Calcio

Come si valuta un attaccante

Fare gol, nel calcio di oggi, è sufficiente? Quali altri aspetti influiscono nel giudizio?

Inter Milan's Argentinian forward Mauro Emanuel Icardi celebrates after the scoring a goal during the Italian Serie A football match between Inter Milan and Juventus on April 28, 2018 at the San Siro Stadium in Milan. (Photo by MARCO BERTORELLO / AFP) (Photo credit should read MARCO BERTORELLO/AFP/Getty Images)

Una tendenza storicamente diffusa tra i tifosi vuole che il criterio di giudizio universale nei confronti di una punta centrale sia il gol. Dal gol non si può prescindere: un attaccante che non segna con una certa regolarità non vale l'investimento. Ma, allo stesso tempo, pur essendo il gol prerogativa fondamentale nella distinzione tra un buon attaccante e un attaccante mediocre, questo non è sufficiente. Andrebbero tenuti in considerazione altri fattori, ciascuno indispensabile a suo modo. Anzitutto il rapporto tra reti segnate e quantità di conclusioni effettuate, perché banalmente, a parità di gol, il rendimento migliore lo offre l'attaccante che ha tirato meno volte. È una questione intuitiva, un attaccante preciso spreca meno possessi di uno che lo è meno. A cui segue un corollario, ovvero: una punta centrale meno ossessionata dalla porta favorisce il dispiegamento delle qualità offensive dei compagni di reparto. In stagione ne hanno dato prova Firmino, Higuaín e Benzema, per fare tre nomi. Nessuno di loro si è avvicinato alla vetta della classifica marcatori, eppure Liverpool, Juventus e Real Madrid hanno egualmente beneficiato del loro contributo offensivo.

In Serie A Higuaín e Dzeko hanno totalizzato lo stesso numero di reti (16), il che potrebbe portarci ad equiparare il loro rendimento in fase realizzativa. Se analizzati con maggior profondità, tuttavia, i dati offrono un secondo spunto. Ci dicono che al bosniaco sono serviti 128 tiri (solo Insigne lo supera in graduatoria), e che il Pipita se ne è fatti bastare 76. Livelli di efficienza ben diversi. Un altro esempio a cui fare riferimento, questa volta dalla Premier League, è il rapporto tra Kane e Vardy: il primo ha segnato 30 reti con 184 tiri, una ogni sei; il secondo ha chiuso il campionato con 20 centri, ma gli sono bastati 71 tentativi, poco meno di un gol ogni tre. Va ribadito che il paragone è sin qui da considerarsi valido solo nell'ambito della finalizzazione.

Uno degli otto assist stagionali di Higuaín, manifesto di come l'argentino abbia modificato il suo gioco nella Juve di quest'anno

Proseguendo nello stesso solco, i campionati recentemente conclusi ci consegnano altri spunti. Calibrando il giudizio di un attaccante sulla singola cifra dei gol si corre il rischio, ad esempio, di porre i 14 stagionali di Simeone su un piano superiore rispetto ai 12 di Lasagna e Inglese, che hanno messo insieme rispettivamente il 27% e il 30% di conclusioni in meno. O ancora: di equiparare le 10 reti di Belotti alle 10 di Cutrone, quando la differenza tra i tentativi del primo (76) e quelli del secondo (39) è a dir poco significativa. Altro esempio calzante lo si ha prendendo in analisi i dati di tre attaccanti di minor consistenza in Premier League: Rondon del West Browmich, Austin del Southampton e Mounié dell'Huddersfield. Tutti e tre hanno messo a segno 7 gol in campionato, ma con coefficienti di precisione molto diversi. Al secondo e al terzo sono serviti 48 tentativi, per una media di un gol ogni sette conclusioni; il primo invece ha chiuso all'undicesimo posto assoluto (!) con 79 tiri verso la porta. Pochi confronti evidenziano meglio di questo la discrepanza che può presentarsi tra due o più attaccanti in termini di finalizzazione. Una caratteristica che per prima, andando oltre il numero puro di gol, risulta utile nel processo di valutazione dei professionisti del gol.

