Gli uomini che hanno costruito il dna europeo del Milan

Intervista ad Alessandro Costacurta, estratto del libro La Storia del Milan in 50 ritratti, di Paolo Condò e Giuseppe Pastore.
di Paolo Condò 25 Settembre 2020 alle 11:09

Il 24 settembre 2020 escono in tutte le librerie – fisiche e online – i tre libri della nuova collezione “Il Grande Calcio”, curata da Paolo Condò, firma di Repubblica e di Undici, volto di Sky Sport, ed edita da Centauria. Le opere sono dedicate ai tre club italiani più importanti e seguiti, Juventus, Milan e Inter, e raccontano la storia di queste squadre attraverso i ritratti di 50 personaggi, giocatori, allenatori o dirigenti che sono rimasti nella memoria dei tifosi – anche in quella degli avversari e di tutti gli appassionati di calcio, in verità. Ogni libro è scritto insieme a un altro giornalista (Marco Bucciantini per quello sulla Juve, Giuseppe Pastore per il Milan e Fabrizio Biasin per l’Inter), è arricchito da un saggio introduttivo sul passato della squadra e da un’intervista esclusiva realizzata da Paolo Condò con Claudio Marchisio (Juventus), Alessandro Costacurta (Milan) e Esteban Cambiasso (Inter).

Pubblichiamo oggi un estratto dell’intervista a Costacurta, tratta ovviamente dal libro La Storia del Milan in 50 ritratti: l’ex difensore centrale dei rossoneri e della Nazionale ripercorre praticamente tutta la sua lunghissima avventura al Milan, snocciolando nomi e aneddoti suoi suoi compagni, sul processo di costruzione (e ricostruzione) del gruppo storico che ha portato il Milan in cima all’Europa e al mondo tra gli anni Novanta e gli anni Duemila. Da Baresi e Filippo Galli fino a Pirlo, Nesta, Ambrosini: è con loro, grazie a loro, che il Milan ha scoperto e alimentato la sua vocazione internazionale.

Cominciamo. Nella voce di Alessandro «Billy» Costacurta, che è sempre venata di ironia, stavolta si distingue anche una nota solenne. «In principio ci sono tre figure: Franco Baresi, Filippo Galli e Roberto Donadoni. I primi due sono cresciuti a Milanello, il terzo ci è arrivato molto giovane. Per noi ragazzi sono gli esempi: i primi ad arrivare al centro sportivo, quelli che si mettono in testa al gruppo per tirarlo, non sgarrano di un minuto gli orari dei pasti e del riposo notturno. Giovanni Galli sarebbe della loro pasta, però si allena separatamente, è un portiere e lo vediamo meno. Anche Tassotti e Ancelotti sono grandi professionisti, ma hanno un carattere diverso: con loro si scherza, si cazzeggia, ci si diverte. Sono meno perfettini (ride, N.d.A.). Comunque, il famoso zoccolo duro di Sacchi era questo».

Poi arriva Capello e qualcosa cambia.

«Be’, in prima battuta entriamo nel consiglio degli anziani io e Paolo Maldini. Un paio d’anni dopo si aggiunge Albertini, e devo ammettere che un po’ gliela facciamo sudare, perché quando Ancelotti si ritira, oltre a lasciargli il posto in squadra, libera pure un posto al tavolo in fondo al pullman. Demetrio vorrebbe occuparlo subito, ma lo facciamo aspettare una stagione.»

Perché?

«È così giovane… Non c’è un motivo preciso, anche perché il comportamento di Albertini è stato esemplare dal primo giorno. Quando lo chiamiamo gli occhi gli brillano.»

Proseguendo lungo la linea suppongo di trovare Gattuso, Ambrosini, Pirlo, Nesta…

«Pirlo e Nesta no. Grandi compagni e grandi campioni, ma erano più riservati, meno assidui a quel tavolo. E poi fumavano. In qualsiasi riunione ci si trovasse, dopo un po’ uno dei due diceva “noi andiamo a fumare” e sparivano.»

Gattuso sì, invece.

Per quanto attiene alla sua generazione, Gattuso ha la precedenza su chiunque. Lo spirito che portava è stato di straordinaria ispirazione per tutti, vecchi e giovani, italiani e stranieri, nuovi o di lungo corso. Rino è stato l’uomo che, con la sua disponibilità al sacrificio, ha reso possibile l’albero di Natale. Un contributo eccezionale, prima con Zaccheroni e poi con Ancelotti.

Chiudiamo con Ambrosini?

Sì, lui è stato l’ultimo della linea dinastica. Ambro ha seguito un percorso molto simile al mio. Quando è arrivato aveva delle qualità, ma anche tante cose da imparare: lui ha messo giù la testa e ha lavorato tantissimo per migliorare. In campo è sempre stato un compagno generoso, uno di quelli che non si chiedono se quel recupero è di loro competenza, ci vanno e basta. È stato l’ultimo al quale un compagno giovane appena arrivato potesse chiedere come funzionava al vecchio Milan.

Si è sempre detto, risultati alla mano, che dei vari club italiani il Milan fosse quello più dotato di Dna europeo, e questo è il tema della nostra chiacchierata. Verità o luogo comune?

Diventa una verità, anzi una grande verità, fra l’Europeo ’88 e il Mondiale ’90. Però succede grazie alle nazionali. Ci arriveremo.

D’accordo, veniamo a lei e al suo rapporto con la Champions: ne ha vinte cinque come Maldini, Cristiano Ronaldo e un pugno di giocatori del Real Madrid anni Cinquanta. Soltanto Gento ne ha portate a casa sei.

Ricordo come se fosse oggi il debutto in coppa dei Campioni. A Sofia, contro il Levski che in quel periodo si chiamava Vitosha. Questioni politiche loro. Era il 1988, non ce ne rendevamo conto ma il regime comunista era ormai agli sgoccioli. L’ambiente era cupo, opprimente, la gente per strada sembrava grigia, e noi addosso avevamo la tensione di dover iniziare contro una squadra sconosciuta. Erano preoccupazioni esagerate perché in campo non ci fu partita, vincemmo 2-0 e avremmo potuto segnarne molti altri.

Paolo Condò • Giuseppe Pastore
La Storia del Milan in 50 ritratti
Centauria
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