Calcio Internazionale

La rinascita di Haiti

Una nazione dilaniata da guerre e terremoti ora sogna la semifinale di Gold Cup.

Duckens Nazon festeggiato dai compagni dopo un gol in Gold Cup (Adam Hunger/Getty Images)

Lorient, Laval, Kerala Blasters, Wolverhampton, Coventry City, Sint-Truiden e Saint Mirren. A una prima lettura questo potrebbe sembrare un elenco di squadre casuali; in realtà, quella sequela di nomi rappresenta il percorso professionale di Duckens Nazon. Nativo di Chatenay-Malabry, piccolo centro cittadino situato nel cuore dell'Ile de France, questo 26enne ha scelto di dare una svolta alla propria vita scegliendo di rappresentare Haiti, il Paese dal quale mamma e papà sono scappati agli inizi degli anni '90, per sfuggire alle violenze nate in seguito al colpo di stato militare del 1991, quando l'esercito locale mise in atto una vera e propria rivolta per deporre l'allora neopresidente eletto Jean-Bertrand Aristide. Tre anni dopo, con l'aiuto degli Stati Uniti, Aristide tornò al proprio posto; merito, in primis, della grande amicizia con Bill Clinton, schieratosi in prima linea per restituire il Paese all'ex presbitero haitiano: per farlo venne attuata una strategia militare che causò migliaia di morti e, soprattutto, l'apertura di un'indagine da parte dell'organizzazione Humans Right Watch, la quale più volte sollecitò lo stesso Clinton a desecretare un report di oltre 160mila pagine nel quale erano raccontate, con dovizia di particolari, le violenze perpetrate dall'esercito americano su suolo haitiano.

La storia di Haiti è intrisa di sangue, morte, distruzione. Nel corso degli ultimi vent'anni, il Paese ha dovuto subire di tutto, compresi i ricorrenti ritorni in scena di Aristide che, nel 2013, divenne uno dei leader citati all'interno dello scandalo WikiLeaks: secondo le rivelazioni portate a galla da Julian Assange, la Chiesa cattolica avrebbe più volte provato a convincere l'allora leader politico del Paese ad attuare riforme più democratiche, per recuperare credibilità nei confronti del popolo. In realtà, nonostante vari tentativi, fu ancora l'esercito a mettere – stavolta definitivamente – la parola fine a questa vicenda.

Tifosi di Haiti negli Stati Uniti per la Gold Cup (Adam Hunger/Getty Images)

In mezzo a tutto ciò, Haiti è stata devastata da due violenti terremoti: il primo, di magnitudo 7,3 e datato 2010, spazzò via l'intera penisola causando oltre 220mila morti e 300mila feriti. Secondo un resoconto della Croce Rossa Internazionale, circa 3 milioni di persone sarebbero state coinvolte più o meno indirettamente. Un disastro epocale, dal quale il Paese non è mai veramente riuscito a riprendere, vedendo sbriciolarsi davanti agli occhi una storia millenaria fatta di chiese, edifici storici e opere d'arte.

Con gli americani a farsi carico dell'ordine del Paese, un'altra scossa violenta arrivata nel 2008 che ha provocato una disastrosa epidemia di colera e due tornate di elezioni che definire libere e democratiche sarebbe un eccessivo esercizio di fantasia, un ruolo centrale lo ha sempre avuto il calcio. Grazie allo sport, Haiti ha provato a rialzarsi, inanellando un'escalation di risultati a livello internazionale di livello assoluto, se consideriamo le premesse. Les Granadiers hanno battuto il Costa Rica, guadagnandosi il primo posto del gruppo B alla Gold Cup, manifestazione che si sta svolgendo in questi giorni negli Usa e alla quale, per la prima volta, partecipano sedici Nazionali. Dopo l'esordio vittorioso contro Bermuda, i ragazzi di Marc Collat hanno battuto 2-0 il Nicaragua, per poi andare a giocarsi lo scontro al vertice contro i Ticos, battuti per 2-1. A sbloccare la partita è stato Nazon, uno che la penisola l'ha conosciuta solo qualche anno fa, grazie ai tanti racconti del padre: «Questa Haiti è una nuova Haiti: abbiamo la consapevolezza di essere una grande squadra», ha dichiarato l'attaccante del Saint Mirren, «perché solo noi sappiamo i sacrifici che abbiamo fatto per essere qui». Ora Haiti dovrà affrontare nei quarti di Gold Cup il Canada, e in caso di vittoria arriverebbe per la prima volta nella sua storia in semifinale.

Il cammino di Haiti nel percorso di qualificazione è stato netto e senza sbavature, con quattro vittorie in altrettante uscite e impreziosito dal 13-0 rifilato a Sint-Maarten nell'esordio della Concacaf Nations League. Utopia, se solo pensiamo che tre anni fa – in occasione della Copa América Centenario – l'allora squadra allenata da Patrice Neveu aveva chiuso con tre sconfitte e un solo gol segnato. Per capire in pieno le difficoltà nel lavorare in un certo tipo di contesto, torna utile proprio l'esperienza di quest'ultimo: Neveu, che in carriera ha allenato molte realtà difficili tra Asia e Africa, ad Haiti è durato solo un anno: «Mi spiace lasciare una realtà in crescita, che a breve otterrà soddisfazioni dalla fascia di ragazzi che oggi hanno tra i 17 e 20 anni», si legge nel comunicato di addio, «ma per lavorare al meglio ci vanno alcune condizioni che qui non ci sono. Non ho mai ricevuto una mensilità di stipendio: ho concesso del tempo alla federazione, adesso la situazione è diventata ingestibile». Oggi Haiti occupa la posizione 101 nel Ranking Fifa per nazioni, ma per dieci anni di fila – nonostante mille difficoltà – la piccola realtà caraibica era sempre riuscita a non scollinare la tripla cifra. Al 2012 risale il miglior piazzamento di sempre, un 39esimo posto, e andando a scorrere i risultati di quegli anni non è difficile capirne i motivi: tra il 2007 e il 2015 Les Grenadiers hanno partecipato quattro volte alla Gold Cup centrando in due occasioni i quarti di finale e vinto una Caribbean Cup.

