Calcio Internazionale

Il Getafe, la seconda squadra di Madrid

Un progetto chiaro, dentro e fuori dal campo, ha portato gli Azulones al terzo posto dietro Real e Barcellona.

«Volete la verità? Pensare di essere l’attuale seconda squadra di Madrid è un onore, ma anche una responsabilità. Significa che il duro lavoro paga, ma anche che adesso non possiamo permetterci di mollare». José Bordalás, incalzato dalla stampa spagnola alla vigilia di Getafe-Valencia, aveva descritto così il percorso dei suoi Azulones negli ultimi anni. Una strada percorsa non senza difficoltà, alla ricerca di una stabilità che poteva essere data solamente pianificando attentamente una strategia d’azione sul lungo periodo, viste le scarse disponibilità economiche del club.

Ecco, le ultime stagioni della matricola madrilena si potrebbero riassumere proprio così, aggiungendoci termini come idee e programmazione, figli di una società snella nella sua composizione, ma con ruoli e competenze ben definite. Come spesso accade, a testimoniare la bontà del percorso di cui sopra ci ha pensato il campo: nell’ultimo turno il Getafe ha schiantato 3-0 la squadra allenata da Albert Celades, guadagnandosi gli applausi di un Coliseum Alfonso Pérez che, per l’occasione, ha fatto registrare l’ennesimo record di presenze stagionale. D’altronde questa squadra merita tutto l’affetto possibile, come dimostrato dall’abbraccio degli oltre 13mila spettatori presenti sugli spalti dell’impianto, ubicato nella periferia sud della capitale spagnola. Un affetto scoppiato non per caso, ma conquistato stagione dopo stagione da una squadra capace di superarsi continuamente: dal ritorno in Liga – stagione 2017/18 – gli Azulones si sono classificati prima ottavi, poi quinti e, quest’anno, dopo un inizio al rallentatore, sono riusciti a recuperare diverse posizioni in classifica, arrivando fino al terzo posto, subito dietro a Real Madrid e Barcellona, in piena lotta per la qualificazione in Champions League. La massima competizione europea sarebbe il coronamento meritato per il ciclo tecnico migliore di tutta la storia del club.

Se la società ha dimostrato di sapere fare grandi cose pur spendendo quasi zero, José Bordalás è l’architetto del miracolo Getafe; arrivato a Madrid nel 2016 per sostituire l’ex meteora juventina Juan Esnáider, Pepe – come lo chiamano affettuosamente i tifosi – ha ereditato una situazione molto complicata, con la squadra che rischiava seriamente la retrocessione nella terza divisione spagnola. L’approdo di Bordalás ha avuto un impatto immediato: il tecnico originario di Alicante è stato in grado di riportare ordine e disciplina, riorganizzando gli allenamenti con sedute finalizzate principalmente a sviluppare un’attenzione tattica maggiore rispetto alla gestione precedente. Il Getafe subiva troppo e segnava poco, quindi il concetto basilare da instillare nella testa dei giocatori era molto semplice: possiamo anche realizzare un solo gol, ma se non ne subiamo sicuramente i punti arriveranno.

Questa ricetta ha permesso a Bordalás di centrare la promozione al primo tentativo, riportando così il Getafe in Liga per la seconda volta assoluta nella storia del club. In una recente intervista rilasciata al portale ABC, il tecnico ha però tenuto a precisare alcune cose, soprattutto rispetto alle etichette affibbiate agli Azulones: «Nei primi anni abbiamo ricevuto tante critiche, ma chi dice che siamo solo capaci a difendere capisce poco di calcio. La realtà è un’altra: che il Getafe è una realtà importante del calcio spagnolo. Poi ognuno ha i suoi gusti, ma ci sono diversi modi per attrarre le persone e arrivare a fare risultato». Mettiamola così: se Bordalás allenasse in Italia, nella faida infinita tra “giochisti” e “risultatisti” la sua squadra finirebbe sicuramente in quest’ultima categoria. Poco male, soprattutto perché i castigliani si stanno ugualmente ritagliando un ruolo importantissimo all’interno della Liga: a oggi, Jaime Mata e compagni sono la quarta difesa del campionato e, delle dodici vittorie messe insieme, ben otto sono finite senza che l’avversario riuscisse a battere David Soria. Tra le vittime illustri, oltre al Valencia, figurano anche Real Sociedad e Athletic Bilbao, due dirette concorrenti per i posti europei, ma ciò che spicca maggiormente – proprio per i motivi di cui sopra – è come la fase realizzativa sia nettamente migliorata rispetto alle passate stagioni.

Il motivo di tale impennata lo ha spiegato lo stesso Bordalás: «Ci sono varie strade per vincere, non per forza bisogna fare possesso palla forsennato. Basta avere idee chiare e gli strumenti per metterle in pratica. Per questo preferisco Klopp a Guardiola: il Liverpool non ha bisogno di venti passaggi per arrivare in porta, lo fa recuperando palla rapidamente e toccandola poche volte». Secondo l’allenatore degli Azulones, per esempio, si può supplire alla mancanza di qualità puntando forte sulle doti atletiche: il Getafe, dati alla mano, è una delle squadre che percorre più chilometri di media complessivi a partita, il che lo rende molto pericoloso nei secondi tempi, quando l’avversario crolla fisicamente. Contro il Valencia la prima rete è arrivata al 58esimo e le altre due negli ultimi venti minuti, mentre col Betis la squadra ha trovato l’acuto decisivo proprio allo scadere. In totale, sono 19 su 35 i gol segnati nei secondi tempi, molti dei quali figli delle letture a partita in corso dell'allenatore.

