Calcio

Boring United

José Mourinho dovrà lottare per dare una nuova identità a una squadra che ha smesso di entusiasmare.

LONDON, ENGLAND - MAY 19: Jose Mourinho, Manager of Manchester United looks on during The Emirates FA Cup Final between Chelsea and Manchester United at Wembley Stadium on May 19, 2018 in London, England. (Photo by Laurence Griffiths/Getty Images)

I due recenti pareggi nelle amichevoli contro Club America e San Jose Earthquakes sono costati al Manchester United qualche fischio e molti commenti negativi. Un naturale prolungamento della stagione appena conclusa, in pratica. Va messa in conto una tenuta atletica da mese di luglio, così come l’assenza di molti giocatori impegnati ai Mondiali, ma dopo una stagione chiusa senza trofei, con un gioco stagnante e un mercato – fin qui – senza grandi colpi, la preseason dei Red Devils è iniziata in un clima poco sereno. Così tutti quei “disappointing”, “uninspiring”, “boring”, tra articoli e commenti dei tifosi, messi in fila uno dietro l’altro, formano un motivetto che dalle parti di Old Trafford si sente da troppi mesi.

È una critica al gioco, prima ancora che ai risultati. I difetti dello United sono stati amplificati dal match-up sproporzionato con il gioco innovativo, brillante e tremendamente efficace con cui l’altra squadra della città ha dominato la Premier League: «l’antidoto al calcio noioso di José Mourinho», per il Manchester Evening. La differenza tra i due sistemi di gioco, quello codificato e limato fino ai dettagli più piccoli di Guardiola, e quello minimalista, quasi nullo, di Mourinho, sono stati antagonisti per buona parte della stagione. E il verdetto finale ha premiato la squadra più audace e bella da vedere.

L’ex attaccante del Chelsea Tony Cascarino ha scritto sul Times che «è molto difficile guardare lo United da un punto di vista estetico. Non c’è creatività, a differenza di quel che accadeva in passato», facendo notare come la grandezza dello United dinamico e verticale di Ferguson faccia ombra a quello attuale. Della stessa idea anche una bandiera come Peter Schmeichel, che dice di aver «trovato il calcio di Mourinho davvero noioso». Perfino Louis van Gaal, che in due anni aveva ridefinito il Manchester United facendone una squadra incredibilmente orizzontale per i ritmi e le abitudini della Premier League, ha detto che questo United è decisamente più noioso del suo. Ma l’elenco potrebbe allungarsi a dismisura, tutti i commentatori inglesi hanno speso parole di questo tipo.

Il cuore del problema probabilmente sta nell’involuzione, a livello di gioco, che ha subito il Manchester nella transizione dal primo al secondo anno di gestione Mourinho. Lo United si accontenta di un gioco speculativo, dove di codificato, di sistemico, qualsiasi cosa che possa creare un’identità di squadra, c’è poco o nulla: quasi sempre rinuncia al possesso, tiene la difesa bassa in attesa, il portiere e i difensori non aiutano la prima costruzione, e come armi offensive usa solo la fisicità nei duelli individuali (dove è quasi sempre in vantaggio), o i lanci lunghi.

Anche per un’idea di calcio elementare, lineare, questo United è underperforming: ha perso il dominio nelle due zone più importanti del campo – le aree di rigore, solitamente terra di conquista dello Special One – mostrando una fragilità difensiva inusuale. La perdita di efficacia si espande, poi, in un discorso di più ampia portata, che riguarda il controllo psicologico sulle partite, da sempre asso nella manica del portoghese e delle sue squadre. Un deficit spesso colmato, di puro talento, da soluzioni individuali: è toccato a Lukaku, suon di gol (27 reti stagionali), è toccato a De Gea, parata dopo parata (28 gol subiti in campionato, ma con un differenziale enorme rispetto agli expected goals subiti attesi: oltre 44 xGA). Soprattutto, è toccato a Paul Pogba, ma il francese è – più che altro – la principale vittima del gioco speculativo e rigido della squadra, e troppo spesso è stato costretto a caricarsi le sorti dei Red Devils sulle spalle.

Alcune delle perle di Pogba in maglia United

L’involuzione tattica del Manchester si è tradotta in una stagione disseminata di prestazioni piatte (nonostante il secondo posto), che hanno fatto dei Red Devils una formazione noiosa. Complessivamente, i tifosi dello United quest’anno hanno visto ben 13 volte una partita con zero o un solo gol: non necessariamente il parametro più adatto per misurare la spettacolarità delle partite, ma se sommato a un gioco statico e meccanico forse sì, forse tutti quei commenti negativi trovano una legittimazione (aggiungiamo anche che da quando è andato via Ferguson nessuna squadra ha fatto più 0-0 dello United in PL). Se poi tutti gli aspetti negativi convergono in uno dei momenti più importanti della stagione, ad esempio nei 180 minuti degli ottavi di Champions League – appena quattro tiri nello specchio nelle due partite – il bilancio non può che essere negativo.

