Il trasferimento del secolo

Cristiano Ronaldo alla Juventus lo è per l'importanza del giocatore e per le prospettive di crescita economica dei bianconeri.
di Francesco Paolo Giordano 12 Luglio 2018 alle 05:43

Pochi giorni fa, mentre le voci su un clamoroso matrimonio con la Juventus avevano già preso corpo, Variety riportava l’intenzione di Facebook di produrre una docu-serie su Cristiano Ronaldo. Tredici episodi, da lanciare su Facebook Watch, che frutterebbero al portoghese una somma di circa dieci milioni di euro: una produzione che, oltretutto, sarebbe la più costosa mai realizzata dal social network più famoso. Cosa desumere? Che parlare di Cristiano Ronaldo come calciatore è riduttivo; che mandare “in onda” una serie su CR7 equivale a mettere in scena, davanti a una platea globale, gesti-atti-parole di una star. Che cosa ha fatto, o meglio, farà la Juve nei prossimi mesi? Proporrà, ogni weekend, e molto di frequente anche durante la settimana, uno spettacolo unico al mondo: il diritto di “trasmettere” le prestazioni sportive – ma oggi è solo questo? In campo ormai si decriptano facilmente gestualità e atteggiamenti, come in una rappresentazione teatrale – dell’unico calciatore, insieme a Leo Messi, capace di vincere cinque Palloni d’Oro.

Un cambio di maglia epocale

Perché è il trasferimento del secolo? Perché riguarda un giocatore che nessuno mai avrebbe pensato “trattabile”. Come per Messi, che fatichiamo a immaginare lontano da Barcellona, Ronaldo aveva fatto intendere che non avrebbe indossato un’altra maglia dopo quella del Real Madrid: «Qui sono felice, ed è qui che voglio terminare la mia carriera», aveva detto lo scorso dicembre. Il rapporto fattosi sempre più difficoltoso con Pérez, con un rinnovo (tardivo) proposto inizialmente a cifre più basse da quanto preteso dal portoghese, ha inevitabilmente rovesciato la situazione, tanto che già a fine maggio – ovvero, a Champions League conquistata – sapevamo che Ronaldo aveva preso la decisione di lasciare Madrid. Guillem Balagué ha detto: «Desiderava un rapporto migliore con il suo presidente». Altrimenti, per quale motivo Andrea Agnelli avrebbe fatto partire una trentina di telefonate al suo nuovo numero 7 in fase di trattativa?

Se per il trasferimento di giocatori come Neymar, Mbappé o Coutinho sono state spese cifre più alte – ma solo il passaggio del brasiliano al Psg, tra cartellino e ingaggio, vanta un dispendio economico maggiore di quello di Ronaldo – l’effetto sorpresa di queste operazioni di mercato è stato sensibilmente più basso: sono tutti giocatori mossi da un desiderio di crescita professionale – una squadra più grande, più forte, o la voglia di diventare il trascinatore supremo, come nel caso di Neymar. E poi si tratta di calciatori deluxe, ma non numeri uno. Ecco: Ronaldo è il numero uno del calcio mondiale che cambia squadra. Quando, per esempio, Maradona e Ronaldo il brasiliano arrivarono in Italia, si poteva parlare solamente di futuri, e non effettivi, numeri uno. Negli anni recenti, solo il passaggio di Zidane dalla Juventus al Real Madrid (sempre loro due) potrebbe avvicinarsi al trasferimento di CR7, ma era anche un’epoca in cui il primato tecnico e di leadership di Zidane non era così consolidato come quello del portoghese in coppia con Messi.

Un asset, più che un calciatore

Ancora Guillem Balagué svela: «Jorge Mendes ha offerto Ronaldo a Psg e Manchester United. Ma ha ricevuto solo dinieghi». Due delle tre squadre europee che, per disponibilità economica e contesto tecnico, avrebbero potuto “scippare” il portoghese al Madrid. L’altra è, ovviamente, la Juventus. Che, così, ha potuto cogliere un’occasione imperdibile: prendere Ronaldo senza il fastidio della concorrenza. Una situazione che ha agevolato anche il costo del cartellino – della famosa clausola di rescissione da un miliardo di euro, ovviamente, ci si è scordati in fretta. Ronaldo premeva per cambiare squadra, e sull’altro fronte c’era una sola possibilità: così la Juventus ha chiuso un super-affare «a prezzo di saldo», come ha scritto il direttore di As Alfredo Relaño.

