Calcio

Com'è All or Nothing, il documentario sul Man City

La serie di Prime Video ha, in qualche modo, innovato la narrazione di un club di calcio.

Manchester City's Spanish manager Pep Guardiola (L) throws the ball to Manchester City's French defender Benjamin Mendy (R) during the English Premier League football match between Manchester City and Huddersfield Town at the Etihad Stadium in Manchester, north west England, on August 19, 2018. (Photo by Lindsey PARNABY / AFP) / RESTRICTED TO EDITORIAL USE. No use with unauthorized audio, video, data, fixture lists, club/league logos or 'live' services. Online in-match use limited to 120 images. An additional 40 images may be used in extra time. No video emulation. Social media in-match use limited to 120 images. An additional 40 images may be used in extra time. No use in betting publications, games or single club/league/player publications. / (Photo credit should read LINDSEY PARNABY/AFP/Getty Images)

In principio furono Netflix e la Juventus, con First Team ed un formato leggero che per la prima volta nella storia ha portato sugli schermi una docu-serie sul calcio raccontata da un club che il calcio lo fa. Con agosto, invece, è stata la volta di Amazon Prime, All or Nothing e il Manchester City, on demand con qualche mese di ritardo per dare il tempo a Guardiola & co. di festeggiare il titolo di campioni d'Inghilterra. La struttura è basica: sono otto episodi di durata media intorno ai cinquanta minuti, in cui la voce di Ben Kingsley riavvolge il nastro della stagione passata per ripercorrerla tramite Pep e i calciatori tanto quanto attraverso dirigenti, fisioterapisti, magazzinieri e tifosi. Due aspetti si prestano in egual misura ad un commento. Primo: se All or Nothing vuole mostrare attraverso il racconto come funzionano le cose al City, ci riesce molto bene e Guardiola ne è indiscutibilmente al centro. Secondo: se All or Nothing si propone come agente innovatore nell'ambito dei media, occorre riflettere su quali possano esserne le prospettive.

Il contenuto di All or Nothing porta con sé una vera e propria rivoluzione nel modo di raccontarsi, per un club di calcio, e partire da qui è essenziale. È un discorso che comprende ma che va oltre la superiorità dell'immediatezza delle immagini sui testi. Il rapporto con Amazon consente al City di adottare una strategia ancora più incisiva in termini di comunicazione, appoggiandosi ad un formato – il documentario/serie tv – senza età, facilmente accessibile e soprattutto in grado di offrire una profondità che è in antitesi con i social network più diffusi. Ed è proprio questo l'aspetto decisivo: con All or Nothing il City si scopre e accetta di farsi conoscere, tracciando un solco netto dietro di sé. Se verrà seguito, come è probabile, l'esempio di Juventus e Citizens porterà il pubblico sempre più vicino ai club. Forse un rischio per i media tradizionali, sicuramente uno strumento prezioso per chi nei club ci lavora.

Venendo al prodotto in sé, la sensazione principale almeno per i primi due-tre episodi è più o meno questa: wow, sono dentro. L'effetto prima-esperienza cattura anche perché le strutture che fanno da sfondo alla storia sono oggettivamente d'impatto. E quindi sì, è coinvolgente ascoltare chi parla del proprio lavoro, e su tutti i livelli di responsabilità, ma a tratti lo sono anche di più le inquadrature strategiche sulle facilities del centro sportivo. Quella dall'alto ad esempio, tra le più ricorrenti in ciascuna delle otto frazioni del racconto. È una bella giornata, l'Etihad Campus splende sotto il sole, i sedici campi sono disposti geometricamente intorno alla struttura principale. Amazon ci spinge con eleganza ostentatrice verso una reazione costruita a tavolino: wow, il moderno, e wow, gli investimenti del club. Lo scopo? Evidenziare il contrasto con il passato. C'è un momento, ad esempio, in cui Kompany racconta con tono nostalgico che nel 2008 al City avevano un solo guanto da boxe e mancava la porta del bagno.

A partire dalla pseudo conferenza stampa tenuta dallo stesso Kompany di fronte agli alunni di una scuola elementare di Manchester, va detto che sono diversi i momenti in cui le telecamere riescono a raggiungere un grado di sincera intimità con i calciatori. Su tutti quello di Agüero, in veste di cicerone tra le mura di casa, restituisce l'immagine di un professionista solo e neanche così adagiato nella sua solitudine. Immancabile in una top three delle scene commoventi assieme a Guardiola che incita la squadra a vincere per David Silva e la compagna (era appena nato Mateo, con sei mesi di anticipo) e a Kompany che all'Etihad tiene il discorso per l'addio di Yaya Touré. Altri frangenti degni di nota sono il faccia a faccia con Zincenko, a base di Shakhtar e Crimea, e il post-infortunio di Gabriel Jesus. È in questi momenti che All or Nothing è davvero meritevole. La produzione prevede di far parlare una volta a turno ciascun calciatore, affiancandovi sistematicamente una breve presentazione: da quanto è qui, da dove viene, per cosa è ricordato, eccetera. È un formato base che scandisce e in alcuni momenti alleggerisce una narrazione fatta di reti su reti (106 a fine campionato), resa scorrevole anche grazie al contributo di una regia estremamente mobile e delle colonne sonore d'accompagnamento che, volente o nolente, un po' Citizen sul momento ti fanno diventare. E questa, se mai ce ne fosse bisogno, è una dimostrazione di come il prodotto sia pensato non tanto per consolidare il rapporto con i fans, quanto per adescarne altri.

