Calcio

I 10 momenti sportivi che hanno segnato il 2018

Dieci firme raccontano gli avvenimenti sportivi più importanti dell'anno appena trascorso.

MOSCOW, RUSSIA - JULY 15: Kylian Mbappe of France celebrates with the World Cup Trophy following his sides victory in the 2018 FIFA World Cup Final between France and Croatia at Luzhniki Stadium on July 15, 2018 in Moscow, Russia. (Photo by Matthias Hangst/Getty Images)

Il trasferimento di Cristiano Ronaldo alla Juventus 

L’atmosfera allo Juventus Stadium era surreale. C’era silenzio, completamente: la curva era in sciopero per il rincaro dei biglietti e il resto dello stadio taceva, sgranando gli occhi di fronte a un Napoli che, dopo il vantaggio, stava imperversando in campo. Mai vista la Juve così tanto in difficoltà. Poi, e poteva apparire un’impresa donchisciottesca, l’uomo con la maglia numero 7 cominciò a prendere palla e a sfidare, da solo, tutti gli avversari: un’accelerazione, un dribbling, un tiro dalla distanza. Improvvisamente, tutto lo stadio si scosse. Ancor prima di entrare nei tabellini (nel 3-1 finale due assist, più il palo da cui sarebbe nato il 2-1), Cristiano Ronaldo cambiò quella partita con la sua leadership, liberando la squadra tutta dalle sue paure e conducendola al successo finale.

Che Cristiano Ronaldo alla Juventus sia il trasferimento più importante del 2018, non v’è dubbio. Con lui, la Juventus ha sviluppato una consapevolezza nuova, una maturità ancora più raffinata – non è certo scontato aggiungere qualcosa a una squadra che vince in Italia da sette anni di fila, e che in Europa ha collezionato due finali negli ultimi anni. Una «forza mentale» che Allegri celebrò quando il portoghese piegò la resistenza del Frosinone negli ultimi minuti. La Juve non perde più, vince quasi tutte le partite, le vince in ogni modo. E fuori dal campo la sfida ai top team continentali – Real Madrid, Barça, Manchester United – è lanciata. La nuova era della Juventus targata CR7 è già cominciata. (Francesco Paolo Giordano)

L'argento dell'Italia femminile ai Mondiali di pallavolo 

Se perdi una finale mondiale ma raccogli il doppio dei premi individuali del tuo avversario, hai sempre perso una finale mondiale però hai tutto il diritto di festeggiare, passata la delusione. La Nazionale italiana di pallavolo mette in archivio un 2018 da incorniciare. Perché ha il miglior opposto (Egonu), la miglior schiacciatrice (Sylla), la miglior palleggiatrice (Malinov) e il miglior libero (De Gennaro) del pianeta. E dal 2019 il c.t. Mazzanti lavorerà per trasformare l’argento in oro. Si parte dagli Europei e si arriva ai Giochi olimpici di Tokyo 2020.

Miriam Sylla (insieme a Paola Egonu) è stata la rivelazione di questa Nazionale e ha pianto più di tutte, alla fine. «Avevamo questo sogno, arrivare a tutti i costi in finale. E forse sì, ho pianto tanto. Perché quando sei lì e non va come avresti voluto il rammarico è grandissimo. Ma già il giorno dopo ci siamo rese conto che avevamo fatto una grande cosa. Soprattutto quando siamo arrivate in Italia e abbiamo trovato tutta quella gente ad accoglierci all’aeroporto, pronta a ringraziarci». La veterana Monica De Gennaro, miglior libero del mondo per il secondo Mondiale di fila, fotografa perfettamente una competizione meravigliosa ceduta alla Serbia solo al tie break, per un soffio. «Per poco non la vincevamo quella finale. Per poco, purtroppo, l’abbiamo persa». Riprovateci, donne. (Eleonora Cozzari)

L'impresa della Roma contro il Barcellona 

Oggi che la Roma è ben lontana dalle posizioni di vertice, e oggi che Di Francesco viene messo in discussione di partita in partita, fa un certo effetto ricordare quello che è stato senza dubbio il momento più alto del suo progetto sportivo. La doppia sfida con il Barcellona che valse per i giallorossi l'accesso alle semifinali della scorsa Champions ha rappresentato qualcosa di unico e difficilmente ripetibile, ponendo seriamente le basi per elevare ad un livello superiore la dimensione del club. Un salto di qualità che già si lasciò intravedere al Camp Nou, dove prese forma un ingombrante 4-1 che rispecchiava solo in minima parte il modo in cui erano andate le cose sul campo. Ad inframezzare andata e ritorno si mise di mezzo oltretutto un imprevisto non da poco, una Fiorentina corsara che venne ad imporsi con uno 0-2 esterno su De Rossi e compagni. Eppure, appena tre giorni dopo, l'Olimpico faceva da teatro a quell'opera che più volte è stata rivista e celebrata: Dzeko che apre, De Rossi per rendere vivo il sogno, Manolas per realizzarlo. Lo sguardo preoccupato di Messi, la partecipazione dei quasi sessantamila ad ogni singolo momento della partita, quella torsione così innaturale a dieci minuti dalla fine, il 3-0 che di giustizia ribalta il 4-1. Frammenti di quella notte, una di quelle notti che non finiscono mai. (Simone Torricini)