Quasi sempre in questi casi la ricerca del colpevole si ferma all’allenatore, ma non può essere automatico. L’ex ala dello United, Lee Sharpe ha usato quattro aggettivi per descrivere il calcio di Mourinho, «lento, pragmatico, noioso e datato», e forse proprio con l’ultimo sa di aver centrato l’obiettivo. «Il portoghese è stato uno degli allenatori più dominanti d’Europa per una decina d’anni, quindi sin qui ha detto “faccio le cose a modo mio, come ho sempre fatto”, ma i tempi sono cambiati, e c’è bisogno che anche la squadra cambi qualcosa».

La realtà è che Mourinho ha sempre portato le sue squadre a giocare in questo modo – con poche eccezioni. Basta ripercorrere la sua carriera recente, evidenziando alcuni momenti critici. Alla sua seconda esperienza al Chelsea, sul finire della stagione 2013/14 lo Special One affrontò l’Atletico di Simeone in semifinale. Dopo lo 0-0 dell’andata il Cholo accusò l’allenatore portoghese di aver rinunciato a giocare, di aver «parcheggiato l’autobus della squadra alle porte dell’area piccola», un atteggiamento talmente rinunciatario da scandalizzare buona parte della stampa spagnola. Oltre al celebre bus, c’è un’altra parola che in Spagna associano, in senso quasi dispregiativo, a Mourinho: trivote, in riferimento ai tre mediani scelti dal tecnico di Setúbal per affrontare il Barcellona di Guardiola nella serie di quattro Clasicos in 18 giorni del 2011.

La scelta di schierare Pepe a centrocampo, con Xabi Alonso e Lassana Diarra (o Khedira), a Madrid è considerata più di una semplice caduta di stile. Lo riporta anche Paolo Condò nel suo prezioso Duellanti, quando racconta il disappunto di don Alfredo Di Stefano riguardo la strategia di Mou dopo l'incontro: «La disposizione tattica molto difensiva l’aveva disturbato e al giornalista di Marca che settimanalmente ne raccoglie i pensieri detta tutta la sua delusione parlando di un leone – il Barça – e un topino – il Madrid – di un atteggiamento d’attesa che s’era rivelato una strategia sbagliata, di una superiorità catalana apparsa chiara in tutto il mondo collegato e di una assenza di personalità da parte del Real». Anche la Champions League vinta ai tempi dell’Inter ha qualcosa che riprende una strategia di questo tipo. Barry Glendenning, sul Guardian, lo ha scritto dopo la semifinale con il Barcellona: «È stato un trionfo di stile per Mourinho. Vorrei riavere nuovamente queste qualità di strappalacrime, di finto infortunio, di spreco di tempo e di negatività trascendente nella Premier».

Le amichevoli di cui si parlava all’inizio lascerebbero pensare che anche quest’anno Mou sia intenzionato a riproporre sempre lo stesso (non)gioco. Ma non è esclusa la possibilità di un cambiamento già a partire dalle prossime settimane. Il fallimento della strategia speculativa della scorsa stagione, le differenze con la spettacolarità di altre squadre – non solo Man City, ma anche Tottenham e Liverpool, ad esempio – rimarcate giorno dopo giorno, la stagione chiusa con zero titoli, potrebbero convincere lo Special One a correggere la rotta, almeno in parte. Segnali incoraggianti, in questo senso, arrivano dal mercato, in particolare da Sanchez – acquistato in realtà a gennaio – e Fred.

Uno dei pochi sussulti di una stagione apatica

L’ipotesi più percorribile, al momento, è quella di ripensare la squadra disegnandola su transizioni veloci e un baricentro basso per difendere l’area di rigore (in teoria sarebbe già dna della squadra). Uno United in stile Francia se vogliamo, in cui Pogba potrebbe esprimersi al meglio proprio come in Nazionale, mentre i due già citati troverebbero un contesto disegnato su misura per loro. Sanchez potrebbe creare, con il talento francese, le connessioni di cui ha bisogno, ma lo farebbe in situazioni dinamiche e senza un’eccessiva rigidità nelle posizioni da occupare (cosa che limita entrambi), un po’ come fatto nell’ultima amichevole con il Milan. Il brasiliano, appena arrivato dallo Shakhtar per circa 60 milioni, è un centrocampista con tecnica e visione per una costruzione ragionata, ma sa e ama pensare calcio in verticale.

Che siano passaggi, conduzioni o movimenti senza palla, Fred può creare superiorità numerica e occasioni da gol dalla trequarti, ma non come enganche classico: anche per lui, quella porzione di campo sarebbe da guadagnare in corsa. In più potrebbe formare con lo stesso Pogba – a questo punto vero demiurgo in maglia rossa – una coppia di centrocampisti ideale per affiancare il più compassato ma prezioso Matic, in una squadra che non deve necessariamente avere il controllo del pallone. Impossibile immaginare uno United improvvisamente votato ai principi del gioco di posizione, a questo punto. Anche a livello di narrazione: sarebbe una sorta di “se non puoi sconfiggerli unisciti a loro”. Ma pensare un Manchester che funziona, che gioca e propone un calcio veloce e diretto abbandonando il gioco speculativo, “noioso”, degli ultimi mesi, non è un’ipotesi tanto assurda.


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