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Demetrio Albertini a Porsche Talks: dal campo alla Federcalcio, sempre in regia

Il quinto talk curato da Undici.

Demetrio Albertini, ex centrocampista del Milan e della Nazionale e oggi presidente del Settore Tecnico della Figc, è stato l’ospite del quinto appuntamento dei Porsche Talks, il format di interviste promosso da Porsche in collaborazione con Undici. L’incontro è avvenuto allo Sporting Club Monza: la Brianza è, del resto, la terra natale di Albertini, che da qui ha spiccato il volo verso i palcoscenici più importanti del calcio mondiale. Intervistato da Giuseppe De Bellis, direttore di Undici e di Sky Tg24, Albertini ha iniziato raccontando il suo presente e il ruolo che ha assunto in Federcalcio a inizio anno: «Il presidente del Settore Tecnico è il regista – per utilizzare un termine a me caro – che si occupa di tutta la formazione delle figure professionali che ci sono in un club: direttori sportivi, allenatori, medici sportivi, match analyst, osservatori e così via».

Già vicepresidente della Figc, Albertini ha intrapreso una brillante carriera dirigenziale ai vertici del calcio italiano. Lui stesso spiega perché, a differenza di tanti altri colleghi, dopo il ritiro non abbia voluto fare l’allenatore: «Quando smetti di giocare, l’allenatore sembra la scelta più naturale da intraprendere, ma quando arriva il momento ti rendi conto che è un ruolo troppo delicato – devi avere a che fare con venti teste diverse, e a me non interessava. Pensavo che fare il dirigente sportivo non fosse altrettanto importante. Mi sbagliavo, serve molto di più. La dote principale è la pazienza: da calciatore giochi ogni settimana, da dirigente devi studiare tanto e ogni cosa che muovi può non avere una ripercussione immediata. Ma mi sento di avere potenziato i miei valori, la credibilità, le doti relazionali».

È un buon momento per parlare di Nazionale, perché la squadra di Mancini ha appena strappato la qualificazione agli Europei che si giocheranno in estate – successo non scontato visto il clamoroso fallimento di soli due anni fa. «La bellezza di questa Nazionale», dice Albertini, «è il fatto di essere una squadra giovane, con tanto talento. E poi si rivede la filosofia di un allenatore di spessore internazionale: Mancini mi ha sorpreso per la sua istituzionalità, che tante volte non è scontata per un allenatore di club». Se gli Azzurri possono guardare al futuro – ma anche al presente – con fiducia è anche merito dell’ottimo lavoro intrapreso a livello giovanile. Un percorso non casuale, come spiega Albertini: «Nel 2010, dopo un altro fallimento al Mondiale, divenni presidente del Club Italia. Allora ci eravamo prefissati un obiettivo importante: far sì che i nostri giocatori potessero confrontarsi sempre più spesso con i club internazionali. Negli ultimi anni abbiamo raggiunto la finale cinque volte con le nostre giovanili, un risultato importante che segna una crescita del nostro movimento. Nel ranking europeo delle giovanili Under 17 e Under 19 siamo al quarto posto: sono segnali che ci dicono che stiamo lavorando nel modo giusto. Un altro traguardo è aver inserito, per la prima volta nella storia del calcio italiano, il corso per responsabile del settore giovanile: crediamo che sia importante la formazione degli operatori che lavorano sulla crescita dei giovani».

Per una Nazionale dal futuro radioso, c’è un Milan in grossa difficoltà. Albertini, che in rossonero ha vinto praticamente tutto, è rimasto ovviamente affezionato al club milanese: «Un dispiacere vederlo così. Il Milan manca al campionato italiano nella lotta al vertice e anche alla Champions League. Più che da addetto ai lavori, da tifoso vedo che ogni stagione è come ripartire dall’anno zero: e così è molto complicato, perché inizi un percorso, lo cambi, lo perfezioni e alla fine prendi un’altra strada ancora. Ed è difficile attirare giocatori importanti, se non giochi la Champions». Su San Siro, che Milan e Inter vorrebbero sostituire con un nuovo stadio, Albertini non ha dubbi: «Così come è oggi non va bene: non è uno stadio moderno, sia per le esigenze dei tifosi sia per quelle delle TV. I nostri impianti sono stati ristrutturati negli anni Novanta per raggiungere un pubblico più ampio, ma oggi le TV hanno una doppia produzione, e quindi esigenze diverse. E poi dobbiamo sfatare alcuni luoghi comuni: le TV non allontanano il pubblico dagli stadi, anzi, avvicinano le persone allo sport».

Di fronte alla platea di Monza, non si poteva trascurare la nuova avventura calcistica di Silvio Berlusconi, che ha rilevato il club biancorosso in Serie C con l’intenzione di portare la squadra nella massima Serie. «Berlusconi», ricorda Albertini, «ha insegnato a pensare al massimo delle proprie potenzialità. Non immaginerei mai una sua dichiarazione del tipo “pensiamo a salvarci”. Anzi, mi sorprende che non abbia detto di voler vincere la Champions con il Monza». Ma è solo una leggenda che al Milan dettava le formazioni ai suoi allenatori? «Prima dell’entrata in politica, quando giocavamo fuori casa, tutti i sabati Berlusconi era al seguito della squadra. Aveva le sue filosofie di gioco che ogni tanto esternava anche a noi calciatori. Noi cercavamo di fare le cose migliori, tante volte erano le stesse che diceva lui, altre, sinceramente, non lo erano».

A proposito di allenatori, Albertini ha avuto tantissimi maestri di calcio nel corso della sua carriera. Lui la pensa così: «Io divido gli allenatori in due categorie: quelli che gestiscono e quelli che insegnano. Tra i primi, il migliore che ho avuto è stato Capello: ha avuto il coraggio di prendermi dalla Serie B e di farmi giocare titolare. Tra quelli che insegnano, sicuramente Sacchi ma anche Zaccheroni. Faccio un esempio per spiegare la differenza tra le due categorie: per gli allenatori che insegnano ci sono il terzino destro e il vice terzino destro: quando si fa male il primo, entra il secondo. Per Capello, e i gestori in generale, funziona diversamente: quando veniva a mancare un titolare, mischiava le carte pur di mettere in campo quelli che lui riteneva essere i migliori. Per esempio, nella finale di Champions del 1994 mise Maldini al centro, spostando Panucci a sinistra e Tassotti a destra. Del resto, per tanti anni abbiamo giocato con quattro centrocampisti centrali: io, Desailly, Boban e Donadoni».

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