Un Mondiale bellissimo

È stato ovviamente strano avvicinarsi al Mondiale, in primavera, poi sempre più prossimi a giugno, sapendo che non avremmo occupato nessun salotto con birre e cuscini per terra per guardare l’Italia. Ma senza la tensione della partecipazione, per la prima volta nelle nostre vite si è fatta strada la curiosità, ed è andata a finire che anziché soffrire tremendamente per le partite della Nazionale e guardare con distaccato interesse le altre, ci siamo trovati a spalmare quell’entusiasmo su tutti i gironi, tutti gli ottavi di finale, i quarti, e via dicendo. È stata una fortuna, in fondo, che quelli di Russia siano stati i Campionati del mondo più belli e avvincenti degli ultimi decenni. Per la qualità dei singoli interpreti, francesi e croati su tutti, per le storie diverse ma ugualmente appassionanti delle “grandi”, come il fallimento dell’Argentina (ma quando l’Argentina non è un fallimento? E sempre in fondo cinematografico e quindi enjoyable) e la rinascita dell’Inghilterra giovane, entusiasta e – incredibile – bella, il disastro della Germania, pure una Russia che nonostante Putin alla fine riesce a stare simpatica.

È stato, per la prima volta, guardare un torneo di calcio senza concentrarsi sul tifo, e quindi l'abbiamo vissuto come una finestra sulle emozioni che gli altri stavano vivendo, è stato guardare in binge-watching una serie tv bellissima per un mese, giorno dopo giorno, con ogni tipo di protagonisti e vittorie, fallimenti, buoni e cattivi, delusioni ed entusiasmi. È stato bello, bellissimo addirittura, e speriamo non succeda mai più. (Davide Coppo)

Nadal è immortale

C’è spesso un “sì ma”, quando si parla di tennis e di Nadal. Dai più è stato considerato il secondo dietro Federer, anche se lo ha battuto e strabattuto. Quando lo svizzero si è preso quattro anni e più di vacanza dagli Slam, e Rafa continuava a vincere, è arrivato Djokovic: a lungo si è guardato al serbo, come a possibile (lo è, per carità) recordman di titoli major a fine carriera. Quest’anno si è glorificato lo straordinario ventesimo Slam di Roger, si è salutato il ritorno di un despota come Nole (che di titoli ne ha già 14). Invece è quasi passato come consequenziale frutto della logica il dominio di Rafa al Roland Garros. A 32 anni, 13 dopo la prima volta da teenager contro Puerta, Nadal ha preso a randellate tutti, giovani, adulti, vecchi, speranze e campioni, da del Potro a Thiem, passando per Gasquet e altre quattro comparse. Undici volte: avete presente cosa significa mettere le mani su un grande titolo per una volta sola? Sampras, il dittatore di Wimbledon, sulla sua amata erba vinse 7 titoli, uno in meno di Federer. Agli Us Open hanno vinto 7 volte Tilden, Sears, Larned, grandi nomi della preistoria tennistica e nessuno più di loro. Nadal ha costretto a tarare gli strumenti degli statistici e mai atleta ha dominato uno dei quattro grandi eventi dell’anno come lui ha fatto a Parigi.

Federer è il tennista che ha giocato meglio di tutti; Djokovic, quello che ha fatto la cosa più complicata nella storia, sottomettere i due mostri coevi di questo sport. Ma a Nadal è riuscito ciò che prima di lui non era mai capitato, e che solo in un futuro che non potremo testimoniare verrà eguagliato. Forse. (Federico Ferrero)

Il tris del Real Madrid in Champions League

Ricorderemo il 2018 come l’anno in cui si è consolidata definitivamente la legacy della squadra più vincente dell’era moderna. Più dello United di Ferguson, più del Barcellona di Guardiola, il Real Madrid di Zidane è riuscito a stravolgere l’inerzia della competizione più importante e sfuggente, quella Champions League che fino a qualche anno fa sembrava non poter avere un padrone unico. Solo la Casa Blanca è riuscita ad estendere ai confini continentali il concetto di dominio applicato ad un torneo, alzando quella coppa per tre volte consecutive con perseveranza diabolica. Un dominio che non è tanto nel gioco quanto nei risultati: un controllo mentale – ai limiti del soprannaturale – dei singoli momenti della partita. Una consapevolezza nei propri mezzi costruita non su un’identità tattica forte o una filosofia prestabilita, ma in maniera empirica un poco per volta: come in un mosaico, Zizou ha aggiunto un tassello dietro l’altro, partita dopo partita, fino a costruire un’armata invincibile, chiudendo nel 2018 il triennio più vincente della storia recente. (Alessandro Cappelli)

