Società

Lo sport è il sangue della fotografia

E la fiera annuale Paris Photo lo ha confermato ancora una volta.

Il pugile del Kenya, Nairobi (Philippe Borda)

È da oltre un secolo che lo sport ispira e nutre la fotografia d’arte: fin da quando – era la fine dell’800 – Eadweard Muybridge, ex libraio con la passione per l’immagine, ritrasse il plastico movimento dei cavalli da corsa, degli schermidori, dei maratoneti o dei tennisti. Le foto congelano l’attimo? Lui quell’attimo lo dilatava il più possibile, servendo un cocktail in cui l’azione della performance sportiva si evolveva come un ottimo vino. Paris Photo, la fiera internazionale di fotografia che ogni anno si svolge fra le murature e i vetri art nouveau del Grand Palais, non ha fatto altro che confermare ciò che si sapeva: lo sport è una delle linfe più vitali dell’immagine da collezione. E in questo quadro generale, la boxe rappresenta la disciplina sportiva che offre i migliori spunti di narrazione.

Lo stand della HackelBury Fine Art di Londra, per esempio, ha presentato un lavoro del grande fotografo William Klein dedicato a Muhammad Alì. Si tratta di una foto a contatto, segnata da pennellate di colore giallo, dove il campione di Louisville, Kentucky, è ritratto un paio di volte con il casco protettivo, durante un allenamento. Fotografo e regista, allievo di Fernand Léger, nel corso della sua lunga carriera, Klein ha raccontato il più grande pugile di tutti i tempi attraverso infinite sfumature: opere d’arte, snapshot e film leggendari come The Greatest, uscito nel 1969. «Non si tratta di una pellicola sullo sport», ha raccontato il maestro statunitense, «ma su una persona che era un boxeur e che aveva molte cose da dire. Se c’è una cosa che l’America non ha mai capito di Ali è che poteva diventare un ambasciatore per il mondo, per l’Africa, per tutto. Avrebbe potuto essere così tante cose e in effetti fu tante cose. Era un genio».

Ancora boxe, ancora Ali, stavolta alla Galleria Clémentine de la Féronnière. Il mito qui è ritratto di spalle, da James Barnor, pioniere della foto ghanese, ma britannico di adozione. Classe 1929, James ha lavorato per oltre sei decadi per giornali come Drum, Daily Graphic e Daily Mirror, facendo base a Londra. E proprio nella capitale inglese è stata scattata la foto del campione dei massimi. Siamo nell’agosto del 1966, alla Earl’s Court Arena. Ali ha 24 anni, mentre il suo avversario, Brian London, otto di più. Lo sfidante resterà in piedi solo tre riprese, prima di finire KO.

Si rifà ai miti greci, alle statue del discobolo, lo scatto in bianco e nero del 1975 “Glauben Sie nicht, dass ich eine Amazone bin” (Non credere che io sia un’amazzone) di Ulrike Rosenbach, appeso alle pareti bianche dello stand di Priska Pasquer Galerie di Colonia. Ulrike, nata nel 1943 a Bad Salzdetfurth in Germania, ha partecipato alla Biennale di Venezia nel 1980 e nel 1984 . Il soggetto ritratto appare sfocato. Ma si vede benissimo che si tratta di una donna armata di arco e frecce pronta a sferrare il colpo. Sembra un’atleta olimpica, ma anche una guerriera. Il titolo gioca proprio su questo cortocircuito.

Ray K. Metzker, scomparso nel 2014, è stato uno dei big della fotografia a stelle e strisce. La sua poetica fa leva sull’uso bipolare del bianco e nero, intesi quasi come valori simbolici. Positivo e negativo, speranza e disperazione, singolo. Alla Lawrence Miller Gallery di New York questi due opposti cromatici trovano la perfetta armonia nel lavoro Kayak, realizzato da Ray a Francoforte nel 1961. La piccola imbarcazione sta attraversando il fiume Meno, che divide la città vecchia da Sachsenhausen. Il vogatore è ripreso dall’alto. La punta del kayak e i remi, perpendicolari ad esso, formano una sorta di croce. C’è un che di mistico e spirituale in questa foto.

Ulrike Rosenbach, Sie nicht, dass ich eine Amazone bin (Ulrike Rosenbach, Priska Parquer, Colonia)

La middle class inglese degli anni Settanta, rappresentata dallo scatto di un bimbo con accanto un pallone da calcio, è invece al centro della ricerca di John Myers. Quasi cinquant’anni fa l’autore, esposto sempre da Clémentine de la Féronnière, ha tracciato una sorta di censimento della società made in Britain prendendo come riferimento la sua città natale, Stourbridge, nelle Midlands occidentali. E “Young Boy With Ball”, del 1974, è uno dei suoi scatti più famosi.

Senso di solitudine e disorientamento provoca invece il lavoro firmato dal cileno Marcos Zegers per la Galleria Augusta Edwards di Londra. Qui lo sport è solo una scusa. La scena è occupata da un campo di basket al centro del nulla. Siamo nella regione cilena di Antofagasta, siamo lontani anni luce dai playground newyorkesi invasi da giovani che sognano un giorno di diventare come LeBron. Quella di Marcos è la narrazione di un viaggio attraverso il deserto e le Ande, in Bolivia e Cile e i luoghi legati all’estrazione mineraria e al loro conseguente calo demografico dovuto all’assenza dell’acqua.

Antofagasta, Cile, 2016 (Marcos Zegers, Augusta Edwards Fine Art)

Pugilato superstar anche alla parigina In Camera Galerie. A brillare è la serie dedicata “Les boxeurs du Kenya” realizzata da Philippe Bordas fra il 1988 e il 1991. Scrittore e fotoreporter, 56enne, Borda ha passato la vita a raccontare per immagini la sua Francia e l’Africa, quest’ultima spesso vista sotto la lente di ingrandimento della tensione atletica, paradigma dell’ingiustizia umana.

Ha detto Philippe: «Cinquanta pugili dentro una sala che solitamente viene usata per il catechismo, nel cuore del gigantesco slum della Mathare Valley. Ho ritratto corpi sudati all’interno di stanze senza ossigeno. La pelle degli atleti, illuminata solo dalle luci al neon. Quasi elettrificata dal fantasma di Mohammed Ali». Il progetto dedicato ai giovani pugili di Nairobi, presentato durante la fiera, si lega a filo doppio con un’altra serie griffata da Borda, quella sui lottatori senegalesi. L’estremo est e l’estremo ovest del continente nero uniti da guantoni, sudore e paradenti.

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