Società

Perché ci sono ancora dei pregiudizi razzisti verso i portieri neri?

Mendy, Onana e pochi altri in tutta Europa: alcune teorie discriminatorie, vecchie e insensate, fanno fatica a essere cancellate.

Il razzismo sa essere subdolo e ben nascosto. Non si rivela solo nei modi che purtroppo abbiamo imparato a conoscere, magari partendo dagli spalti degli stadi e arrivando al giocatore-bersaglio di turno. Può essere meno lampante di così. Magari a prima vista non sembra, eppure una profonda discriminazione si è manifestata anche in occasione della gara di Champions League tra Rennes e Chelsea di martedì 24 novembre. In questo caso, il razzismo non è stato esercitato, piuttosto è successo qualcosa che lo ha fatto percepire: la sfida tra la squadra bretone e quella Blues è stata la seconda dell'edizione 2020/21 in cui entrambe le squadre hanno schierato un portiere nero – Edouard Mendy ha difeso la porta del Chelsea, Alfred Gomis quella del Rennes. La prima – e unica, fino a quel momento – era stata la partita d’andata tra Chelsea e Rennes, giocata a Stamford Bridge.

Il punto è che un'altra coincidenza simile potrebbe non verificarsi per un po’: i portieri di colore ai massimi livelli del calcio europeo sono davvero pochi. Lo dicono i numeri. In Premier League, dove gioca Mendy, gli attaccanti neri sono la maggioranza (il 57%); i portieri, invece, sono appena sei, cioè meno di un decimo del totale. Nella Ligue 1 francese, dove gioca Gomis i giocatori neri sono molti di più, quasi la metà dell'intero campione, ma anche qui i portieri non arrivano a un quarto del lotto. In Italia e Spagna i numeri sono ancora più netti: in Serie A e in Liga non ci sono estremi difensori di colore. Certo, va fatta una premessa importante: per Mendy, portiere senegalese con passaporto francese, potrebbe essere stato più facile ottenere quella chance in Europa rispetto a tanti connazionali o ad altri portieri sudamericani, proprio perché le restrizioni delle federazioni nazionali sull’acquisto di extracomunitari possono scoraggiare l’acquisto di un giocatore medio, o comunque non ancora conosciuto. Ma i portieri – più in generale, i giocatori – neri non sono solo extracomunitari, e quindi il problema si pone ugualmente.

André Onana, estremo difensore camerunese titolare dell'Ajax da quattro anni, ha raccontato di un mancato trasferimento in una squadra italiana durante un’intervista rilasciata a NRC: secondo la versione di Onana, i dirigenti del club in questione gli avrebbero detto che «i tifosi non avrebbero accettato l’acquisto di un portiere di colore». Prima ancora della reazione emotiva, di pancia, illogica, di un gruppo di tifosi politicamente schierato, è evidente che esistano, e che subentrino, dinamiche discriminatorie ben radicate culturalmente. Ne ha parlato Shaka Hislop, ex portiere di Newcastle, West Ham e Portsmouth, cittadino inglese originario di Trinidad e Tobago, oggi commentatore di Espn: «Se un portiere bianco come Jordan Pickford dell’Everton commette un errore, sarà incolpato lui e lui soltanto. Nessuno dirà che i portieri bianchi non sono bravi. Ai portieri neri, come ad esempio l’ex portiere della Nazionale David James, non viene concesso lo stesso privilegio». Come se il diritto di Pickford di essere valutato individualmente non valesse per gli Hislop e i James, i cui errori diventano un pretesto per generalizzare e minare la credibilità di tutti i portieri che hanno la pelle dello stesso colore.

Lo stesso Mendy sa di avere una grande opportunità, sa di poter cancellare questo stigma, di poter ribaltare uno stereotipo tossico: «Devo mostrare che posso davvero giocare a questo livello, e forse cambiare la mentalità delle persone su queste cose», ha detto lui stesso quando è arrivato al Chelsea. Ma non sarà facile, certi pregiudizi sono difficili da scardinare quando sono radicati nel tessuto culturale di una comunità. Nel luglio del 2006 il quotidiano francese Liberation aveva pubblicato un articolo per celebrare la presenza di Dida fra i pali della porta del Brasile: era dal 1950, infatti, la Seleçao aveva sempre avuto portieri bianchi, da quel Maracanazo che Nelson Rodrigues, uno dei più famosi drammaturghi brasiliani, aveva descritto come la «Hiroshima del suo popolo». Nell’articolo viene spiegato appunto che Moacir Barbosa, il portiere che nella gara decisiva contro l'Uruguay commise un errore decisivo, «divenne il capro espiatorio che contribuì a rivalutare teorie dell’era coloniale secondo cui i neri erano emotivamente più deboli dei bianchi, e che, quindi, non si poteva fare affidamento su un nero per metterlo in porta».

