai rispettivi schieramenti è diventata un fenomeno trasversale, ma l’inimicizia tra biancoverdi e biancorossi continua a essere la madre di tutte le battaglie e rimane incandescente. Anche troppo, forse.

Panathinaikos e Olympiacos si sono spartite larghissima parte degli scudetti assegnati sia prima che dopo la creazione del campionato a girone unico: l’ultima volta che non è accaduto risale a 1994, che è come dire un’era geologica fa. Del resto, la storia della Grecia moderna è un susseguirsi di dualismi, almeno dalla fine della dittatura dei colonnelli in avanti: prima dell’avvento di Alexis Tsipras le elezioni politiche sono sempre state prerogativa del partito socialista Pasok e del conservatore Nea Demokratia.

Un giocatore del Pnathinaikos nel fumo di un derby del 2011

Il calcio, anzi, lo sport ellenico non ne è rimasto immune: Panathinaikos e Olympiacos non hanno rivali nel basket – che a queste latitudini è ancor più popolare del pallone –, nel volley e pure nelle edicole o nei periptera, i fornitissimi chioschi abilitati a vendere ammennicoli d’ogni sorta dove è facile trovare parecchie pubblicazioni giornaliere schierate dall’una o dall’altra parte. I biancoverdi hanno addirittura un partito politico: la ragion d’essere del Panathinaikò Kìnima, capace di accaparrarsi un seggio nel consiglio comunale di Atene quattro anni fa, non è il rifiuto delle politiche di austerità o la riduzione del debito, bensì l’amore per la squadra e il sogno (tramontato) di veder sorgere nel distretto industriale di Votanikos il nuovo stadio. Qui siamo ben oltre la semplice dimensione calcistica.

Non è molto nota la storia per cui, paradossalmente, il Panathinaikos in origine indossava i colori degli eterni nemici. Fondata nel 1908 come Podosferikos Sillogos Athinon su iniziativa del giovane studente Giorgios Kalafatis, che avrebbe poi ingaggiato il primo allenatore straniero nella storia del calcio greco e fatto importare la pallavolo e la pallacanestro dopo averli ammirati ai Giochi Interalleati di Parigi, la squadra scendeva in campo con delle sgargianti divise rosse. Così accadde anche in occasione dell’esordio ufficiale nel settembre di quello stesso anno: ironia della sorte, l’avversario era una rappresentativa della Lega del Pireo, mortificata con uno schiacciante 9-0. Fu una sorta di proemio al lungo poema epico del derby degli eterni rivali, piuttosto che il primo capitolo: Kalafatis abbandonò la squadra a seguito di alcune divergenze e decise di mettere in piedi una nuova società, il Panellinios Podosferikos Omilos poi diventato l’attuale Panathinaikos con un trifoglio ricamato sulle maglie verdi, mentre l’Olympiacos avrebbe visto la luce soltanto a metà degli anni Venti ispirandosi al mito di Olimpia tanto nel nome quanto nell’emblema – il profilo del volto di un atleta con una corona d’alloro sul capo.

Pompieri spengono il fuoco allo stadio Olimpico in un derby del 2012

Il derby ateniese è terreno di scontro anche fra uomini d’affari: dal 1979, quando il calcio ellenico si convertì al professionismo, e per trent’anni a dirigere il Panathinaikos è stata la famiglia Vardinoyannis – sì, la stessa che i tifosi dovevano ringraziare secondo Alberto Malesani nell’ormai celebre conferenza stampa ai tempi in cui allenava i biancoverdi –, mentre l’Olympiacos è tornato ai vertici con Sokratis Kokkalis e, soprattutto, con Evangelos Marinakis. Da quando il pingue armatore è al timone i biancorossi non hanno più abdicato, instaurando un’egemonia sempre più inattaccabile e facilitata dal suo patrimonio netto (stimato) di 650 milioni di dollari che garantisce grandi investimenti e l’acquisto dei migliori giocatori.

Uno strapotere talmente incontrastato da destare inquietanti sospetti sulla regolarità dei campionati: Marinakis, figura controversa divenuta nel mentre proprietario anche del Nottingham Forest, è stato accusato d’illecito sportivo, corruzione e intimidazione di arbitri, venendo comunque prosciolto pur dovendo rinunciare alla presidenza del club. Eletto poi consigliere comunale del Pireo con una lista indipendente, è stato associato al partito di estrema destra Alba Dorata ma lui ha smentito qualsiasi legame. Anzi, ha provato a ripulire la propria immagine facendo distribuire ai suoi stessi giocatori cibo e vestiti per i migranti sbarcati al Pireo, il porto più trafficato del Mediterraneo per numero di passeggeri, e sollecitando i presidenti degli altri club a impegnarsi nelle politiche d’inclusione. Al Panathinaikos il suo diretto antagonista è l’azionista di maggioranza ed ex numero uno Giannis Alafouzos: è un armatore (come Marinakis) che prospera nel campo della comunicazione (come Marinakis) in qualità di proprietario del gruppo Skai ed editore del quotidiano conservatore Kathimerini.