Di contro si possono osservare due punti critici a questo metodo. Prima di tutto è opinabile considerare un numero maggiore di conclusioni come un dato a sfumatura negativa: questo perché la differenza tra un attaccante che tira di più ed uno che tira di meno può essere ad esempio una maggiore abilità del primo nel liberarsi della marcatura, o nell'individuare lo spazio da attaccare. In secondo luogo, il “prezzo” di una conclusione varia in maniera significativa in base al sistema di gioco di cui l'attaccante fa parte. Un tiro di Agüero vale meno di un tiro di Rondon, perché il Manchester City arriva in porta con molta più facilità rispetto al West Browmich.

L'evoluzione del ruolo dell'attaccante si è espansa su larga scala da quasi un decennio, e anno dopo anno gli elementi che emergono nel professionismo sono sempre più contraddistinti da caratteristiche che riassumiamo in un termine: associatività. Fatta eccezione per alcuni nomi (Stuani e Bacca in Liga, Petersen in Bundes) le punte centrali che spiccano ai vertici delle classifiche marcatori corrispondono tutte a profili moderni. La tendenza è evidente e ci costringe ad una riflessione: possiamo ancora fingere che il livello di partecipazione alla manovra della punta centrale rappresenti un surplus? La risposta – negativa – offre un ulteriore strumento di giudizio. A parità di gol, o a valori in questo senso vicini, la differenza la fa la capacità dell'attaccante di calarsi nella squadra. Resta da capire se e come questa capacità sia codificabile.

Restando aderenti al carattere statistico del metodo, il primo fattore da tenere in considerazione è dettato dal coinvolgimento dell'attaccante all'interno della manovra. I tocchi a partita, quindi. Considerando esclusivamente le punte centrali, in Premier League il primato in questo senso lo ha Firmino, poi Lukaku, Lacazette e Agüero in ordine decrescente. In Serie A spetta a Mertens, seguito a distanza da Immobile, Higuaín e Dzeko. Da ambo i lati parliamo di attaccanti associativi, e in alcuni casi di attaccanti estremamente associativi: Firmino e Mertens ne sono il prototipo.

Firmino è il numero 9, ma in questo caso gioca per lasciare il lavoro a Mané

In senso opposto, i due esempi più significativi sono Vardy e Icardi. Entrambi hanno offerto un rendimento molto positivo durante la stagione appena conclusa: Vardy ha segnato 20 reti, Icardi 29, il Leicester ha ottenuto una salvezza più che tranquilla e l'Inter la qualificazione alla prossima Champions League. Tuttavia entrambi tendono ad emarginarsi dalla costruzione del gioco. Ciò che emerge da una comparazione dettagliata con i colleghi che adottano uno stile di gioco differente, più coinvolto, è che spesso – di fatto sempre – un minor numero di tocchi equivale a valori più bassi in tutti i parametri che hanno a che fare con la creatività. Vardy ha mantenuto una media di 8 passaggi per 90'; Lukaku, quello che tra i quattro gli si avvicina di più, lo ha raddoppiato. Ed ecco che il dato si riflette nei passaggi chiave, nelle occasioni da gol create, negli assist, dove quando tiriamo le somme Vardy è nettamente inferiore agli altri attaccanti. Eppure nessuno di loro, eccezion fatta per Agüero, ha segnato quanto lui.

Passando a Icardi il discorso è molto simile, lo ricalca pur se meno estremo. L'argentino ha effettuato in media 11 passaggi per 90', valore nettamente inferiore a quelli di Mertens, Immobile ed Higuaín e lontano anche dai 16 di Dzeko. Proprio come Vardy, Icardi ha messo a referto la miseria di 0,03 assist per 90'. E infatti entrambi hanno all'attivo lo stesso numero di passaggi vincenti: uno. Tra i colleghi menzionati sopra il numero più basso (4) lo condividono Lacazette e Dzeko. Gli altri viaggiano tutti su cifre più alte, dai 6 in su, fino ai 9 di Immobile. Insomma, è un dato di fatto: gli attaccanti che partecipano meno alla costruzione del gioco tendono a creare meno per i compagni. Un caso esemplare di incidenza sui risultati lo si ha mettendo a confronto Inter e Lazio. Nella scorsa Serie A i nerazzurri hanno segnato 23 reti in meno dei biancocelesti, miglior attacco del campionato, e non è da escludere che tra i tanti fattori possano aver inciso anche le differenze tra Immobile e Icardi: 1 passaggio chiave vs 0,90, 1,3 occasioni create vs 0,90, 0,3 assist contro 0,03.

