Calcio Internazionale

Baku non piace a nessuno

La finale di Europa League in Azerbaijan ha generato un bel po' di polemiche.

Lo stadio Olimpico di Baku (Jack Guez/AFP/Getty Images)

Il problema  principale della finale di Europa League 2019 è che Baku è lontana, lontanissima. In tutti i sensi. Geograficamente e culturalmente: i due aspetti si nutrono a vicenda, alimentano le polemiche di Arsenal, Chelsea e di tutto il mondo del calcio per la scelta di giocare la partita nella capitale dell'Azerbaijan. Uno Stato che si trova alla stessa longitudine del Qatar – giusto per quantificare le distanze reali. E che suscita diverse perplessità politiche, oltre che logistiche.

La decisione di ambientare a Baku l'ultimo atto dell'Europa League 2018/19 risale al 20 settembre 2017: la candidatura della capitale azera ha battuto quelle di Siviglia e Istanbul, due anni dopo l'assegnazione di un pacchetto per Euro 2020 – lo stadio Olimpico di Baku, costruito nel 2015 per celebrare i 100 anni del calcio in Azerbaijan, ospiterà tre partite della fase a gironi e un quarto di finale. Intervistato qualche giorno fa dallo Spiegel, il presidente Uefa Aleksander Ceferin ha spiegato di aver scelto Baku perché «gli azeri amano il calcio, e noi abbiamo il dovere di sviluppare questo sport in tutto il continente, non solo in Inghilterra e in Germania». Al di là del marketing emotivo, l'assegnazione della finale di Europa League e di alcune partite di Euro 2020 all'Azerbaijan rientra nel progetto di apertura all'Occidente della nazione caucasica, un tentativo che passa molto dall'acquisizione di visibilità attraverso la promozione e l'organizzazione di eventi sportivi – Baku ha ospitato la prima edizione dei Giochi Europei del 2015, il Campionato Europeo di calcio del 2020 sarà sponsorizzato da SOCAR, l’azienda petrolifera di stato,  mentre il Gran Premio di Formula Uno sul circuito cittadino di Baku è entrato nel Mondiale da appena due anni.

La critica nei confronti di Ceferin riguarda dunque l'attenzione della Uefa al solo aspetto economico, che avrebbe messo in secondo piano le esigenze dei tifosi, ma anche qualcosa di più importante: l'Azerbaijan è stato segnalato come uno stato in cui i diritti umani non sono pienamente rispettati, secondo un rapporto di Amnesty International (citato in un articolo di Usa Today) la comunità Lgbtq+ sarebbe vittima di discriminazione, mentre le persone sospettate di reato subirebbero degli abusi da parte della polizia locale. Per rispondere a queste accuse – reiterate anche da alcuni dirigenti organizzatori dell'evento, soprattutto quelli britannici – Ceferin ha utilizzato l'arma del benaltrismo: «La situazione dei diritti umani in Azerbaijan è un problema. Ma ci sono problemi con i diritti umani anche in altri paesi europei». Solo che c'è solo una finale di Europa League ogni anno, e la Uefa ha deciso di giocarla proprio in Azerbaijan.

Una scelta che, a conti fatti, non ha incontrato il favore di nessuno. Il caso più eclatante è quello che ha riguardato Henrik Mkhitaryan, calciatore dell'Arsenal. L'ex Borussia Dortmund e Manchester United, cittadino armeno, ha deciso insieme al suo club di non partire per Baku, quindi si perderà la finale di Europa League. Tra Armenia e Azerbaijan i rapporti sono tesi da circa trent'anni, i due Paesi si contendono il controllo della regione del Nagorno-Karabakh, autoproclamatasi indipendente nel 1991. Il giocatore dell'Arsenal aveva deciso di non partecipare anche all'altra trasferta azera di questa stagione, quando a settembre la sua squadra ha affrontato il Qarabag nella fase a gironi di Europa League. Se per un match non decisivo le polemiche furono tutto sommato contenute, il fatto che Mkhitaryan sia costretto a rinunciare a una partita così importante e significativa, tra l'altro per motivi politici, ha finito per alimentare le critiche nei confronti della Uefa. Anche l'Arsenal non ha preso bene la cosa, il club londinese ha scritto in un comunicato stampa di essere «deluso e preoccupato» dall'esito di questa vicenda.

Il capitolo riguardante i tifosi è stato quello più caldo negli ultimi giorni. Il problema è essenzialmente logistico, e uno dei contestatori più animati dell'Uefa è stato l'allenatore del Liverpool Jurgen Klopp: «Esiste un volo diretto o normale per l’Azerbaijan? Credo che queste decisioni dovrebbero essere molto più sensate, non so cosa mangiano a colazione i dirigenti prima di fare certe scelte». Arsenal e Chelsea hanno restituito alla Uefa circa 6mila biglietti rimasti invenduti, inizialmente ai due club erano stati forniti solo 12mila biglietti (equamente divisi), appena il 17% dell'intera capienza dello Stadio Olimpico (69.870).

Facile pensare che sugli spalti ci saranno degli spazi vuoti, anche perché i fanclub asiatici di Chelsea e Arsenal – Baku è più facilmente raggiungibile dal Medio Oriente e dall'Asia piuttosto che dall'Europa Occidentale – non porteranno molte persone allo stadio, e anche la risposta dei cittadini di Baku non è stata proprio entusiasta. Certo, va sottolineato anche il fatto che la finale si disputerà tra due squadre londinesi, una circostanza che ha finito per aumentare le difficoltà logistiche: la Uefa ha provato a spiegare che le dimensioni dell'aeroporto di Baku, incapace di sostenere più di 15mila viaggiatori, hanno in qualche modo penalizzato l'evento. Anche per questo c'è scarsità di tratte aeree dirette o comunque comode dalla capitale inglese, o da altri scali facilmente raggiungibili dal Regno Unito.

La scelta di giocare a Baku è stata inizialmente avventata, e col passare del tempo è parsa sempre più inopportuna. Per diversi motivi: una questione di casualità che si sono intrecciate, ma che i dirigenti della confederazione europea avrebbero dovuto quantomeno tenere in considerazione, se non prevenire del tutto, magari designando una sede più convenzionale. Lo sviluppo del calcio attraverso inclusione e integrazione è sicuramente un progetto nobile, solo che questa volta la Uefa ha dato l'impressione di essere superficiale, di aver fatto una scelta controversa, soprattutto dal punto di vista logistico, senza tener conto delle conseguenze, come se per un attimo avesse dimenticato di essere un ente istituzionale e politico, oltre che sportivo.

 

 


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