Calcio

La moda del calcio

Dai casual a Gosha Rubchinskiy: breve storia del legame tra football e fashion.

Per quanto immotivati e bizzarri possano sembrare a uno sguardo superficiale, i movimenti degli oggetti di moda – e cioè quello che indossiamo in un determinato periodo storico – sono il frutto naturale della società che li produce e, proprio per questo motivo, in grado di raccontarne molti aspetti interessanti. Si pensi, ad esempio, alle sciarpe da tifoso comparse sulle passerelle di Versace per la collezione Autunno-Inverno 2018 o, qualche stagione prima, alla maglietta di Maradona vista sulla passerella di Dolce & Gabbana Alta Moda, andata in scena per le strade di Napoli. Senza che ce ne accorgessimo, o quasi, l’equipaggiamento di chi la domenica è in curva allo stadio aveva definitivamente conquistato anche il lusso mainstream, dopo essere stato recuperato e sdoganato, in varie forme, da due creativi maestri dello Zeitgeist: il georgiano Demna Gvasalia, che disegna Vetements e Balenciaga, e il russo Gosha Rubchinskiy. Quest’ultimo, in particolare, fa storia sé, tanto più se si prende come riferimento la sua collaborazione con adidas Football, annunciata nel gennaio 2017 e conclusasi definitivamente lo scorso giugno alle soglie del mondiale in Russia, conquistato dalla Francia di Kylian Mbappé (sponsorizzato dalla rivale Nike) e Paul Pogba.

Sciarpe ispirate a quelle da stadio nella sfilata di Versace a Milano, febbraio 2018 Miguel Medina/Afp/Getty Images)

 

Sportswear e streetwear sono i due calderoni di simboli e di stili dai quali Rubchinskiy ha tirato fuori magliette, calzoncini, felpeIl co-branding Rubchinskiy-adidas è meritevole di attenzione perché segna – a tutti gli effetti – un’evoluzione della strategia dei grandi marchi sportivi e, allo stesso tempo, di quelli che ancora si raccontano all’interno di piattaforme come le settimane della moda (aggiornamento: alla luce di alcune accuse, in queste ore, adidas sta valutando se proseguire la collaborazione, ndr). Intanto perché non si è trattato di una sola collezione, ma di tre consecutive spalmate in un arco temporale prolungato, una partnership nata con l’intento di saldare il più generico compratore di abbigliamento sportivo a quello attratto dallo streetwear contemporaneo, uniti da oggetti “semplici” come la sciarpa di una squadra, reale o fittizia, o la maglietta di un calciatore. Sportswear e streetwear, d’altronde, sono i due calderoni di simboli e di stili dai quali Rubchinskiy ha tirato fuori magliette, calzoncini, felpe e uno speciale modello di scarpette da calcio Predator, ma anche giacche, cappotti e tute come quelli visti durante la sfilata di Kaliningrad del gennaio di un anno fa, l’evento iniziale di questo complicato passo a due tra brand. Lasciare Parigi e approdare sul Mar Baltico, in una città che prima della Seconda guerra mondiale era ancora tedesca, è la modalità con cui il fotografo-designer ha scelto di omaggiare il legame tra i campioni sovietici e adidas, che storicamente li ha vestiti. D’altronde la tuta, così come le sneakers del marchio tedesco – non sono forse un paio di Stan Smith quelle ai piedi del protagonista di Deutschland 83 alla sua prima volta dall’altra parte del muro? – sono sempre state uno status symbol in tutti i paesi dell’ex Urss, come dimostrato anche dal fiorente mercato nero di copie e falsi, spesso cuciti a mano, esploso negli anni Ottanta e raccontato recentemente da Alec Leach in un documentario uscito per Highsnobiety, Inside Russia’s Fashion Black Market. La sfilata di Kaliningrad è diventata poi un breve documentario, Apart, diretto da Papaya Dog e girato da Maxim Tomash, e un libro, Kaliningrad, distribuito esclusivamente nei punti vendita selezionati dove la collezione era disponibile, come Dover Street Market, il concept store fondato da Rei Kawakubo e Adrian Joffe.