Naturalmente anche questo metodo diventa scivoloso se adottato singolarmente, per il semplice fatto che non esiste una definizione univoca della partecipazione. In un'intervista di qualche mese fa, ad esempio, Icardi rispose così a chi criticava le sue prestazioni in tal senso: «Il mio gioco è allungare la difesa avversaria, è una cosa che nessuno guarda ma a noi serve. Mi metto quasi in fuorigioco e faccio allungare la difesa, per creare spazio ai trequartisti. Così loro sono liberi di girarsi e di andare verso la porta». Il caso di Icardi ci dice che per un attaccante di una squadra che tende a fare possesso è possibile essere utile anche attraverso una partecipazione passiva. Il problema emerge piuttosto quando il lavoro di cui Icardi parla diventa superfluo, ossia quando la squadra non ha bisogno di appoggiarsi alla punta centrale per risalire il campo. A quel punto, in partite bloccate, l'utilità dell'attaccante poco associativo si misura soltanto dal gol. E, se il gol non arriva, per conseguenza la valutazione complessiva non può essere sufficiente. È un po' il caso di Babacar, che per tre stagioni e mezzo alla Fiorentina ha mantenuto medie gol invidiabili. Ha segnato spesso gol decisivi, è stato utile, ma il suo contributo era legato a doppio filo con il gol e questo lo ha condannato.

Oltre ai fattori già presentati ce n'è un altro che merita attenzione, ossia le qualità cerebrali, l'intelligenza calcistica. È un concetto più arduo da codificare perché non assimilabile ai numeri per via diretta, ma ha un peso non indifferente nella valutazione di un attaccante. Le qualità associative si riferiscono ad un rapporto singolo-collettivo, la loro espressione dipende dal contesto: se Firmino giocasse nel Burnley o Mertens nel Sassuolo i loro valori nelle statistiche che fanno riferimento alla creatività sarebbero sicuramente inferiori, per il semplice fatto che avrebbero meno palloni giocabili. O ancora: oggi possiamo definire Immobile associativo perché è calato perfettamente in un contesto per lui ideale, ma due anni fa tra Dortmund e Siviglia le condizioni erano ben diverse. Viceversa, le qualità cerebrali sono da considerarsi come una caratteristica insita del giocatore, traducibili in una frase: fare la cosa giusta al momento giusto. Il movimento senza palla, la finta, il dai-e-vai, il passaggio filtrante, la pausa, e ovviamente il tiro. È naturale che l'esperienza svolga un ruolo centrale nell'espressione di questo tipo di qualità, ed infatti è raro trovare attaccanti giovani con qualità cerebrali già sviluppate al massimo.

Immobile può puntare la porta, invece vede il corridoio giusto per premiare Marusic

Tuttavia ci sono casi in cui una stima del livello è già tracciabile dalle prime partite giocate. Simeone ne è un esempio: è un attaccante generoso e anche piuttosto associativo, ma non brilla in quanto a decision making. Tra i migliori in questo campo figura senza dubbio Griezmann, ma più in generale vi appartengono tutte le punte centrali con standard realizzativi molto alti. In fin dei conti anche un senso del gol particolarmente sviluppato è una forma di intelligenza, anche se riducibile al singolo momento del tiro. Possiamo dire che la differenza che intercorre tra un giocatore intelligente e un giocatore con una specifica forma di intelligenza (prendiamo il feeling con la porta) è la stessa che divide Rashford da Cutrone. Il primo sa fare tutto, il secondo è particolarmente bravo sul tempismo, nell'arrivare sul pallone prima dei difensori.

In sintesi, ammesso che esista, il metodo più efficace per valutare un attaccante non può prescindere da un approccio multilaterale. È fondamentale tenere conto dei gol, ma non si può prescindere dallo studio di come i gol arrivano. È importante osservare le percentuali di finalizzazione, ma senza sottovalutare le caratteristiche tecniche degli attaccanti. È importante anche prendere in analisi le loro qualità associative, per comprendere se e quanto possono risultare utili quando non segnano; ma senza sottovalutare l'influenza del collettivo sull'espressione dell'associatività. È infine importante, per quanto possibile, considerare le qualità cerebrali, il decision making. Il tutto senza dimenticare che una nuova valutazione dell'attaccante non può non passare dal suo contributo alla fase di non possesso, come Jonathan Wilson evidenziava sul Guardian a fine 2016. Perché dei gol non si può fare a meno, ma da soli non esauriscono la questione.

 

Immagini Getty Images

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