Breve storia della birra nel calcio

Un legame che va oltre le semplici sponsorizzazioni, e che esiste da sempre, praticamente.
di Francesco Caligaris 22 Maggio 2020 alle 01:41

Cosa c’è di meglio di un torneo di calcio per sponsorizzare una birra?, avranno pensato quelli della Heineken nel 1997 quando hanno iniziato a organizzare il Trofeo Birra Moretti. In effetti il triangolare estivo con mini partite da 45 minuti è stato a lungo la perfetta trasposizione calcistica di una bevuta tra amici: fresca, senza impegno e un po’ sognante, come le parole di De Laurentiis nel 2005 quando il suo Napoli, all’epoca ancora in Serie C1, vinse il torneo battendo la Juventus e l’Inter: «Meglio di un film!».

Il calcio e la birra vivono legati da sempre. Come mostra anche la serie Netflix The English Game, già tra il 1870 e il 1880 i risultati delle prime partite arrivavano via telegrafo nei pub. Il Liverpool è stato fondato nel 1892 da John Houlding, proprietario di un birrificio. E c’è un pub (oltre che un cane) anche nel passato del Manchester United: nel 1901, quando la società si chiamava ancora Newton Heath LYR Football Club e aveva la maglietta gialloverde, i calciatori decisero di organizzare una raccolta fondi per aiutare le indebitate casse del club. Il capitano di quella squadra si chiamava Harry Stafford e aveva un San Bernardo di nome Major. Durante una delle giornate destinate alle donazioni, Major si perse e venne ritrovato in un birrificio della città che apparteneva a John Henry Davies. Davies e Stafford strinsero un patto: l’imprenditore avrebbe potuto tenersi il cane (un ottimo regalo di compleanno per sua figlia!), ma sarebbe diventato il nuovo presidente del Newton Heath LYR Football Club, trasformato l’anno successivo in Manchester United.

Anche il Bayern Monaco è nato dopo una birra in compagnia consumata il 27 febbraio 1900 nel Café Gisela, un locale del centro della città, e del resto non poteva essere altrimenti per una squadra che ogni anno partecipa con i costumi tradizionali all’Oktoberfest. A maggio poi, dalla Germania, arrivano sempre le immagini dei vincitori della Bundesliga che festeggiano versandosi in testa litri e litri di birra. Non nel 2016, però: il Bayern di Pep Guardiola conquistò il campionato battendo 2-1 in trasferta l’Ingolstadt e la cerimonia fu a base d’acqua per motivi di sponsor (i bavaresi e i padroni di casa avevano due marche di birra concorrenti).

Parlando sempre di sponsor è indimenticabile la maglietta del Newcastle degli anni Novanta con il logo della Newcastle Brown Ale. L’Heineken è storica partner della Champions League, mentre i giocatori del Liverpool hanno portato per oltre vent’anni la scritta Carlsberg sulle proprie magliette. Nel 2014 l’Estrella Galicia realizzò per il CD Lugo una divisa speciale che raffigurava un boccale di birra, e la notizia finì anche sul Washington Post.

Chissà se in futuro il Sassuolo inizierà una collaborazione con la Birra Pagnotta di Altamura, visto che il produttore è l’attaccante Ciccio Caputo, pugliese da quest’anno in Emilia e già autore di 13 gol in stagione prima del lockdown. Il rapporto birra-calciatori è ricco di storie: Maccarone e Kennedy Bakırcıoğlu, ex centrocampista svedese, hanno festeggiato un gol rinfrescandosi la gola con un sorsetto (e Bakırcıoğlu neanche voleva farlo: un tifoso lanciò in campo il suo bicchiere e lui fu abilissimo a prenderlo al volo). Ronaldo invece ha recentemente svelato: «Quando ero un giocatore dovevo nascondere la birra perché non scoprissero che bevevo. Allora la mettevo dentro le lattine di Guaraná per camuffarla».

C’entra la birra anche nell’invenzione del cucchiaio, il celebre Panenka, dal cognome del cecoslovacco che per primo nella storia del calcio pensò di poter realizzare un rigore aspettando il movimento del portiere per poi colpire la palla con un morbido tocco sotto. Antonín Panenka mostrò al pubblico il suo lampo di genio durante la finale degli Europei del 1976 contro la Germania Ovest, ma l’idea gli venne in allenamento, quando sfidava dal dischetto il portiere Zdeněk Hruška: «Scommettevamo soldi, birre e cioccolato. Hruška era bravo e io spesso perdevo, quindi dovevo trovare un modo per fargli gol. Pensai di tirare lentamente al centro della porta, perché così il portiere non sarebbe riuscito a fermare il tuffo. Funzionava. Il problema è che ho cominciato a ingrassare: tutte quelle birre e quel cioccolato dovevano pur finire da qualche parte!». Lo sanno bene quei tifosi per cui la birra è da sempre fedele compagna nel guardare le partite, sia da casa (proprio nel 1976 Fantozzi si preparava a Inghilterra-Italia con una familiare di Peroni gelata) che allo stadio (in attesa di poterci tornare, ovviamente).

Rimane infine irrisolto l’eterno dibattito: la birra fa bene o male agli sportivi? Qualche anno fa circolò un video di Diego Costa che beveva una bottiglia negli spogliatoi del Chelsea dopo una partita e Antonio Conte spiegò: «Fa bene alla reidratazione. Si può bere una Coca-Cola o una birra, una e non di più, subito dopo la partita». Dopo è proprio la parola chiave. Probabilmente se nel 1986 Conte avesse allenato il Northwich Victoria non sarebbe mai andato nel pub vicino allo stadio a raccogliere tre tifosi, di cui uno con già in corpo due pinte di birra e una pork pie, per sfidare undici contro undici il Maidstone: piuttosto avrebbe giocato in otto.

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