Ovviamente, oltre al costo del cartellino, gli esborsi maggiori riguardano l’ingaggio quadriennale (i 31 milioni di euro stagionali percepiti da Ronaldo corrispondono, al lordo, a circa 60 milioni di euro): in tutto, la Juventus metterà a bilancio una spesa che supera i 350 milioni di euro. Bisognerà cedere almeno due pezzi pregiati della rosa – Higuaín e Alex Sandro maggiori indiziati – e poi puntare tutto sulla crescita commerciale del brand Juventus nei prossimi anni. Sotto il profilo dei risultati sportivi, la Juventus non può crescere ulteriormente: vince da sette anni di fila in Italia ed è stabilmente tra le migliori squadre d’Europa. Eppure, il fatturato da 405,7 milioni di euro del 2016/17 (fonte Deloitte) è appena il decimo del continente. Perché? I bianconeri ricavano il 28 per cento (114 milioni) dalle voci commerciali, mentre i capifila della classifica sono decisamente più avanti: è addirittura la prima voce nel fatturato di United, Real Madrid, Barcellona e Bayern, con percentuali intorno al 40-50 per cento del fatturato totale.

È qui che la Juve deve fare un enorme passo in avanti. Come hanno scritto Luca Bianchin e Marco Iaria sulla Gazzetta dello Sport, «nella sua parabola evolutiva, la Juve si è trovata a un bivio, quella «terra di mezzo» evocata da Andrea Agnelli: dentro la top ten europea con un fatturato superiore ai 400 milioni di euro, ma lontano dall’élite di Manchester United, Real e Barcellona, che viaggiano sui 700. Ronaldo consentirebbe ai bianconeri di entrare in una dimensione nuova, davvero globale. Dal punto di vista commerciale il marchio Juventus avrebbe accesso a mercati inesplorati, che potrebbero consentire alla società di superare il mezzo miliardo di fatturato». E potrebbe salire il valore delle sponsorizzazioni: per esempio, ad oggi adidas versa 23 milioni di euro all’anno nelle casse della Juve, circa tre volte meno rispetto a quanto fa con il Real Madrid. Con il portoghese, l’accordo potrebbe ridiscutersi al rialzo.

La competitività del campionato italiano a rischio?

Poi, certo, c’è il campo, c’è l’ossessione della Champions League da inseguire. Portare dalla propria parte il calciatore che ha sancito la fine dei sogni nelle ultime due edizioni è indubbiamente un notevole punto di partenza, anche se non una garanzia: del resto, la Juventus è una seria candidata alla vittoria della Champions indipendentemente da questo o da quel giocatore. Con Ronaldo, il miglior marcatore nella storia della competizione, è in ogni caso arduo evitare di ritoccare i pronostici in chiave ottimistica. E poi c’è la Serie A: l’arrivo di Ronaldo punterà i riflettori mondiali sul nostro campionato, e anche un abituale appassionato del nostro campionato – ammettiamolo, dai – avrà maggior interesse nel seguire una partita che si preannuncia poco interessante o dal pronostico scontato.

Ecco, tra le preoccupazioni di molti c’è un campionato scontato, quasi inutile da giocare. Ma il problema della competitività in Serie A non nasce certo con l’arrivo di Ronaldo: nasce anni addietro, con nessuna squadra in grado di resistere allo strapotere bianconero. Spetta alle avversarie alzare il livello qualitativo del campionato. Se la Juventus, invece, continuerà a monopolizzare i campionati a venire, non sarà per Ronaldo. Il portoghese, per quanto possa essere il più forte tra tutti i calciatori del campionato, non sarà il giocatore da cui dipendono i destini dei bianconeri. Se esce lui, entra Mandzukic; così come se esce Dybala, entra Douglas Costa, e così via. Quella della Juve è una forza che si poggia sulla squadra, e non sulle individualità, e il continuo labor limae per smussare le imperfezioni – come gli arrivi di Emre Can o Cancelo – lo sta a dimostrare.

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