Tifosi dell'Olympiakos, 2011

Sul campo, invece, le due rivali sono tutt’altro che speculari. E quello che si giocherà nel tardo pomeriggio di domenica al Georgios Karaiskakis giù al Pireo non sarà un derby risolutivo per il campionato. Fuori dalla Champions League dopo la fase a gironi, l’Olympiacos dovrà forse rinunciare al minimo sindacale dello scudetto: a sette giornate dalla fine, con una partita da recuperare, difficilmente annullerà gli otto punti di distacco dall’Aek e i nove dal Paok –  lo scontro diretto di domenica scorsa al “Toumba”, è stato rinviato dopo il lancio di un rotolo di carta igienica all’indirizzo dell’allenatore biancorosso Óscar García e ora la capolista rischia multa, sconfitta a tavolino e penalizzazione in classifica. La vittoria di una partita che fa sempre campionato a sé sarà invece l’unica ambizione per un Panathinaikos sommerso dai debiti: come ha preannunciato il presidente Vasilis Konstantinou alla pay-tv Nova, a causa della sua insolvenza il club sarà probabilmente sanzionato dalla Uefa con l’esclusione dalle coppe europee per il prossimo triennio. Una stagione drammatica, aperta con la zavorra dei due punti di penalità per intemperanze dei tifosi nel playoff con il Paok dell’anno passato.

Di sicuro la tifoseria ospite, nella fattispecie quella del Panathinaikos, non parteciperà alla trasferta. Niente sciopero o contestazione: lo hanno deciso nel 2004 le autorità elleniche nel tentativo di eliminare, o più realisticamente di mitigare, la violenza che troppo spesso macchia le sfide sull’asse Atene-Pireo. E il provvedimento, contestato da vecchie glorie come Angelos Basinas e Stelios Giannakopoulos, non ha sortito alcunché: i sostenitori della squadra di casa trovano comunque un bersaglio da colpire, che siano i giocatori o dirigenti avversari oppure le forze dell’ordine.

Un muro ad Atene

Era il 1964 quando si registrò nell’angusto “Apostolos Nikolaidis”, lo stadio del Panathinaikos, uno dei primissimi episodi: la semifinale della Coppa di Grecia venne sospesa dopo che alcuni teppisti abbatterono come alberi le porte da gioco e appiccarono fuoco a qualsiasi cosa capitasse sotto tiro. La competizione fu sospesa e assegnata a tavolino all’Aek. Nel marzo 2002 l’arbitro Ioakim Efthimiadis concesse allo scadere un rigore decisivo per il pareggio dell’Olympiacos: seguirono un’invasione di campo e un’aggressione, con le telecamere che immortalarono il volto del direttore di gara rigato dal sangue. Il titolo di un quotidiano del giorno seguente fu impietoso: Ena-ena, ta zoa («Uno a uno, gli animali»).

Gli scontri fra i rispettivi sostenitori hanno avuto epiloghi perfino tragici come nel 2007, quando il ventiduenne Mihalis Filopoulos fu ucciso a margine del derby di pallavolo femminile. Tutti i campionati professionistici del Paese, non solo di calcio ma anche degli altri sport di squadra, furono sospesi per un paio di settimane: non servì a nulla. E non si contano i derby nel basket decisi a tavolino per gli stessi motivi di quelli nel calcio.

Nonostante i divieti di trasferta, in occasione di Panathinaikos-Olympiacos e viceversa continuano gli scontri: cinque anni fa i tifosi biancoverdi fecero ritardare l’inizio del secondo tempo allo stadio olimpico, dove incendiarono seggiolini e distrussero il tabellone elettronico. E contro la polizia in tenuta antisommossa tirarono coltelli, sassi, razzi e molotov, costringendo l’arbitro a richiamare tutti negli spogliatoi con otto minuti ancora sul cronometro. L’allora tecnico biancorosso Ernesto Valverde, ora alla guida del Barcellona, dichiarò che tutta quella violenza era collegata alla drammatica situazione economica della Grecia da cui il Paese non vede ancora via d’uscita.

E se in politica, al netto di governi tecnici o di transizione, è stato interrotto un duopolio di quasi quarant’anni la rivoluzione sembra ora coinvolgere lo sport. L’Aek ha appena vinto la Coppa di Grecia nel basket dopo l’egemonia delle solite due e ora spera di replicare col titolo più ambito nel calcio, dove appare sempre più sicuro che né l’Olympiacos né il Panathinaikos allungheranno la striscia di scudetti.

 

 

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