Giocatori di Haiti festeggiano la vittoria contro il Costa Rica (Don Emmert/AFP/Getty Images)

Poi il crollo: le continue ingerenze della politica locale all'interno della federazione hanno portato la Fifa a investigare più volte sulla condotta di quest'ultima. Che, nel frattempo, negli ultimi cinque anni ha avviato un politica di naturalizzazioni spinte, cercando di convincere qualunque professionista di discendenza haitiana ad accettare la chiamata. Nazon è il più famoso, ma del lotto fanno parte anche il leggendario portiere Johny Placide, l'eclettico esterno offensivo del Le Havre Hervé Bazile e il mastodontico centrale Andrew Jean-Baptiste, l'unico del gruppo dei ventitré convocati di Collat a essere nato proprio negli Usa. Il commissario tecnico rappresenta invece il collante tra la federazione e i giocatori: arrivato nei Caraibi più di cinque anni fa, il francese è entrato nei ranghi federali maturando una prima esperienza da commissario tecnico (ad interim) prima dell'era Neveu e poi allenando per un breve periodo la nazionale femminile. Dal 2017 però è tornato in sella alla panchina della selezione maggiore maschile, con l'incarico di disputare una buona Gold Cup e, soprattutto, di tentare la qualificazione al prossimo Mondiale del 2022. Obiettivo difficile, come dichiarato dallo stesso Collat di recente: «I miei ragazzi arrivano tutti da fuori e ho difficoltà ad allenarli bene. C'è che perde coincidenze aeree, chi ci raggiunge in altri luoghi, chi addirittura si unisce per la partita senza venire in ritiro», ha raccontato in una bella intervista rilasciata ad Haiti Libre.

Della lista di convocazioni per la Gold Cup ben diciannove giocatori militano tra Europa e Stati Uniti, uno è senza squadra e solo tre giocano in patria. Ragionandoci su, non potrebbe essere altrimenti: il campionato locale, la Ligue Haitienne, è un torneo semiamatoriale, al quale partecipano sedici squadre, la maggior parte delle quali non dispone nemmeno delle strutture adatte per allenarsi. Gli stadi sono per la maggior parte distese d'erba arrangiate per l'occasione e, in tutta la prima divisione, solo due impianti possono contare su più di 10mila posti di capienza. Insomma, una situazione che di fatto impone la scelta di guardare all'estero. Eppure, pur tra mille peripezie, la nazionale locale sta raccogliendo i frutti della sapiente semina cominciata grazie al lavoro di Collat e rifinita da Neveu: Haiti ha giocato cinque delle ultime sette Gold Cup arrivando due volte ai quarti di finale.

Tifosi di Haiti in festa (Don Emmert/AFP/Getty Images)

Poi si penserà al 2022 e a quel Mondiale che Les Grenadiers vogliono a tutti i costi riabbracciare dopo quasi 50 anni: era infatti il 1974 quando l'Italia di Giacinto Facchetti, Sandro Mazzola e Gianni Rivera si ritrovò davanti una squadra totalmente sconosciuta con le maglie di un rosso profondo come il sole del Caribe. Dopo un primo tempo nel quale Haiti limitò i danni, nella ripresa un'azione estemporanea dell'idolo Emmanuel Sanon (morto nel 2008, ma ancora oggi primatista per presenze e reti in Nazionale) scatenò feste e violenze a Port-au-Prince, capitale e piccola perla incastonata in una rientranza della penisola, oggi lontana parente di quello snodo cruciale per il commercio locale dal cui porto ogni giorno partivano navi cariche di cacao, caffè e frutti tropicali. Le urla di gioia durarono solo pochi minuti, giusto il tempo necessario a Rivera e Anastasi per ribaltare la contesa. Poi arrivarono il 7-0 contro la Polonia e il 4-1 rifilato loro dall'Argentina, seguiti dalla furiosa accoglienza riservata loro da Baby Doc nel momento del ritorno a casa, quando il sanguinario dittatore haitiano arrivò ad accusare i giocatori di aver fatto fare una brutta figura al Paese in mondovisione. Storie e personaggi di altri tempi, ma anche corsi e ricorsi storici per un luogo che fatica a staccarsi definitivamente dal passato. E allora ecco che il calcio può, ancora una volta, fare la sua parte: «L'obiettivo», ha spiegato Collat, «è quello di fare ingenti investimenti sul territorio per far crescere il movimento locale, ma non è facile in un contesto come questo». Perché ad Haiti, nonostante tutto, la morsa violenta si ripresenta ciclicamente, spegnendo ogni tentativo di rialzare la testa da parte di uno Stato che ancora non è riuscito a rialzarsi definitivamente dalla distruzione causata dal recente doppio sisma. Per emergere serve qualcosa di importante: «Questa Gold Cup è la nostra occasione per far vedere al mondo un'altra faccia del Paese», ha detto l'esperto portiere Placide, l'unico del gruppo senza una squadra, «e io so che la possiamo vincere». Più che una dichiarazione, un vero e proprio augurio.


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