Calcio Internazionale

Nuovo difensore olandese

La Nazionale Oranje si fonda sulla qualità e sulla modernità di van Dijk, de Ligt, Blind.

Van Dijk e de Ligt durante una partita con la Nazionale olandese (Emmanuel Dunand/AFP/Getty Images)

L’approdo dell’Olanda alla semifinale di Nations League è un risultato che va oltre la partita in sé. È un traguardo dal grande valore simbolico: certifica il ritorno tra le migliori rappresentative del continente degli Oranje, qualificatisi primi nel mini girone della competizione più nuova e moderna dell'Uefa, contro le ultime due vincitrici dei Mondiali (Germania e Francia). Il ct Koeman ha costruito una squadra a trazione posteriore, in cui la difesa è il reparto più attrezzato. Il centrale di riferimento è il capitano Virgil van Dijk, il miglior difensore dell’anno in Premier, il difensore più costoso della storia, vincitore e protagonista assoluto dell’ultima Champions League; accanto a lui gioca il giovanissimo de Ligt, capitano dell’Ajax semifinalista in Champions, il più promettente centrale del panorama mondiale. Le riserve sono de Vrij e Aké, uno dei migliori difensori dell’ultima Serie A e uno dei giovani più interessanti della Premier League. E poi ci sarebbe anche Daley Blind: in Nazionale gioca prevalentemente come terzino sinistro (con il compito di scalare centralmente in una difesa mobile, liquida, anche sull'asse orizzontale), ma nell’ultima stagione all’Ajax ha affiancato proprio de Ligt come centrale.

 

Sono loro il vero elemento cardine della formazione di Koeman. Ed è soprattutto grazie a loro se la Nazionale olandese ha riconquistato un posto tra le migliori rappresentative del mondo – ha scavalcato l’Italia nel Ranking Fifa –, dopo un periodo particolarmente negativo, che l’ha vista saltare Euro 2016 e i Mondiali di Russia 2018. Non a caso, la qualificazione alla final four di Nations League è arrivata grazie a due match senza gol subiti nel girone di qualificazione – tra l'altro proprio nelle sfide contro Germania e Francia.

Capire come abbia fatto il calcio olandese a risorgere dalle proprie ceneri partendo dalla riscoperta dei suoi difensori è un ragionamento quasi controintuitivo, perché la prima e più importante spiegazione è da ricercare all’esterno del movimento calcistico dei Paesi Bassi. L’idealtipo del centrale olandese è – praticamente da sempre – un difensore aggressivo, capace di difendere in avanti, di giocare anche a cinquanta metri dalla porta, che considera sempre la possibilità di avanzare in progressione con il pallone, di effettuare letture particolarmente avanzate e rischiose in fase di impostazione, ad esempio passaggi che tagliano le linee di pressing avversario. Sono caratteristiche perfettamente sovrapponibili al prototipo del difensore moderno. In un certo senso, quindi, è il calcio, nelle sue evoluzioni e nei suoi infiniti, costanti aggiornamenti, ad essere andato verso il modello olandese, non il contrario.

Il calcio muta continuamente ed esige dai suoi interpreti adeguamenti non necessariamente automatici. La ricerca di un gioco sempre più basato sulla tecnica e sul possesso, i nuovi compiti affidati agli attaccanti – cui viene richiesto di partecipare sempre più alla manovra, in tutte le sue fasi – e la loro conseguente ricerca di una posizione più arretrata, in questo senso gli esempi migliori sono Benzema e Firmino, hanno costretto i difensori a ridefinire lo spettro delle proprie caratteristiche. Da un lato hanno imposto ai centrali di uscire sempre più spesso a latitudini inesplorate fino a qualche anno fa; dall’altro richiedono una tecnica nell’impostazione sempre più sviluppata.

