Calcio Internazionale

Nessuna Nazionale è più simbolica di quella femminile degli Usa, dice il New York Times

Le campionesse del mondo combattono per i diritti LGTBQ+ e la parità retributiva di genere.

La vittoria degli Stati Uniti al Mondiale femminile non ha sorpreso nessuno. La USWNT era la squadra favorita alla vigilia del torneo, e ha mostrato tutta la propria forza nelle 7 partite giocate in Francia: zero sconfitte e zero pareggi, 26 gol fatti e 3 subiti. Nella finale di Lione, l'Olanda – che aveva eliminato l'Italia al quarti mostrando una superiorità percettibile nei confronti delle Azzurre – è stata dominata e battuta per 2-0, grazie ai gol di Megan Rapinoe e Rose Lavelle nel secondo tempo. Per le americane è il quarto titolo mondiale, il secondo consecutivo dopo quello del 2015. Prima, le vittorie erano arrivate nell'edizione inaugurale della manifestazione (1991) e in quella casalinga del 1999.

Il successo delle ragazze statunitensi, però, va molto oltre la superiorità sul campo. Anzi, secondo un articolo del New York Times, la USWNT è «una squadra a cui è stato chiesto di trasportare un peso enorme, di rappresentare così tante persone e così tanti significati». I riferimenti del quotidiano newyorchese riguardano la posizione di opinion leader delle giocatrici americane in numerosi aspetti: la parità retributiva tra uomini e donne nel calcio, certo, ma anche i diritti degli omosessuali e la giustizia sociale. Insomma, la Nazionale Usa femminile è una vera e propria entità politica in movimento. A dirlo, sono le stesse giocatrici: dopo il successo contro l'Olanda, Megan Rapinoe ha detto che «giocare ad alti livelli con una squadra come la nostra è normalissimo, ma essere in grado di accoppiare le performance sportive con alcuni importanti significati extracampo è semplicemente incredibile. Anche perché poi siamo andati oltre le parole di rappresentanza siamo state spettacolari nelle nostre partite, abbiamo sostenuto le nostre posizioni con la qualità del gioco e con i risultati».

Proprio Megan Rapinoe è stata il simbolo della squadra. In campo e fuori. Il capitano degli Usa viene raccontata così dal NYT: «Megan è stata premiata come miglior giocatrice e come capocannoniere del Mondiale, ma in realtà è diventata la rappresentante non ufficiale di tutte le sue colleghe impegnate in Francia: è una stella del calcio immune alla falsa modestia che affligge così tanti atleti di fronte ai microfoni; è un'atleta orgogliosamente gay desiderosa di usare la sua fama per difendere i diritti delle comunità discriminate; è stata l'oggetto delle ire del presidente Trump, che, a metà del torneo, ha criticato pubblicamente le sue dichiarazioni, quando ha detto che non voleva che la sua squadra visitasse la Casa Bianca una volta conclusa la competizione. Dopo la vittoria con l'Olanda, proprio e anche Trump si è congratulato con le giocatrici americane sul suo profilo Twitter». Una vittoria politica enorme, schiacciante.

Per comprendere compiutamente l'impatto sportivo ma anche culturale e sociale della Nazionale americana sull'universo del calcio femminile, basti pensare che l'account ufficiale Twitter dell'Olanda femminile ha pubblicato un video in cui ringrazia la USWNT perché «ci ha mostrato dove possono portare la dedizione e l'ambizione». Il montaggio è stato postato ieri, prima della partita: al fischio finale dell'arbitro francese Stéphanie Frappart, che ha suggellato il quarto titolo mondiale degli Usa, i significati del video sono diventati ancora più profondi, perché «il trionfo delle americane ha dato e darà un nuovo, ulteriore impulso a tutti i messaggi sportivi e culturali veicolati in questo mese di Mondiali», ha concluso il New York Times.  

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