La bellezza della boxe nelle fotografie di Larry Fink

L'epica di uno degli sport più affascinanti del Novecento in mostra al Centro Italiano per la Fotografia di Torino.
di Germano D'Acquisto 05 Agosto 2019 alle 02:20

Più che boxeur, quelli ritratti da Larry Fink sembrano personaggi di un film noir. Figure malinconiche, fragili e coraggiose, uscite da un libro di Raymond Chandler o James Elroy. Il bianco e nero ne scolpisce le silhouette e lo stato d’animo. Ne accentua i muscoli ben oliati ma anche le ferite interiori. La luce è quasi inesistente. Corpi, volti, coach, manager, ragazze con i cartelli: tutti sembrano emergere dalla stessa tenebre. Da un momento all’altro potrebbe apparire Marcel Cerdan, leggendario campione dei medi e protagonista di una struggente storia d’amore con Édith Piaf negli anni Quaranta o l’invincibile Jack La Motta, raccontato da Martin Scorsese inToro Scatenato con Robert De Niro e Joe Pesci.

Gli scatti del fotografo americano fanno parte della mostra Unbridled Curiosity, allestita da Camera Torino fino al 29 settembre. Hanno un’aura mitica e un persistente gusto retro pur essendo stati firmati solo pochi anni fa. Sono in bianco e nero, ma i bianchi sono quasi sussurrati e i neri scuri come la pece. C’è lo sfidante, tutto muscoli e nervi che si scalda dietro al muro scrostato del corridoio che porta dritto nella pancia dell’arena e c’è il promoter Don King (è stato lui a organizzare lo storico Rumble in the Jungle tra Foreman e Ali nel 1974) che sorseggia un drink prima di un match. C’è la gamba sottile della ragazza che esce dal quadrato poco prima del gong e la schiena nodosa del campione nella sala massaggi. C’è il pugile all’angolo, baciato da un fascio di luce artificiale, e l’arbitro il cui viso è avvolto dall’ombra.

La colonna sonora ideale di questo ammasso di carne e anime non potrebbe che essere di John Coltrane, Coleman Hawkins o Lester Young. D’altro canto «la boxe ha lo stesso ritmo del jazz», ha raccontato perentorio Fink tempo fa. Non ci sono mezze misure né in questo sport, né nelle sue istantanee. «Ho fotografato ring per una vita», ha aggiunto. «Larry Holmes aveva una palestra vicino a me. Ora è chiusa ma ci andavo spesso. È un mondo che amo. Fatto di corruzione, scandali, bulli. Pensate a Don King. Esiste un uomo al mondo più corrotto di lui? Eppure è una leggenda. C’è un enorme fascino in questi personaggi che continuano a vestirsi come se fossero usciti dagli anni Cinquanta, in una continua ricerca di autenticità».

C’è fascino dunque e c’è anche una linea che unisce la paura alla seduzione, il dolore al piacere. Fink ha perso la testa per guantoni e paradenti perché ne era terrorizzato. «Adoro la boxe da sempre. Da quando ho seguito alla radio l’incontro di Joe Louis e Max Schmeling. Quando poi sono andato a vedere il primo match ho avuto le palpitazioni. Ero sconvolto: mi faceva paura. E così, me ne sono innamorato».

Classe 1941, padre avvocato, madre comunista e attivista antinucleare («Era sempre elegantissima», ricorda, «indossava pellicce, adorava le cose belle e andava a vedere il jazz»), Larry ha insegnato per mezzo secolo a Yale definendosi  un «marxista di Long Island». Ha studiato alla New School For Social Research di New York ed è stato uno dei prediletti della grande fotografa viennese Lisette Model, che lo incoraggiò a diventare reporter. Ma lui amava la musica – ancora oggi suona il piano almeno mezz’ora al giorno – e la pittura, soprattutto Caravaggio, Tintoretto, Goya, Velazquez, Diego Rivera, Orozco e Rembrandt. I suoi chiaroscuri arrivano da lì.

Ha iniziato a scattare a 14 anni: partecipò ad un contest e vinse una Kodak Brownie Hawkeye camera. Le sue imagine erano influenzate da quelle di Henri Cartier-Bresson e da libri come The Europeans e The Decisive Moment. Nel corso della sua carriera, che gli è valsa un International Center for Photography (ICP), un Infinity Award for Lifetime Fine Art Photography, due Guggenheim Fellowships e altri due National Endowment for the Arts, ha ritratto la beat generation e Andy Warhol; i party hollywoodiani e la gente comune; le convention democratiche e repubblicane e gli insetti; le grandi battaglie civili e la vita nelle campagne della Pennsylvania, dove oggi risiede insieme alla Martha, che fa la scultrice, e a settantacinque animali.

Ha immortalato la boxe dal 1986 al 2004. All’epoca doveva seguire come un’ombra Jimmy Jacobs, manager di Mike Tyson. Inizialmente poco attratto da quell’universo, col tempo se ne è appropriato trasformandolo in uno dei suoi tanti habitat naturali (come i jazz club e la strada). Ha respirato la polvere delle palestre mito di Philadelphia, come la Champs e la Blue Horizon. Ha osservato facce gonfie e tumefatte, e il sangue. «Non mi attraevano tanto I campioni quanto l’armonia tra i pugili. Nella boxe esiste un’incredibile purezza, un’incredibile innocenza ma anche quantità industriali di avidità e crudeltà. Si trova tutto nella stesso stufato. È un piatto molto piccante e a me piace da impazzire lo spezzatino speziato».

Il ring dunque come paradigma del mondo in cui viviamo. Dallo spettacolo alla politica. E la salvezza, almeno secondo Larry, sta tutta nelle donne. «Siamo nel mezzo di un’epoca di grande malvagità», ha affermato recentemente al festival Fotografia Europea di Reggio Emilia. Potrei dire che con la guida di Trump siamo di nuovo i leader del mondo libero, ma questa volta si tratta della libertà di odiare. Dall’altro lato della medaglia, all’interno della tradizione della logica umana, c’è però una profonda bontà che sta sorgendo. Fortunatamente l’emergere di queste potenti forze è adesso nelle mani delle donne. Era ora. È chiaro da tempo ormai che gli uomini hanno mandato tutto a fanculo».

 

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