La progressiva ridefinizione delle priorità per i difensori ha incontrato e incrociato le qualità di molti giocatori cresciuti con i concetti scuola olandese, che sono stati rivalutati con il tempo. L’esempio più evidente riguarda proprio Virgil van Dijk. A 27 anni è considerato uno dei migliori centrali al mondo, ma di certo non ha imparato a giocare nell’ultimo anno e mezzo, da quando si è trasferito al Liverpool. Il suo status attuale è frutto di un'evoluzione, anzi di una comprensione rispetto al suo gioco: a inizio carriera veniva schierato prevalentemente da terzino destro, per la qualità tecnica e il senso dell’anticipo. Ma nulla faceva pensare che avrebbe potuto avere una carriera ad altissimi livelli, per di più da centrale, come invece è accaduto nel picco della sua maturità calcistica. Parliamo di un percorso lungo dieci anni, non quaranta: van Dijk è stato protagonista di un ribaltamento di prospettive che non può non tener conto del mutamento dello scenario tutt’intorno a lui – al netto dei miglioramenti individuali ovvi e necessari per raggiungere certi livelli. Un discorso simile può essere fatto anche per Daley Blind, che a 28 anni, dopo l’esperienza al Manchester United, sembrava aver perso l’occasione per imporsi ad alti livelli. Invece, in un contesto ambientale e tattico a lui favorevole, che esalta i suoi pregi e nasconde i suoi difetti, si è riscoperto centrale di buon livello. Fino a giocare da titolare una semifinale di Champions League.

È chiaro che il percorso di sviluppo – o di rinascita, se vogliamo – del calcio olandese non può essere dettato unicamente da cause esogene. Anche perché non può esserci una sola spiegazione per un cambiamento così evidente, così radicale. I Paesi Bassi vivono un paradosso storico: il movimento è noto soprattutto per il suo stile offensivo, eppure fatica da anni a produrre attaccanti di alto livello. Intanto, però, riesce a tirar fuori tanti difensori che popolano i campionati europei: i prossimi candidati a imporsi sono Kik Pierie (classe 2000), Perr Schuurs (classe ‘99), entrambi dell’Ajax, e Koopmeiners (classe ‘98), schierato anche come mediano nell’Az Alkmaar.

La filiera di produzione del talento olandese è ripartita anche grazie ad alcune scelte politiche indovinate. Una in particolare: dalla stagione 2012/13 la federazione dei Paesi Bassi ha permesso alle seconde squadre (le prime furono Jong Ajax, Jong Psv e Jong Twente) l'accesso all'Eerste Divisie, la seconda divisione della piramide calcistica. In questo modo, i giovani che non trovano spazio in prima squadra hanno avuto la possibilità di giocare in un campionato professionistico. Questo sistema favorisce e velocizza lo sviluppo del talento, ma è un discorso che riguarda soprattutto la classe media, perché i giovani già pronti sono lanciati subito tra i grandi. È il caso di Matthijs de Ligt: per il capitano dell’Ajax – anagraficamente ancora un teenager – è superfluo fare un discorso di futuribilità, in questa stagione l’abbiamo visto difendere uomo contro uomo contro i migliori attaccanti d’Europa, da Cristiano Ronaldo a Benzema e Lewandowski; inoltre l’abbiamo visto guidare la manovra impostando con le letture e la tecnica di un centrocampista. In potenza, de Light è il miglior difensore centrale possibile dei prossimi anni, ed è chiaramente figlio di un sistema giovanile – quello dell’Ajax, ma più in generale quella olandese – che per anni aveva smesso di avere buoni risultati e solo da qualche stagione si è rimessa al passo.

Nel settembre 2016 David Winner raccontava su FourFourTwo l’arretratezza del movimento olandese, descrivendo un gioco superato da chi aveva rielaborato i suoi stessi concetti, ma anche da chi aveva imposto una visione più verticale, più diretta: «Molti tecnici usano ancora elementi tipici dello stile olandese, però aggiornati. Il calcio è cambiato, ma nei Paesi Bassi pare non se ne siano accorti: la costruzione della manovra è lenta, c’è assenza di ritmo e quindi di rischi. È un contesto completamente diverso rispetto al resto d’Europa. Il calcio totale è stato inventato proprio in Olanda, ma oggi è un cordone ombelicale che ha finito per atrofizzare lo sviluppo tattico». Rispetto a un quadro così desolante la situazione è migliorata, il movimento calcistico dei Paesi Bassi è ripartito, o lo aveva già fatto da qualche stagione – solo che i frutti non erano ancora visibili. Il cambiamento è avvenuto perché sono stati messi in discussione alcuni dogmi, in modo da rispondere all'evoluzione del calcio in senso assoluto. Ma è anche una questione di tempismo, di casualità che incontra il talento e stimola la programmazione: una generazione di difensori giovani, moderni e di grande qualità ha trovato il contesto migliore per esprimersi, proprio negli anni in cui il gioco si è avvicinato in maniera spontanea, naturale, ai concetti che da sempre caratterizzano il calcio olandese. È la miglior base possibile perché la competitività della Nazionale Oranje vada oltre la Nations League, e punti a grandi risultati anche nel futuro.

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