Perché molti calciatori di Premier League scelgono i propri familiari come agenti

Un'inchiesta del New York Times, tra regolamenti e questioni affettive.
di Redazione Undici 20 Agosto 2019 alle 13:43

Una delle ultime tendenze in Premier League riguarda le procure dei calciatori: sono sempre di più gli atleti che preferiscono affidarsi ai membri della propria famiglia, come agenti o anche come semplici intermediari nei rapporti con le società. Il New York Times ha pubblicato un articolo in cui ha cercato di spiegare questo fenomeno, partendo ovviamente dai nomi di coloro che hanno fatto questa scelta: Marcus Rashford, rappresentato dal fratello Dane; Alexander-Arnold, anche lui rappresentato da suo fratello; Christian Pulisic, che ha scelto suo padre come procuratore; Jordon Ibe del Bournemouth, che invece ha affidato la gestione della carriera a entrambi i suoi genitori.

Il quotidiano americano affronta la questione da due punti di vista, quello dei regolamenti e quello dei calciatori. Il primo aspetto deve tener conto delle recenti modifiche alle normative di accesso alla professione di agente: «Per i parenti dei giocatori», spiega il NYT, «è più semplice registrarsi e rappresentare – in modo più trasparente e più diretto – i loro congiunti, tutelare i loro interessi nelle negoziazioni di trasferimenti e contratti». Dal 2015, infatti, la Football Association ha modificato lo status dei procuratori, rendendoli tutti intermediari. Questo cambio di classificazione rende più semplice la registrazione: prima occorreva superare un test, ora bisogna solo compilare un modulo modulo di registrazione online, pagare una tassa e, se si intende rappresentare calciatori minorenni, avere la fedina penale pulita.

«Dall’approvazione di questi cambiamenti», aggiunge il NYT, «il numero di rappresentati di calciatori registrati presso la FA è passato da poche centinaia di agenti praticanti a oltre 2.000». Tra questi, molti sono familiari dei calciatori, che scelgono di farsi rappresentare dai loro parenti perché credono di mettersi nelle mani di persone che hanno a cuore il loro destino. Il caso più significativo è quello di Dele Alli: «All’età di 13 anni», racconta il NYT, «il trequartista del Tottenham è stato adottato dalla famiglia di Harry Hickford, un suo compagno di squadra nel settore giovanile dei Milton Keynes Dons. Alli considera Hickford come suo fratello, e ancora oggi è il suo agente. “Scegliendo me come procuratore”, spiega Hickford, “Dele avrebbe potuto l’occasione di essere sempre completamente onesto sui suoi problemi e le sue preoccupazioni. Per quanto mi riguarda, invece, un enorme vantaggio di avere una relazione così stretta con lui è che sono in grado di leggere tra le righe e capire i suoi umori e le sue emozioni, anche se non dice nulla in modo esplicito”». Riconoscendo di non avere competenze specifiche, Hickford ha creato  e supervisiona una vera e propria squadra di lavoro che cura gli interessi di Alli a 360°: uno studio legale, esperti di pubbliche relazioni e social media, un’agenzia sportiva per i contratti pubblicitari.

Un’altra strategia è quella adottata da Jordan Ibe, difensore del Bournemouth. I genitori – soprattutto la madre Charlet Livermore – gestiscono ancora oggi i suoi interessi, ma alcune decisioni passano da una sorta di comitato formato da ex calciatori e/o agenti con l’esperienza necessaria per questo tipo di situazioni. Tra questi, anche grandi stelle come Rio Ferdinand e Ian Wright. Ibe ha dichiarato che il loro aiuto «è gratuito», ma anche che la decisione finale su qualsiasi aspetto della sua carriera viene «presa in totale accordo con la famiglia. Dopotutto, ho solo una carriera da spendere ed è importante che mia madre e mio padre possano prendersi cura di me anche dal punto di vista professionale».

Ovviamente, non tutti sono felici di questo sistema aperto. Mel Stein, presidente dell’Associazione inglese dei procuratori calcistici, ha usato una terminologia negativa («free-for-all» e «wild west», ad esempio) per descrivere il contesto. Nell’articolo del New York Times, l’avvocato sportivo David Seligman ha spiegato con un esempio cosa potrebbe andare storto quando un calciatore sceglie di affidarsi a un suo parente come rappresentante in una trattativa: «Il membro della famiglia di un giocatore può avere poca esperienza nei rapporti con i club. In occasione di un rinnovo contrattuale, ad esempio, può negoziare un aumento di stipendio che sembra eccezionale, e inoltre può intascare anche una commissione importante. Un anno dopo, tuttavia, le prestazioni del calciatore in questione possono essere talmente migliorate che è necessario trattare per strappare un altro accordo al rialzo. Un agente esperto avrebbe inserito una clausola rescissoria per avere più potere contrattuale, ma magari un procuratore poco accorto ha una dimenticanza e mette il club in una posizione di vantaggio».

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