Tre cose sulla settima giornata di Serie A

Lo strapotere della Juve, l'evoluzione di Suso e la freschezza di Kouamé.
di Redazione Undici 01 Ottobre 2018 alle 11:27

L’anti-Juve è la Juve

In sette giornate di campionato, la Juventus ha già allungato in classifica: sei punti di vantaggio sull’immediata inseguitrice, il Napoli, frutto di un cammino senza sbavature – sette vittorie su sette. La Juventus è la più forte perché conta su una rosa più forte e più ampia. In un torneo di 38 partite, da conciliare con gli impegni europei, Allegri ha un vantaggio sostanziale: può escludere Dybala per Douglas Costa, o lasciare a riposo Pjanic per dare spazio a Bentancur o Emre Can, e così via. Cambiando l’ordine degli addendi, insomma, il risultato non cambia, perché la Juve non ha undici titolari, ma diciotto, venti. Nessun’altra concorrente può permettersi un lusso simile.
Però il match dello Stadium ha detto qualcosa di più. Più che una sfida sulla regolarità, quella tra Juve e Napoli era una sfida a eliminazione diretta, un quarto di Champions per così dire. Il successo dei bianconeri è stato netto, testimonianza di una superiorità da tempo acclarata. Il Napoli non ne esce ridimensionato: Ancelotti sta facendo un lavoro egregio, la squadra è viva e propositiva e l’approccio avuto nella gara dello Stadium è stato più che positivo. Semplicemente, il Napoli ha trovato una squadra più forte, che quest’anno conta su un Ronaldo in più – la scossa dei bianconeri, apparsi decisamente in difficoltà nei primi venti minuti. Dopo il pareggio di Mandzukic, la Juve ha giocato con una qualità inarrivabile per qualsiasi tipo di avversario in Italia, controllando il match e vincendolo senza troppi problemi – ha barcollato solo sull’occasione di Callejón, apparso più un episodio che una fase del gioco favorevole agli azzurri.
Dopo la partita, in tanti hanno chiesto ai protagonisti se questo campionato fosse già finito, e come da copione tutti hanno detto che, in fondo, è ancora presto. È assolutamente vero, ma una volta di più dobbiamo registrare che questa Juventus non ha rivali al di fuori di se stessa: se rimarrà sul pezzo – e non si vedono motivi all’orizzonte per cui non debba riuscirci – il campionato sarà ancora un affare privato. In più, dal primo big match stagionale la squadra di Allegri è uscita ulteriormente rafforzata – e questi sono segnali positivi anche in vista Champions – perché capace di reagire alle difficoltà e indirizzare a proprio piacimento l’andazzo della gara, con la prima prova superlativa del Ronaldo bianconero.