Guardiola, come detto, è il vero fuoriclasse. La teatralità con cui traduce pensieri in gesti ed espressioni calza perfettamente con le esigenze dello schermo, e oltretutto non si prende un attimo di pausa. Sul campo, nello spogliatoio, davanti alla lavagna in sala video, a colloquio con Arteta, Estiarte, Torrent, Planchart: Pep si muove continuamente. È la seconda volta in carriera che un media (ammesso che All or Nothing possa essere considerato tale, ci torniamo in seguito) lo segue così da vicino; il primo era stato Martí Perarnau, che dopo il primo anno di Bayern vissuto da ombra del catalano partorì Herr Pep, uno dei testi di letteratura sportiva più influenti degli ultimi anni. Le immagini di Perarnau erano già molto nitide, ma con All or Nothing si compie un ulteriore passo in avanti nella comprensione di Guardiola. Meno concetti di campo e più dimostrazioni di leadership, a tal punto che viene spontaneo mettere in dubbio la centralità della tattica in ciò che il catalano è oggi.

Degli allenamenti vengono mostrati solo alcuni aspetti generali, e gli unici momenti in cui la docu-serie affronta i dettagli sono le sedute in sala video con Pep alla lavagnetta a muovere le calamite. Istruttive ma fino ad un certo punto, perché dopo un paio di episodi è chiaro che più di tanto in profondità lo spettatore non sia legittimato ad andare. Colpiscono, almeno fino a quando non ci si abitua, i monologhi da spogliatoio durante i quali Pep dimostra una capacità unica di tenere in mano le redini del gruppo. Le esortazioni sono semplici: «Be a team!», «If you want to be a very top top top team you have to score the fucking goals!», «The referees and the opponents don't exist, focus on what to do!», tra quelle più espressive che emergono nei momenti di criticità. Ma ciò che colpisce è soprattutto l'abilità di Guardiola nel generare compattezza attraverso parole e gesti: se Herr Pep fece trapelare una straordinaria dedizione al lavoro e la chiarezza dei suoi princìpi, da All or Nothing escono fuori con più impeto anche il Guardiola comunicatore e il Guardiola uomo di club.

Un capitolo a parte lo merita il fattore faziosità, essenza della docu-serie e punto di snodo per il giudizio definitivo. Tra gli esempi più innocui, è evidente lo sfottò al Man United quando Kompany guarda la partita decisiva per il titolo (appunto, un Man United-West Brom, finito 0-1) accanto al suocero di fede rossa. C'è poi la presunzione di superiorità assoluta del calcio di Guardiola. In un intervallo contro il Chelsea di Conte Pep dice ai suoi: «Stanno aspettando il nostro errore, lo aspettano per punirci! That's Italian football guys!». O ancora, nel preparare la gara d'andata dei quarti di Champions contro il Liverpool spiega i movimenti di Firmino per liberare il campo a Salah e Mané, chiudendo l'illustrazione alla lavagna con un ambiguo: «Questo è il Liverpool, niente di più!». E sappiamo come è andata a finire.

In fondo, All or Nothing: Manchester City è una cosa riuscita. Lo è in relazione all'obiettivo che si presume si siano posti Amazon e il club, ossia quello di creare un contenuto senza scadenze in grado di portare il marchio in giro per il mondo e suscitare quell'insieme di reazioni di cui si diceva: wow, sono dentro, wow, il City, wow, l'organizzazione, wow, il moderno. Reazione legittima, perché la scorsa stagione del City è stata realmente molto positiva: il campionato vinto con 100 punti, i record stracciati, la League Cup. Ciò che stona ad un occhio critico, semmai, è che una perfezione sfiorata venga raccontata come una perfezione raggiunta in pieno. E in tutta onestà, svanito l'effetto prima-esperienza, l'appeal degli episodi va progressivamente calando. In fondo parliamo di un documentario, e una volta compreso l'atteggiamento di Pep nello spogliatoio e ammirato in doppia cifra di volte l'Etihad Campus dall'alto, beh, gran parte del lavoro lo si può già sottoporre a giudizio.

È plausibile che siano le aspettative a irrigidirlo? Che a un documentario-spot su una stagione non si possa chiedere più di così, a maggior ragione se viene girato su supervisione del club protagonista? Dopo sette ore di Manchester City, la risposta pende per un sì. Il prodotto è bello, gradevole, funziona. Solo che alla lunga “stucca” un po', e non è detto che sia colpa del prodotto in sé. Sul Guardian Simon Hattenstone ha scritto che «All or Nothing lascia ai tifosi del City più domande che risposte», alludendo ai molti casi in cui la faziosità di fondo fa sì che nessuno faccia mai allusioni scomode su nessun altro. Ed è vero, il discorso rientra pienamente nel comprensibile tentativo di far apparire il City come un club immacolato. Il docu-spot offre un compromesso, prendere o lasciare: io ti porto dentro, ti faccio vedere gli spogliatoi, le case dei giocatori, le stanze del potere, gli interni del centro sportivo; tu in cambio rinunci ad un racconto completo, scomodo laddove serve che lo sia, e ti accontenti di vedere le cose che funzionano. Volendo tornare su quanto si diceva all'inizio, All or Nothing è rivoluzionario anche perché introduce la possibilità di modellare la percezione dei fatti. Non la distorce, non ne ha bisogno perché i presupposti da cui parte sono molto solidi, ma ci lavora comunque su. E se i club sono già abituati a sfilare rigorosamente con i vestiti migliori sui canali di comunicazione tradizionali, non c'è dubbio che una diffusione dei docu-spot acuirebbe ancora di più l'efficacia dell'auto-racconto. Chiedere di più ad All or Nothing vorrebbe dire soprattutto chiedere maggiore imparzialità, più documentario e meno spot. Ovvero chiedere di andare oltre quel compromesso, prendere o lasciare, che è precisamente il punto di forza di questo nuovo strumento dal potenziale ancora indefinito.

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