Alcune forme di razzismo diventano in qualche modo endemiche, si diffondono nel tessuto sociale e culturale. E il calcio non fa eccezione, da questo punto di vista. Un studio promosso da RunRepeat e dalla Professional Footballers’ Association (Pfa), il sindacato dei giocatori di Inghilterra e Galles, pubblicato a luglio, ha rivelato che i commentatori televisivi non solo sono molto più propensi a lodare i giocatori bianchi per doti come intelligenza, leadership, versatilità, ma sono anche sostanzialmente più propensi a criticare i giocatori di colore perché da parte loro si manifesti la (presunta) mancanza di queste caratteristiche. Nel campione della ricerca sono stati analizzati 2.073 commenti riguardanti 643 giocatori dei massimi campionati di Italia, Spagna, Inghilterra e Francia. «Si discute della forza fisica dei giocatori neri quattro volte più spesso rispetto ai giocatori bianchi, così come sette volte più spesso si parla della loro velocità rispetto a quanto non si faccia per i giocatori bianchi», si legge nell’analisi. Allora il centrocampista del Chelsea N’Golo Kanté è elogiato per come copre il campo, ma non si parla delle sue letture di gioco; Kylian Mbappé è un fulmine, è imprendibile, ma i dribbling nello stretto in cui sembra pattinare con la palla incollata al piede non li vede nessuno; Pogba ha il fisico per coprire molto campo e giocare in diverse posizioni, e questo conta più della sua tecnica di calcio e del suo schema di passaggi. La premessa di tutto questo – che non può in alcun modo essere esclusa dall’equazione – è che i commentatori aiutano a plasmare la percezione delle partite, dei calciatori, del calcio in generale.

André Onana è il portiere titolare dell'Ajax dal 2016: da allora, ha messo insieme 192 presenze in competizioni ufficiali, con 167 gol incassati. È titolare anche nella Nazionale camerunese, in cui ha esordito nel 2016 e in cui conta 18 presenze, con 15 reti incassate (Dean Mouhtaropoulos/Getty Images)

Gli esempi di Kanté, Mbappé e Pogba escono evidentemente dal perimetro dei portieri, ma in qualche modo fanno parte dello stesso discorso. Un discorso che straripa, finisce anche anche fuori dal campo. Queste stesse dinamiche, infatti, valgono anche per allenatori e/o dirigenti. Aveva sollevato il problema Raheem Sterling, attaccante del Manchester City spesso in prima linea su temi di uguaglianza sociale: «Dobbiamo aumentare la rappresentanza di neri o di altre persone di origine straniera tra gli allenatori e i dirigenti. Ci sono circa 500 giocatori in Premier League, e un terzo di loro sono neri. Eppure non abbiamo qualcuno che ci rappresenti nelle istituzioni, o negli staff tecnici». Oggi in Premier League non ci sono manager neri, solo Nuno Espirito Santo – da tre anni al Wolverhampton – appartiene alla comunità che nel Regno Unito è definita Bame, acronimo di Black, Asian, and Minority Ethnic. Mentre i ruoli dirigenziali di primo piano nella federazione inglese e della Premier League sono appannaggio di soli uomini bianchi. Sterling aveva spiegato questo disparità con un esempio estremamente lineare: «Si tratta di dare alle persone le opportunità che meritano. Basta guardare alle carriere da allenatore di Gerrard, Lampard, Sol Campbell e Ashley Cole: tutti hanno giocato con l’Inghilterra, sono stati giocatori fortissimi e carismatici; tutti hanno seguito i corsi per diventare allenatori ai massimi livelli, eppure i due che non hanno avuto l’occasione per allenare sono di colore». Secondo Sterling, il vero cambiamento nella società inglese – e non solo – avverrà «quando cambieranno certi numeri, certe proporzioni, ed è un discorso che riguarda il calcio ma anche altri settori del business e della vita quotidiana».

Ci sono ancora tanti pregiudizi, tante barriere da superare. Oggi la presenza di Edouard Mendy nell’undici titolare del Chelsea può essere letta come un piccolo auspicio per la trasformazione necessaria. Rory Smith, sul New York Times, ha forse trovato le parole migliori per esprimerlo: «I pregiudizi, espliciti o meno, possono essere smascherati. I comportamenti tossici possono essere fermati o addirittura invertiti. Mendy, Gomis, Onana e gli altri possono aiutare questo processo. La vergogna, ovviamente, è che devono farlo». Se è vero che i confini tra sport e società civile stanno cadendo, o comunque si stanno allentando molto, come dimostrano i fatti accaduti negli stadi e nei palazzetti di tutto il mondo, ad esempio dopo l'omicidio di George Floyd e l'esplosione del movimento di protesta Black Lives Matter, è anche vero che lo sport è spesso la cartina tornasole della società civile, e ne rispecchia dinamiche, idee, cultura. E allora si può dire che gli episodi di razzismo di ogni forma e di ogni tipo, più o meno espliciti, siano ancora troppo frequenti. E che saranno troppo frequenti fin quando ce ne sarà anche solo uno.

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