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Fokohaela, ovvero le maglie come le abbiamo sempre sognate

Irriverenti, audaci, geniali: quando il remake delle maglie da calcio supera l'immaginazione.

Ci sono fantasia e ironia, design accattivanti e dettagli che ci riportano con la mente indietro negli anni. Ci sono pattern presi a prestito da altri ambiti e “sostituzioni” di elementi in modo geniale e irriverente. Fokohaela è un bellissimo progetto che sceglie di reinterpretare le maglie da calcio a modo suo – al modo, ovvero, di Jason Lee, l'uomo dietro questa irrequieta creatività. Il remake di divise, oggi, è molto diffuso, eppure Fokohaela si distingue da tutti gli altri – vuoi per il modo in cui sorprende, vuoi perché i suoi design sono sempre audaci, eppure straordinariamente coerenti. Così capita che la maglia della Croazia venga reinterpretata con le rose al posto degli scacchi rossi o che quella della Francia – con la sua classica divisa del Mondiale 1998 – diventi uno steccato con tanto di fiori e filo spinato. Oppure i bellissimi mash-up, o ancora le divise che mettono insieme elementi attigui eppure mai comunicanti prima d'ora – spicca, in questo senso, il pattern del pallone Azteca sulla maglia del Messico del 1998, lavoro straordinario. Fokohaela è il mondo delle maglie da calcio come avremmo sempre voluto che fosse, nei nostri sogni più folli e sfrenati. Jason Lee ci ha portato dentro questo fantastico progetto.

Ⓤ Come sei approdato al mondo del design delle maglie?

All’inizio lavoravo nell’ambito dell’abbigliamento tecnico: sono stato sempre attratto dai dettagli inseriti nei capispalla, dai tessuti alle tasche alle cerniere, eccetera. Proprio come in una maglia da calcio, ci sono un sacco di “parti” diverse che compongono un capospalla. Lavoravo a The North Face quando arrivò da noi un designer da adidas. Anche se sono cresciuto giocando a calcio ed ero attratto da tutto quello che gravitava attorno, non avevo mai pensato di lavorare nel design calcistico. Sono cresciuto con il fascino delle maglie adidas della Francia, con le loro strisce tricolore. Ma quando arrivò lei, da Portland, mi fece pensare a quella come una possibilità concreta. Mi mise in contatto con il reparto HR di adidas Germania, e il resto è storia. Sono stato lì per quasi cinque anni, e poi ho lasciato per lavorare su altri progetti. Dopo, sono andato da Hummel, dove sono rimasto per tre anni, prima di iniziare il progetto Fokohaela.

Ⓤ Parlami di Fokohaela.

È difficile spiegare cos’è – visto che è in continuo cambiamento. Per ora, la maggior parte dei design sono modellati sulle maglie da calcio, con la presenza di parecchi elementi distintivi – dai loghi agli sponsor di maglia, ai numeri e ai nomi sulle spalle, eccetera.

Ⓤ Cosa significa Fokohaela?

Il nome deriva dalla parola tedesca “Vokuhila”, che è l’abbreviazione di “vorne kurz hinten lang”, cioè “corto sul davanti e lungo dietro” – un mullet. Perché il mullet incarna la moda, lo sport, l’ironia – e la combinazione di tutte queste idee viene infusa nei design.

Ⓤ Quali sono i design che più ti hanno influenzato?

La maggior parte arriva dagli anni in cui ero più giovane, quando le impressioni durano più a lungo. Rei Kawakubo di Comme des Garçons, il camouflage, la prima generazione del Sidewinder Jacket di Arc’teryx, il font Helvetica, Lego, Earnes, The Designers Republic, e Stone Island quando era disegnata da Paul Harvey.

Ⓤ Molte delle tue maglie sono ispirate ai design degli anni Novanta: perché?

Gli anni Novanta erano un tempo in cui tutto era ammesso. Le normative Uefa non erano così stringenti e i design erano realizzati con meno strategie legate al product management. I designer si affidavano meno ai software, così gli stili di quel periodo sembrano incarnare la differenza tra un film analogico e uno digitale. Le divise dei portieri, poi, non erano qualcosa di secondario. Alcuni dei kit migliori di quel periodo sono proprio quelli dei portieri.

Ⓤ Quali sono le tue maglie da calcio preferite di sempre?

La maglia adidas home della Francia del 2004, la “Taifun” adidas da portiere del 1990, il kit di allenamento Umbro dell’Inghilterra dal 1993 al 1995, la maglia away di Umbro della Norvegia del 1997, la maglia Mitre home del Camerun del 1994 (questa non solo una bellissima maglia, ma anche una delle prime che ho avuto).

Ⓤ E dei kit di oggi cosa ne pensi?

Soprattutto ora, i brand stanno cercando di riprendere quella magia degli anni Novanta, ma le maglie moderne non potranno mai far rivivere quel periodo – perché le norme sono molto più stringenti, e non puoi ricreare Woodstock dal nulla. Penso che vivrò per sempre all’ombra degli anni Novanta.

Ⓤ Quali sono le collaborazioni più importanti a cui hai lavorato?

Mi piace pensare che tutte le collaborazioni a cui ho lavorato sono importanti per motivi diversi. Ian Wright: da tifoso dell’Arsenal, come potevo non voler lavorare con una delle leggende della squadra? Ho realizzato alcuni design ispirati al suo periodo prima di lavorare insieme. Quello che mi piace davvero di Ian è che ce l’ha fatta nonostante sia esploso tardi in termini calcistici, e ora restituisce qualcosa alla comunità con la sua attività benefica. Ea Sports: è un progetto che mi ha divertito perché avevo carta bianca di creare qualcosa senza sottostare alle regole Fifa. Ironico, eh? Si tratta di un kit ispirato alla Scandinavia. Più recentemente, ho collaborato con Bomboneras, un profilo Instagram creato da Pancho Monti, un fotografo argentino che raccoglie bellissime foto di tifose del Boca Juniors, di qualsiasi età e aspetto. Mi piace il modo in cui Pancho immortali la gente – è tenero e onesto.

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