Dybala-Ronaldo-Mandzukic: la qualità offensiva della Juventus al meglio

Le nuove armi di Suso

È probabilmente ancora troppo presto per dire che il Milan ha trovato una quadra, nonostante il 4-1 inflitto al Sassuolo: la solidità difensiva è ancora lontana, viste che le occasioni clamorose per gli emiliani non sono mancate (una grande parata di Donnarumma, e un recupero “alla Nesta” di Abate). Ma nelle ultime partite stiamo assistendo alla crescita di un elemento che aveva condizionato in positivo le ultime due stagioni, al netto di una discontinuità a tratti ancora eccessiva: Suso. Nelle ultime partite, lo spagnolo ha messo a segno due gol contro il Sassuolo, una buona prestazione (uno dei pochi dei suoi) contro l’Empoli, due assist contro l’Atalanta. Non aveva iniziato benissimo, invece: soltanto un assist contro il Napoli, per il 2-0 temporaneo di Calabria, e quella testardaggine che, nei momenti meno brillanti, si trasforma in frustrante velleità. Le zone occupate del campo sono sempre le stesse, una macchiolina lungo la fascia sinistra, e in questo non è cambiato molto. Quello che sta migliorando, piuttosto, è la ricerca di movimenti che non siano soltanto la sua sterzata “alla Robben” da concludere con il tiro a giro sul secondo palo. Gattuso ha detto che, per servire al meglio Higuaín, Suso deve sterzate meno: perché l’argentino è un attaccante che va servito mentre effettua il taglio, e rientrare e sterzare frustrerebbe il suo istinto da gol. Così Suso ha fatto contro l’Atalanta, in cui ha messo un lob dalla trequarti che il Pipita ha colpito al volo per il gol dell’uno a zero; e, sempre contro l’Atalanta, mentre Gosens lo aspettava sulla sinistra, lui ha invece preso il fondo, servendo sul primo palo, rasoterra, Bonaventura per il 2-0. Contro l’Empoli, nonostante i miracoli di Terracciano, ha dimostrato di essere utile anche come colpitore “da biliardo”, in situazioni di difesa schierata post-palla ferma. E contro il Sassuolo, in occasione del primo gol, ha saputo difendere un pallone lanciato lungo dalla difesa dagli attacchi molto fisici di Ferrari, girarsi e puntare l’area prima di far partire il suo solito, splendido, arcobaleno destinato all’incrocio dei pali. Piccoli miglioramenti che possono rendere il suo repertorio più ampio e vario, quello che mancava per avere una continuità necessaria a questo Milan da anni troppo incostante.

Il tiro è “alla Suso”, ma è da sottolineare il controllo spalle alla porta e la rapidità con cui si gira e punta l’area

Occhio a Kouamé

Le copertine in questo inizio di campionato del Genoa, ad oggi sesto e, potenzialmente secondo, qualora vincesse la partita da recuperare, se le è prese tutte Pjatek. Ma come Batman, anche il polacco ha bisogno del suo Robin. È Christian Kouamé, 20 anni, una rete segnata nella gara interna vinta con l’Empoli e due assist ieri, entrambi per l’attuale capocannoniere della serie A, nella vittoria al Benito Stirpe di Frosinone. E le reti sarebbero potute salire a due se il suo destro scagliato verso la porta dei ciociari al 72esimo non fosse sbattuto su entrambi i pali prima di uscire. Nei due passaggi vincenti si sono viste alcune delle sue qualità principali: il primo è arrivato con una sponda di testa, sfruttando i suoi 185 cm, mentre il secondo con un appoggio altruista a Piatek dopo un recupero palla ad un incerto Salamon. Con il polacco l’intesa è ottima. «Con lui ci completiamo: a me piace attaccare gli spazi, a lui buttarla dentro. All’inizio non pensavo fosse così forte, ma dopo i primi allenamenti mi sono dovuto ricredere», ha detto Christian.
L’ivoriano è arrivato a Genova dopo una ottima stagione in B al Cittadella, dove è esploso con undici gol, tanto da convincere il presidente Preziosi a sborsare cinque milioni per assicurarselo. Kouamé era stato portato in Italia dal Prato e ha avuto anche una breve esperienza nelle giovanili dell’Inter. Il numero undici, scelto in onore di Drogba, possiede un fisico gracile ma lunghe leve da quattrocentista e sta vivendo un momento magico. Solo un paio di settimane fa infatti, nonostante debba ancora compiere 21 anni, è diventato padre per la prima volta: «Sono consapevole che non sarà più come prima. Sono cresciuto, ora ho una famiglia mia e più responsabilità», ha detto dopo la nascita di Micheal Joah. Grande merito di questa suo periodo felice è però anche di Ballardini; il tecnico infatti non si è fatto problemi nello schierare insieme due punte così forti fisicamente, spesso accompagnate anche da Pandev, nonostante l’andazzo generale della serie A veda le squadre, soprattutto quelle che lottano per salvarsi, affidarsi spesso ad una sola punta.

Recupera palla e la appoggia in mezzo: è facilissimo, a quel punto, per Piatek
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