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Le canzoni stanno cambiando il rapporto tra sport, marketing ed emozioni

La musica nel calcio ha un nuovo potere, grazie a un utilizzo più mirato e professionele.

La musica è sempre stata una presenza importante nel calcio, ma qualcosa ultimamente sta cambiando, e non per forza in meglio. Da bambino, la cosa che preferivo nell’andare a Highbury con mio padre non era la partita: era la banda della polizia che suonava prima del fischio d’inizio, e marciava su e giù per il campo alla fine del primo tempo. A un certo punto la banda è stata rimpiazzata dalla musica pop, e non era niente male. Certo, i ruggiti della folla sono sempre stati meglio. Soltanto negli anni Novanta, quando mi è capitato di guardare per la prima volta la Bundesliga in televisione e mi sono accorto che in Germania partivano “canzoni dedicate ai gol”, ho iniziato a preoccuparmi. Il volume, da allora, non ha mai smesso di alzarsi.

In ogni nazione e a ogni livello, la musica sempre di più si sta introducendo, cambiandole, in alcune tra le più antiche, discrete, peculiari atmosfere del calcio. La musica a volumi assordanti è la versione calcistica dei fast food, fornisce una scarica di zuccheri a base di rumore, ma appiattisce il livello dell’esperienza. Ancora oggi trovo bizzarra l’abitudine tedesca del Torhymne, anche se ogni club ne ha uno diverso. Il Bayern Monaco sembra aver ritirato “Seven Nation Army”, che continuo a considerare fondamentalmente italiana, ma la nuova canzone scelta, il “Can Can” di Offenbach, impone una sorta di gioia forzata a ogni gol. Per contrasto, si guardi all’inno punk del Fortuna Düsseldorf, “Strom”, intenso e divertente. E naturalmente la scelta di “Song 2” dei Blur del St. Pauli funziona sempre. Woo-hoo.

In Inghilterra la musica è particolarmente forte e intrusiva a Wembley, lo stadio nazionale, ma è il West Ham il criminale numero uno. Il loro vecchio stadio, Upton Park, vibrava letteralmente per la passione dei tifosi, ma la musica al London Stadium (ex Olympic Stadium) non lascia spazio a sentimenti indipendenti. Sparare “I’m Forever Blowing Bubbles” a tutto volume dagli altoparlanti, coprendo le voci degli spalti, riesce a rovinare l’inno tradizionale della squadra, adottato negli anni Venti.

Il problema con la musica nel calcio cambia leggermente quando ci si sposta sullo schermo, che, come televisione, computer o telefono, è il modo in cui la maggior parte delle persone guarda le migliori partite. Per match dal vivo, highlights, o video di Youtube, la musica è ovunque, e i generi e i sapori in cui è declinata sono vari: epica, elegiaca, lirica, o piena di testosterone. L’obiettivo, tuttavia, è sempre essenzialmente manipolativo: accrescere o rafforzare emozioni che, un tempo, nascevano naturalmente. Come i close-up, come il montaggio o lo slow-motion, è parte della grammatica del cinema. Ma è anche lo stesso linguaggio di pubblicità e marketing. Youtube fornisce il miglior esempio: laddove un tempo dominavano i video amatoriali girati dagli spalti, oggi la piattaforma è dominata da esempi puliti, professionali, realizzati dalle federazioni, dai canali tv o dagli stessi club. Lo stile e il concept di tali prodtti derivano direttamente dalla Nba degli anni Ottanta.

Circa 40 anni fa, la National Basketball Association era un manicomio segnato dagli scandali. Il commissioner di allora, David Stern, lo trasformò nel brand che conosciamo oggi, cool ed incredibilmente vendibile, e i video musicali furono uno degli strumenti principali. Il braccio mediatico dell’organizzazione, Nba Entertainment, produceva spot televisivi usando canzoni come “You Are So Beautiful” di Joe Cocker o “I’m So Excited” delle Pointer Sisters per promuovere il campionato e i suoi protagonisti. Nel più famoso tra questi video, un tributo a Michael Jordan, suonava la canzone piuttosto agiografica “I Believe I Can Fly” di R. Kelly. Puro kitsch, e un successo epocale.

Queste produzioni non erano espressioni di un sentimento dei tifosi, ma uno strumento di marketing ben calcolato e molto preciso. E funzionarono, trasformando il basket, modificando le percezioni, vendendo un’immagine, posizionando il merchandising. Ci sono voluti decenni perché il calcio iniziasse a replicare la stessa formula, ma in termini di scala, sofisticatezza, potenza e portata globale, ha ampiamente superato l’originale. Il panorama emotivo dello sport sta cambiando grazie a nuovi media che si basano interamente sulla musica. Quello che oggi proviamo, sempre di più, è ciò che la musica vuole farci sentire.

Dal numero 32 di Undici

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