Com’è cambiato il ruolo del portiere secondo Kasper Schmeichel

Un'intervista a The Athletic: «Ora si attacca con undici giocatori di movimento».
di Redazione Undici 07 Maggio 2020 alle 16:27

Un calciatore che viene intervistato e parla del gioco, della sua visione del gioco: non succede molto spesso, ma quando succede è sempre molto interessante. Nel caso specifico, che riguarda Kasper Schmeichel e la figura del portiere, tutto diventa ancora più significativo perché l’estremo difensore danese del Leicester non è solo un grande esponente del ruolo, ma anche il figlio di Peter, uno dei migliori portieri degli anni Novanta. Insomma, nelle sue parole – racconte da The Athleticci sono tanti ricordi e tante sensazioni, tutte cose vissute in prima persona, e quindi c’è un’analisi storica e contemporanea profondamente vera, perché verificata sul campo. E avvalorata anche da altri confronti piuttosto costruttivo: «Ho avuto una chiacchierata con Peter Shilton», spiega Schmeichel, «e anche lui sostiene che il ruolo del portiere si è evoluto tantissimo negli ultimi anni».

In cosa si manifesta questo cambiamento? Secondo Schmeichel, gli estremi difensori sono entrati a pieno titolo in tutte le fasi di gioco: «Prima si parlava di 4-4-2 oppure di 4-3-3. Oggi, si aggiunge il numero uno: 1-4-4-2, 1-4-3-3. È cambiato il modo di descrivere i moduli tattici perché è evidente come le squadre contemporanee attacchino con undici uomini, non più con dieci. La metamorfosi è inizita quando al portiere è stato impedito di giocare il pallone con i piedi su passaggio volontario all’indietro, molte carriere sono state influenzate da questa modifica regolamentare, e alcuni hanno trovato il modo di cambiare l’interpretazione del ruolo. Neuer, ai Mondiali del 2010, ha mostrato a tutti cosa potevano e dovevano essere i portieri moderni. Tutti i suoi allenatori, prima e dopo la Coppa del Mondo, hanno sfruttato le sue caratteristiche e il suo coraggio. Mi riferisco a Löw ma anche a Guardiola». Secondo Schmeichel l’attuale portiere del Manchester City allenato dal tecnico spagnolo, Éderson, mostra dove è arrivata l’evoluzione del ruolo: «Non ha senso pressarlo: è così bravo a smistare e lanciare la palla che andargli addosso significa creare uno scompenso difensivo nella tua squadra».

Pur avendo caratteristiche diverse, anche Schmeichel ha dovuto adattarsi a questa rivoluzione. Da quando al Leicester è arrivato Rodgers, il portiere danese si sente «più incoraggiato a iniziare la manovra dal basso: vogliamo controllare il possesso fin dalla prima costruzione, dobbiamo farlo, io mi sono accorto che è una strategia che genera molti benefici in attacco, ma anche in difesa. Non tutti l’hanno ancora capito, ma devo dire che a me piace molto». Un altro grande interprete del ruolo secondo gli standard moderni è ter Stegen del Barcellona: secondo Schmeichel, il portiere tedesco è «praticamente un difensore aggiunto quando il Barça costruisce gioco da dietro».

Il portiere non è cambiato solo nel modo di giocare e stare in campo, ma anche nelle relazioni con tutto ciò che lo circonda. Per esempio, con la tecnologia: «Prima c’era solo Youtube per provare a rubare i segreti dei grandi portieri: per anni ho guardato i video di Van der Sar, Casillas, Seaman, Cech, Buffon, con Seaman ho anche potuto allenarmi, sono stato fortunato. Oggi ci sono altre piattaforme da cui attingere video e suggerimenti, poi ci sono telecamere personalizzate, io per esempio indosso una GoPro durante l’allenamento e quindi posso rivedere il mio lavoro da diverse angolazioni. In questo modo, organizzo meglio la mia tabella di miglioramento, insieme con i preparatori».

La tecnologia, però, può incidere anche in senso negativo: «I social media e le tante telecamere in campo hanno cambiato completamente il rapporto con il pubblico. Per i portieri, i problemi si moltiplicano: ogni intervento può essere vivisezionato con un milione di video, gli esperti e non solo gli esperti che ti giudicano sono tanti, io li rispetto ma devono rendersi conto che non è facile stare in campo. Essere un portiere vuol dire esercitare l’arte dell’improvvisazione: far passare un tiro che arriva sul primo palo, per esempio, viene considerato un grave errore, ma ogni azione va giudicata in modo diverso, un tiro molto forte può sorprenderci anche se viene indirizzato sul palo accanto a me. Mi fanno rabbia gli analisti che non hanno mai giocato in porta e dicono che avrei dovuto muovere i piedi in un certo modo, oppure sarei dovuto andare sulla palla con la mano destra anziché con la sinistra. È facile parlare col senno di poi, noi portieri dobbiamo prendere decisioni in pochissimi istanti, ed è sempre una cosa molto difficile. Perciò parlare in maniera molto tecnica, soprattutto quando non possiedi gli strumenti per farlo, è sempre sbagliato. Anche perché il pubblico non comprende quanto certi giudizi possano essere improvvisati, e i social finiscono per esasperare tutto. Un portiere perfetto non esiste, perché la perfezione non è di questo mondo. Però a volte si tratta davvero di fare cattiva informazione».

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