Prima di allenare il Getafe, Bordalás ha guidato, tra le altre, Alcoyano, Elche, Alcorcón e Alaves (José Jordan/AFP/Getty Images)

Le capacità di gestione del gruppo hanno permesso a Bordalás di poter lavorare su una base di più potenziali titolari e, già dall’anno scorso, nel suo 4-4-2 molto scolastico e ben organizzato hanno ruotato praticamente tutti gli uomini che aveva a disposizione. L’attacco è il reparto più coinvolto: lì davanti i due titolari sarebbero Jaime Mata e Jorge Molina, ma nella prima parte di stagione l’apporto di Ángel Rodriguez è stato decisivo. Il classe 1987 ha già raggiunto quota nove gol in campionato distribuiti su venti presenze – delle quali ben 16 sono state da subentrato. Di fatto, l’ex Saragozza è il miglior dodicesimo uomo della Liga. In più, a gennaio è arrivato il brasiliano Deyverson, punta di scorta che servirà ad allungare le rotazioni in vista del rush finale.

La cura dei rapporti interpersonali è alla base dei successi del Getafe: «Arrivo da una famiglia numerosa, mio padre ha educato dieci figli. Mi rivedo molto in lui: voleva farci capire quali fossero le nostre responsabilità, mi ha trasmesso la cultura del lavoro come mezzo per raggiungere obiettivi importanti». Gli stessi toccati dal Getafe, che oltre a puntare apertamente a una Champions League sfuggita per un solo punto lo scorso anno,  affronterà l’Ajax nella doppia sfida valida per i sedicesimi di finale di Europa League. Di fronte, due filosofie totalmente differenti, con gli Azulones che proveranno a ripercorrere le orme del famoso “EuroGeta” del 2008, fermatosi ai quarti di finale di Europa League contro la corazzata Bayern Monaco. La matricola madrilena non è però solo cuore, grinta e lotta, ma ha dalla sua una proposta di gioco ben delineata, improntata principalmente sulle connessioni esterne tra giocatori che Bordalás ha saputo plasmare secondo la sua visione del calcio. L’ultimo arrivato è Marc Cucurella, ultima stagione all’Eibar ma di proprietà del Barcellona: il talento cresciuto nella Masia ha affinato ulteriormente le proprie qualità offensive, diventando un esterno in grado di ricoprire ogni ruolo sull’out mancino. E che dire del camerunense Nyom, trasformato il laterale di centrocampo dopo i problemi palesati nel ruolo di terzino? Altro successo di Bordalás, che anche durante i match è sempre molto comunicativo con i suoi ragazzi.

Con 13 gol in 28 partite tra campionato, Europa League e Copa del Rey, Ángel Rodríguez è il miglior marcatore stagionale del Getafe (Aitor Alcalde/Getty Images)

Al Getafe, d’altronde, la parola d’ordine è valorizzare. È accaduto con quasi tutti, dalla coppia offensiva composta da Mata e Molina – il primo è arrivato a parametro zero, mentre il secondo aveva addirittura pensato di appendere gli scarpini al chiodo – fino all’arcigno duo di mediani formato dall’uruguayano Mauro Arambarri e dal serbo Nemanja Maksimovic, entrambi nel giro delle rispettive nazionali e, soprattutto, nel mirino di molti top club. La vera plusvalenza però verrà fatta su Djené Dakonam, centrale difensivo togolese che Bordalás ha trasformato da diamante grezzo in autentica pepita d’oro. In estate la dirigenza ha respinto un’offerta da oltre 20 milioni di euro arrivata dall’Atletico Madrid, forse convinta dal fatto che il giocatore si sarebbe potuto ulteriormente valorizzare. A 28 anni però Djené sembrerebbe pronto per spiccare il salto definitivo, che arriverà a giugno. E che, soprattutto, porterà nelle casse soldi vitali da reinvestire in strutture e collaboratori.

Oltre ad aver ottenuto ottimi risultati, la società in questi anni ha messo mano anche al centro sportivo, rimodernandolo e costruendoci intorno altri campi, in modo tale da farci allenare tutto il settore giovanile. Una vera e propria cittadella dello sport, piccola ma funzionale, che oggi accoglie ragazzi di tutte le età. Bordalás assiste spesso alle partite delle selezioni giovanili e talvolta si intrattiene a parlare con i vari allenatori e i ragazzi. La comunicazione al centro di tutto, quindi, per ottenere il massimo: «Parto dal presupposto che un allenatore debba avere la fiducia del gruppo che allena. Per arrivarci devi essere onesto, ma anche trovare il modo per rendere migliore ogni singolo calciatore che ti ritrovi a gestire. Devi far capire loro che sai cosa stai facendo» ha detto Pepe a Marca, in un’intervista durante la quale ha affrontato anche argomenti più delicati, come per esempio quelli sugli obiettivi personali. Ma del futuro si parlerà più avanti: nel prossimo turno il Getafe è atteso dalla trasferta del Camp Nou, dove gli Azulones partono sfavoriti, ma non certo battuti. Per fare punti servirà ancora una volta superare sé stessi, in quello che ha tutti i crismi per diventare l’ennesimo esame di maturità. Ma la paura è un sentimento che dalle parti del Coliseum Alfonso Pérez non trova terreno fertile. Tutti insieme, ancora una volta, si proverà a fare la storia, perché questo Getafe, oggi più che mai, vuole veramente provare a ribaltare la Liga.

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