Serie A

Tre cose sulla sesta giornata di Serie A

La maturità del Sassuolo, il Milan che scopre le alternative e l'Inter che accusa la mancanza di Lukaku.

L’Inter e la Lukaku-dipendenza

Basterebbe limitarsi a osservare i numeri: 7 gol in 7 partite tra campionato e Champions, trascinatore assoluto di un’Inter che è fin troppo legata alle sue prestazioni. Ma l’influenza di Romelu Lukaku all’interno del contesto nerazzurro inevitabilmente va oltre i numeri, e riguarda il peso specifico lì davanti, la capacità di fare della propria fisicità un vantaggio, pure senza palla, e poi, ovviamente, c’è tutto il know-how di infilarla in rete, quella palla. L’idea che quest’Inter potesse prosperare pure senza il suo centravanti è miseramente decaduta in un pomeriggio contro il Parma, con i nerazzurri bloccati sul 2-2 (con annessa rimonta da 0-2) da una squadra che non aveva mai preso punti in trasferta. Sia chiaro, l’Inter ha giocato una buona prova e meritava con tutta evidenza la vittoria: ma l’assenza di Lukaku ha mostrato in tutta efficacia i limiti realizzativi della squadra oltre il belga, con tante, troppe occasioni non sfruttate per imprecisione o cattivo cinismo. Con l’ex United che salterà la sfida contro il Real Madrid e probabilmente pure quella contro l’Atalanta, in casa Inter il livello di allarme è alto: può una squadra che punta al titolo essere così dipendente da un solo giocatore, seppure il più rappresentativo? Si potrebbe dire che la Juve con Cristiano e il Milan con Ibra rispecchino la stessa situazione, invece nel caso dell’Inter questa dipendenza sembra essere più incisiva, probabilmente perché connaturata con il gioco della squadra.

La panchina, nuova arma del Milan

Il pensiero più diffuso tra i tifosi del Milan, ma anche tra gli spettatori di questa strana, per il momento, Serie A, dopo la vittoria dei rossoneri sull’Udinese, è stato più o meno questo: negli ultimi cinque, sei, sette o anche otto anni una partita del genere il Milan non l’avrebbe vinta. L’Udinese ha giocato una buona gara, chiudendo bene il Milan che, di per sé, ha mostrato diversi inevitabili limiti per una squadra fondata su un’età media di ventitré anni o poco più. Quindi sì, il cinismo di una squadra che “annusa” la vittoria: d’altra parte, si diceva già nelle prima vittorie post-lockdown di maggio e giugno, quello che era scattato nel “nuovo” Milan di Pioli era soprattutto un cambio mentale, una sicurezza nei passaggi e nei movimenti, e una reattività mentale, che era drammaticamente mancata nelle stagioni precedenti. Ma quello che la partita con l’Udinese ha mostrato, al di là del mezzo capolavoro di Ibra viziato da un disastroso De Maio, è la sorprendente lunghezza della panchina rossonera: raramente Pioli ha utilizzato l’arma dei cinque cambi, fino a domenica. Al minuto 57 ha inserito Tonali per Bennacer e Díaz per Saelemaekers, quindici minuti dopo Dalot per Calabria e Rebic per Leão, e alla fine Krunic Per Calhanoglu: quasi tutti cambi non conservativi, e nemmeno disperati: il Milan, in panchina, è un piccolo coltellino svizzero per provare in diversi modi ad aprire le squadre avversarie. Con Díaz ci sta riuscendo bene (e forse sarebbe ora di provarlo più spesso titolare), Tonali si sta adattando sempre di più dopo un inizio stentato, e Rebic ha già mostrato lampi di quello che ha saputo fare nella cavalcata della scorsa stagione. Un altro merito di Maldini, un’arma nuova per la corsa alla Champions.

Il Sassuolo ha raggiunto la sua maturità

La tentazione di ricorrere a paragoni, quando si parla di realtà sorprendenti, è sempre troppo forte: il Sassuolo secondo in classifica, capace di vincere sul difficile campo del Napoli, è stato prontamente ribattezzato la “nuova Atalanta”. Un appellativo che pare invece riduttivo, perché la squadra di De Zerbi ha conquistato il secondo posto con merito, frutto di un processo tecnico autonomo, organizzato, mirato a una crescita coerente: il Sassuolo è una sorpresa per una continuità di risultati che in precedenza non le era mai appartenuta, ma la capacità di stare in campo, mettere a frutto i concetti della settimana e la bravura nel tenere il campo anche contro squadre più attrezzate non le era mai mancata. Piuttosto, la squadra di De Zerbi sembra aver raggiunto una sua maturità, che quindi ha ben poco a che fare con esempi di altre realtà: è una maturità che passa dalla crescita dei suoi giocatori e da una coesione sempre più evidente all’interno del gruppo. Il fatto di aver vinto a Napoli senza i giocatori probabilmente più rappresentativi – Caputo e Berardi – fa capire come il Sassuolo abbia raggiunto il livello successivo, quello di un’autoconsapevolezza che passa dal campo e pure dalla mentalità del gruppo. Stavolta, poi, i neroverdi sono riusciti a mantenere la porta inviolata, segnale che la mentalità offensiva non vuol dire dover per forza subire tanto, ma che può all’occorrenza piegarsi in maniera diversa a seconda delle situazioni di gioco o degli avversari.

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