Un modello sfila per Koché durante la Paris Fashin Week del settembre 2017 indossando una maglia realizzata in collaborazione con il Paris Saint-Germain (Francois Guillot/Afp/Getty Images)

 

Ricorrere a un immaginario condiviso e ammantato di furba nostalgia benevola è probabilmente il trucco che meglio riesce a chi traffica con i vestiti e, di conseguenza, con il gioco dell’identificazione. Come ha spiegato infatti lo stesso Rubchinskiy in un’intervista a Business of Fashion, che risale all’annuncio della collaborazione, «oggi nessuno crede più nella globalizzazione. Le persone sono spaventate dagli “altri” e hanno paura di perdere la propria identità». Ecco perché, allora, sfilare a Kaliningrad, al di fuori di circuito tradizionale – tutto occidentale – della moda: «Volevo dimostrare che si possono creare eventi internazionali anche in una piccola città russa. Volevo dimostrare la fine del globalismo. Oggi è più interessante vedere cosa succede a Kaliningrad che a New York». E cosa rappresenta la fine della globalizzazione e dell’internazionalismo di facciata della nostra società più della maglietta di una squadra di calcio? Cosa racconta di piccoli orgogli e identità tribali più della divisa di un team, magari scalcagnato, alla cui appartenenza si lega la più abusata delle metafore calcistiche, la favola di Davide che batte Golia?

Tra gli anni Settanta e Ottanta, anche grazie alle fortunate intuizioni imprenditoriali di alcuni italiani come Sergio Tacchini e Leonardo Servadio di Ellesse, erano gli uomini soli sui campi da tennis a incarnare l’idealtipo maschile, mentre oggi è l’idea di una squadra, di una nazione o di una città, di un gruppo di uomini contrapposti ai propri avversari, insomma, a raccontare meglio i tempi che viviamo. Solo così si comprende la polemica mediatica tra il presentatore e comico Trevor Noah e l’ambasciatore francese all’indomani della vittoria della Francia ai Mondiali – «L’Africa ha vinto la Coppa del mondo!», ha scherzato Noah, «No, l’ha vinta la Francia», ha puntualizzato piccato quell’altro – ma anche il triste abbandono di Mesut Özil alla Nazionale tedesca, dopo l’esito disastroso del torneo in Russia. «Il valore culturale di una maglietta da calcio», come l’ha definito Calum Gordon su Garage Magazine, è tale, oggi più che mai, da servire da metro e misura delle identità nazionali. Sembrano lontani quei momenti in cui le magliette dei grandi campioni se le mettevano magari solo certi dj-tifosi come Paul Kalkbrenner, un peccato di tamarraggine che si perdonava controvoglia ai fidanzati fissati, irreperibili la domenica pomeriggio. Al contrario, nel 2018 è legittimo supporre che una buona fetta delle ciquecentoventimila magliette di Cristiano Ronaldo, vendute dalla Juventus in sole ventiquattrore, finiranno nel guardaroba di uomini (e donne) che probabilmente non hanno mai visto una partita dei bianconeri nella loro vita.

Gli hooligan indossavano Lacoste e Stone Island per non farsi riconoscere dai poliziotti e omaggiare “in eleganza” la loro squadra del cuoreSarebbe ingiusto, però, ridurre l’influenza esercitata dal calcio sulla moda alla “sola” attualità socio-politica. Nel corso degli anni, sono stati tanti i giocatori a imporsi come icone nella cultura pop per il modo in cui si vestivano, da Pelé a Johan Cruijff, da George Best a David Beckham fino a Héctor Bellerín, fan di Gucci, Balenciaga e Supreme. I fan ne copiano lo stile, il taglio di capelli, gli accessori più vistosi: come dimenticare i brillantini alle orecchie, il codino da samurai o le treccine di Beckham nei primi anni Duemila? Tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta, poi, il calcio ha anche prodotto una sua specifica sottocultura stilistica, quella casual, che ha esteso i confini dei marchi legati al tennis, uno sport notoriamente elitario, a quelli più popolari delle tribune degli stadi. Gli hooligan indossavano Lacoste e Stone Island per non farsi riconoscere dai poliziotti e omaggiare “in eleganza” la loro squadra del cuore: i rapper afroamericani di quegli anni ne rimarranno talmente affascinanti da adottare quello stile, che sapeva di cool europeo e raccontava di battaglie epiche come quelle tra le crew rivali. Nell’articolo di Garage, l’editor di Mundial Daniel Sandison spiega cinicamente questo innamoramento tardivo della moda per “il mondo del pallone”, come lo chiamano i telecronisti poco fantasiosi: «È un trend alimentato dal fatto che i ricchi vogliono vestirsi come i poveri, per divertimento», ha sentenziato. I totem del tifoso come quelli del chav, il tamarro inglese, o come il look sportivo-trasandato dell’ex blocco sovietico tanto caro a Balenciaga: la moda, si sa, si appropria di tutto, e di tutto rigurgita una versione nuova. Sarà anche un innamoramento passeggero, ma una cosa è certa: la potenza immaginifica della maglietta di un campione, CR7 lo dimostra, è sempre stata innegabile. Ora se n’è accorta anche la moda.

 

Dal numero 23 di Undici


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