Serie A

Che film sarebbe il 2020 di Eriksen?

Il centrocampista danese, l'Inter, Antonio Conte: sono i protagonisti di una serie tv, di un disaster movie, di un corto intimista?

Se il primo anno di Christian Eriksen in Italia stesse per diventare un film, il suo regista avrebbe vita facile: non dovrebbe girare nulla, gli basterebbe pescare a piene mani dal fornito repertorio di scene drammatiche che il danese ha già provveduto a interpretare per la gioia dei calciofili italiani. In alcune di esse il nostro inconsapevole attore muta ruolo e look come solo certi navigati trasformisti di Hollywood, mentre in altre non è nemmeno inquadrato. Ma poco importa: è sempre il suo nome a riecheggiare anche quando volutamente non citato, anche quando le parole del suo “arcinemico” Antonio Conte sembrerebbero non riguardarlo.

Il 29 gennaio il tecnico leccese decide di inserirlo subito in un quarto di finale di Coppa Italia contro la Fiorentina, nonostante il danese sia stato presentato appena il giorno prima. L’Inter viene da tre pareggi consecutivi e la sensazione generale è che sia in netta flessione. Questa sarebbe la prima scena del film: Eriksen entra al 66esimo e l’Inter segna al 67esimo il gol della vittoria (2-1) grazie a un tiro da fuori di Barella. Il danese gestisce il pallone, chiede palla, sembra già al centro del gioco. Serve un assist al bacio a Lautaro. Nel post-partita le dichiarazioni di Conte stridono però con quanto visto in campo: l’allenatore ha appena provato un nuovo modulo, il 3-4-1-2, eppure sembra subito rinnegarlo, parla del trequartista come di una “soluzione improvvisata” dovuta alle assenze. Antonio Conte che improvvisa un modulo? Ne riparleremo a breve.

Il 2 febbraio il danese parte titolare fuori casa contro l’Udinese e ciò, oltre a rappresentare il suo esordio in Serie A, segna anche l’inizio del “Caso Eriksen”: viene riproposto un 3-4-1-2 che non sembra più improvvisato (Brozovic è in panchina) e il danese non ingrana. Beppe Bergomi, che diventerà la sua nemesi giornalistica, avanzerà subito dubbi sul suo conto nel post-partita, prevedendo un difficile ambientamento in Serie A. Il 22 giugno la partita di Eriksen a San Siro contro la Sampdoria ha già il sapore di una rivelazione, e sarebbe la scena del film con gli effetti speciali più belli. In teoria il danese non dovrebbe rivelare nulla: ha giocato in tutto cinque partite (nel mezzo il lungo stop causa covid), ma la sensazione è che debba già dimostrare qualcosa, e la stampa lo incalza. Eriksen questa volta non delude: parte dall’inizio e l’Inter batte la Samp 2 a 1. L’assist che serve a Lukaku manda in sollucchero Del Piero nel post-partita («Quella palla lì… Con che naturalezza la dà») e la totalità dei giornali lo elegge migliore in campo. A posteriori giudicheremo la partita come il suo apice in maglia nerazzurra.

Dopo soli sette giorni, il 28 giugno, Conte ripropone il 3-4-1-2 (ma non era improvvisato?) con Eriksen titolare a Parma. La sua prestazione è molle, insufficiente. Viene sostituito al 70esimo e ciò dà il via a un inaspettato, inesorabile declino ancora oggi inarrestato. Succede di tutto, ogni capitolo della caduta potrebbe divenire, di per sé, una serie tv godibile: Il tempo delle Bocciature, nella quale Eriksen interpreta un calciatore mediocre panchinato (tra gli altri) da Borja Valero mentre la sua squadra quasi vince l’Europa League; He doesn’t push, una Amazon Original nella quale José Mourinho interpreta se stesso e spiega al mondo i limiti di Eriksen (dopo aver provato in tutti i modi a farlo restare al Tottenham); Provaci ancora Eriksen!, composta dalle 3/4 prestazioni non convincenti del danese da titolare all’inizio della nuova stagione; e infine Fammi giocare, il grido disperato di un calciatore che dal ritiro della sua nazionale chiede minutaggio al suo allenatore di club (facile immaginare anche la fan fiction Fallo giocare).

Nei suoi dodici mesi in nerazzurro, Eriksen ha accumulato 1449' di gioco in 38 presenze: una media di 38 minuti per partita giocata. Il suo score è di quattro gol e tre assist (Getty Images)

E si potrebbe intendere come una risposta proprio alle richieste di fiducia quella che sarebbe forse la scena madre del film. La ricordiamo tutti a memoria: Antonio Conte, intervistato nel post-partita del derby perso il 17 ottobre, sbeffeggia spudoratamente chi chiede “il trequartista”, alias Eriksen, reo di essere subentrato male. È la rottura definitiva ma allo stesso tempo il plot twist che forse cambierebbe la chiave di lettura del film: non più il difficile ambientamento di un campione straniero in Serie A, ma il complicato transito di un allenatore ortodosso verso un nuovo modulo (a questo punto il sospetto che non fosse improvvisato, ma bensì progettato in accordo con la società, c’è) e una nuova filosofia di gioco. Il primo novembre, contro il Parma, Eriksen è già allo sbando, esce al 59esimo con Conte ancora imbestialito per una sua corsa senza foga verso la bandierina. È la restaurazione, la dedizione che si stufa dell’estro.

Da lì in poi Eriksen non esiste più, se non come nome da inserire in distinta per fare numero. Diventano abituali i suoi ingressi negli ultimi minuti di gara mentre il 28 novembre contro il Sassuolo l’Inter torna al suo abituale 3-5-2 con ottimi risultati. La vittoria per 3-1 contro il Bologna del 5 dicembre è una delle più convincenti dell’anno e Conte ne approfitta per inserire ancora una volta Eriksen negli ultimi minuti del match, secondo molti per umiliarlo. Questa sarebbe la scena di culto che in un film non può mai mancare: quel che resta di Eriksen entra con la testa rasata, una vistosa stempiatura e gli occhi gonfi, sembra una celebrità hollywoodiana in rehab. Sarebbe anche la scena finale del film perché ciò che accade all’Inter da quel momento in poi non lo riguarderà più.

Volendo potremmo trovare un paragone tra l’anno di Eriksen, in veste cinematografica, e Armageddon, il disaster movie campione di incassi del 1998: un asteroide avrebbe dovuto abbattersi sulla Serie A e invece le menti migliori del Paese si sono adoperate per farlo implodere prima dell’atterraggio. Ma più probabilmente l’anno di Eriksen verrà ricordato come un corto intimista, d’autore, di produzione nordica, al termine del quale qualche sparuto cinefilo giurerà di aver capito qualcosa.

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