Napoli, l’amore e l’assenza di Diego Maradona

Perché anche chi non ha vissuto la sua era è sempre stato legato a lui, al suo ricordo, alla sua grandezza.
di Alfonso Fasano 25 Novembre 2020 alle 23:00

Se nasci e cresci a Napoli, non puoi sfuggire alla presenza di Diego Armando Maradona. È una sensazione che si amplifica e diventa più avvolgente nelle famiglie che tifano il Napoli, in quelle che seguono il calcio, ma in realtà Napoli è molto più piccola di quanto pensiamo, di come viene rappresentata, e allora le immagini e i racconti di Maradona sono sempre arrivati ovunque, arrivano ovunque ancora oggi, irrompono con forza dentro la vita di tutti, di quelli che non seguono il calcio e non hanno mai tifato Napoli. E pure di quelli come me, che non hanno vissuto la sua epoca.

Oggi che Maradona non c’è più, realizzo che per me non è cambiato niente, ovviamente parlo dal punto di vista pratico. A pensarci bene, infatti, tutti i miei ricordi di Maradona sono legati alla sua assenza, ai racconti orali, ai video amatoriali – ricordo una cassetta di mio padre con l’etichetta ingiallita e scritta a mano, “Festeggiamenti Sportivi”, in cui c’erano le immagini del mio quartiere di periferia colorato d’azzurro dopo lo scudetto vinto dal Napoli nel 1990 – e a quelli professionali che da piccolo, ma anche da adulto, ho guardato mille volte con i videoregistratori, poi con i lettori dvd, oggi in streaming, e sono sempre uguali, sempre belli e stupefacenti. Nonostante siano passati tanti anni, Napoli è come se fosse rimasta sospesa, ferma a quel tempo, è come se tutte le generazioni successive – tra cui la mia, sono nato nel 1991 – fossero state allevate, anzi avviluppate nell’attesa che tutto potesse compiersi di nuovo, sul campo e fuori.

Certo, mi rendo conto: questo discorso può valere e vale sicuramente per tutte le città di calcio che hanno festeggiato almeno un grande trionfo sportivo e non lo fanno da tanto tempo, che hanno avuto un rapporto di simbiosi con un grande fuoriclasse, con un uomo simbolo di quel successo – penso al legame di Riva con il Cagliari, a quello di Totti con la Roma. Ma lo squilibrio del rapporto tra Napoli, Maradona e il resto del mondo è davvero gigantesco: Maradona è stato enormemente più grande di Napoli e del Napoli, non c’è stato nulla di paragonabile a lui che sia transitato per la mia città, non solo a livello sportivo, ma anche culturale, perché certo, ci sono stati Totò, Eduardo, Massimo Troisi, ma nessuno di questi personaggi era un’icona veramente globale; lo stesso Napoli non è più riuscito a vincere di nuovo uno scudetto, un trofeo europeo. Quindi Maradona non è stato mai sostituito, mai rimpiazzato per davvero, da un altro fuoriclasse alla sua altezza, né tantomeno da una gioia collettiva grande come quelle vissute grazie a lui. Napoli senza Maradona non è mai esistita, anche se lui se n’è andato via da molto tempo. E questa cosa, a Napoli, è viva ancora oggi. Anche chi non ha vissuto la sua era è cresciuto sperando in un suo ritorno, semplicemente per riabbracciarlo, e ora non potrà farlo più.

La realtà, dunque, è che se nasci e cresci a Napoli non puoi sfuggire all’assenza, e all’attesa, di Diego Maradona. Ovvero di una figura che è stata dipinta e rappresentata come «il messia salvifico di cui Napoli sembra avere perennemente bisogno», riprendendo le parole usate dal sociologo Amedeo Zeni e dallo storico Angelo Frungillo in una serie di articoli di analisi sul rapporto tra la squadra e la città. Mi sono accorto di quanto fosse potente tutto questo il 9 giugno del 2005, quando Ciro Ferrara organizzò al San Paolo una gara amichevole per celebrare il suo addio al calcio e invitò il suo amico Maradona. Diego accettò, era la prima volta che tornava a Napoli dal 1991. Io ero allo stadio, ma non ebbi bisogno di entrare per comprendere cosa sarebbe successo: per arrivare a Fuorigrotta presi la metropolitana, la stazione dei Campi Flegrei dista circa un chilometro dagli ingressi del San Paolo, non si vedevano ancora i cancelli eppure si sentiva chiaramente il coro “Diego, Diego” intonato da chi era già sugli spalti. E mancava più di un’ora dall’inizio della partita/festa. Accanto a me, in Curva A, c’erano tre generazioni di tifosi della mia famiglia, i miei amici adolescenti, tantissimi bambini piccoli. Insomma, quell’amore non aveva confini anagrafici. Nel 2020, quindici anni dopo, andrebbe allo stesso modo.

D’ora in poi, Napoli e i napoletani dovranno fare i conti con un vuoto emotivo che non avevano mai sperimentato: la morte di Maradona cancella la possibilità – che col tempo è diventata sempre più remota, infatti Maradona è tornato pochissime altre volte in città – di poter manifestare di nuovo quell’amore, quell’attaccamento viscerale che provano per lui. Un sentimento che, come detto, brucia ancora oggi. Personalmente non credo alle categorizzazioni e alle definizioni assolute, per me non ha molto senso dire che Maradona è stato il più grande calciatore di tutti i tempi, anzi credo che il suo passaggio e le sue vittorie abbiano condizionato troppo la visione del calcio dei tifosi del Napoli, fino a distorcerla in maniera irreversibile.

Ma l’amore di Napoli per Maradona, quello l’ho vissuto anch’io. L’ho visto e sentito anch’io. E lo trovo bellissimo, l’ho sempre trovato bellissimo, perché è sopravvissuto al giocatore, ai suoi trionfi, è diventato un impulso completamente disinteressato, era ed è pura riconoscenza. Ora quest’amore è sopravvissuto anche all’uomo, e questo forse renderà tutto ancora più triste, più ammantato di malinconia, per qualche giorno o forse per sempre. Ma a volte anche la malinconia può essere dolce, se ci pensi. Per esempio quando può ricordare le cose belle, anche quelle che non hai vissuto.

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