Con LeBron ai Lakers la geografia della Nba è cambiata

Uno dei topoi ricorrenti quando si parla di LeBron James è quello della sua legacy. Si tratta di un concetto aleatorio, che spesso prescinde da quel che accade sul campo e che aderisce perfettamente a quell’idea del “we are all witnesses” che ha caratterizzato, caratterizza e caratterizzerà la carriera di un atleta iconico come pochi altri nella storia dello sport. Per questo il 2018 della Nba, più che per il prevedibile back to back dei Golden State Warriors, sarà ricordato per il passaggio di LBJ ai Los Angeles Lakers al culmine della terza “decision” della carriera. Forse la più semplice. Perché non si tratta, solo, della riscrittura dell’intera geografia della lega e dei relativi rapporti di forza (dopo otto anni l’Est potrà avere finalmente un nuovo padrone) ma dell’ennesima sfida, a se stesso e agli altri, di un giocatore assolutamente irripetibile alle prese con l’ennesimo cambio di paradigma: non è più una questione di vincere a tutti i costi come negli anni di Miami, né di vincere per la sua gente come nella seconda parentesi a Cleveland, ma di provare a vincere attraverso un progetto, con il percorso per arrivare alla vittoria persino più importante della vittoria stessa. E, quindi, la ricostruzione dei Lakers non può che passare da lui, mentore di un gruppo di young guns da portare alla terra promessa. Proprio come Michael Jordan. Forse anche di più. (Claudio Pellecchia)

I cento punti del Manchester City

Il Manchester City ha vinto la Premier League toccando i 100 punti, un successo che ha letteralmente riscritto la storia del calcio inglese. Non è solo una questione di cifre, quanto di idee, di cultura del gioco: i Citizens hanno raggiunto una quota mai avvicinata prima grazie a una sperimentazione continua, che ha integrato la raffinatezza del calcio sistemico, la qualità tecnica dei giocatori e la capacità di sostenere i ritmi di un contesto logorante dal punto di vista tattico, fisico, nervoso. Guardiola ha costruito una squadra completa nella forma e nella sostanza, dominante in senso assoluto, tanto che il City ha vinto tanti big match con una percezione di superiorità quasi irridente: 5-0 al Liverpool in campionato, 4-1 al Tottenham, 0-3 in casa dell'Arsenal, un festival infinito di gol, bellezza, efficacia.

Una sola fragorosa caduta, contro il Liverpool in Champions League, nel primo e ultimo momento difficile dell'anno. Non a caso, quella di Klopp è stata ed è l'unica squadra che riesce a giocare alla pari con il City per sofisticatezza e intensità, con armi e stile differenti. Il duello tra Citizens e Reds sta incendiando ancora la Premier, una lega che non potrà più essere la stessa dopo il 2018, l'anno in cui Pep e il City hanno imposto la loro rivoluzione. (Alfonso Fasano)

Il feeling europeo in Ryder Cup

Ho guardato solo la giornata finale, da “occasionale” del golf quale sono, ma è bastata per farmi rispondere alla domanda “qual è l'evento sportivo del 2018” con “la Ryder Cup”. Sì, nell'anno dei Mondiali di calcio, l'evento non sono i Mondiali e non solo perché l'Italia non vi era rappresentata mentre nella Ryder il protagonista è stato Francesco Chicco Molinari da Torino. Il motivo semmai è la proporzione tra quello che mi aspettavo dal golf, pur nel suo evento massimo (cioè la noia mortale) e quello che vi ho invece trovato: tensione, emozione, passione. Ho visto tifosi in estasi provenienti da ogni angolo del continente dedicare cori ad un italiano che ha regalato loro un trionfo. Spettatori tutt'altro che silenziosi ogni volta che Molinari imbucava, come se avesse segnato un gol nella finale dei Mondiali di calcio. Ho trovato pure di più: una specie di morale che va oltre i confini dello sport e ricorda il senso dello sport stesso. Ho visto l'Europa divisa fuori ma magicamente unita lì dentro, sui campi, in una squadra; ho visto golfisti che gareggiavano in nome di un'Unione nonostante rappresentassero Paesi che da quell'Unione forse usciranno, o vorrebbero uscirne, o non ci sono mai entrati. (Claudio Savelli)

La tenacia di Hamilton

Il quinto titolo mondiale in Formula 1 è stato anche il più sudato per Lewis Hamilton, almeno tra i 4 vinti alla guida di una Mercedes. In tutto il 2018 il pilota britannico ha dimostrato grande lucidità, come forse mai prima in carriera: non è mai andato nel panico nella prima metà di stagione, quando la Ferrari di Sebastian Vettel sembrava più veloce e più affidabile della sua Mercedes, per poi sfruttare i tanti errori degli avversari nella seconda parte, complici anche i progressi delle Frecce d’Argento. Da 3 sole vittorie conquistate fino al GP di Gran Bretagna, Hamilton è passato a 8 affermazioni nelle ultime 11 corse. Da meno 8 a più 88 su Vettel in classifica, e il titolo vinto in Messico, con due gare d’anticipo. Una marcia irresistibile non solo per le Ferrari ma anche per il compagno di squadra Valtteri Bottas, che pur con la sua stessa auto ha ottenuto nello stesso arco di tempo solo 4 podi. Ora per Hamilton l’obiettivo è il record di 7 mondiali vinti da Michael Schumacher. (Andrea Antonazzo)

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