Gli eroi son tutti giovani e belli, cantava il poeta; nella nostra memoria, rimangono scolpiti sotto forma di volti ardimentosi, gestualità epiche, azioni mirabolanti. Fatichiamo ad accettare di comprendere la loro dimensione umana e tutto quello che ne consegue – debolezze, imperfezioni, e infine caducità – perché sono eroi, appunto; e gli eroi non sbagliano né invecchiano, ma si stagliano splendenti sull’orizzonte della loro gloria, immacolata e imperitura. Non ammettiamo che muoiano, in definitiva: Kobe Bryant per tutti noi non è mai morto, e quando ci siamo ripresi dallo sgomento che ci aveva avvolti tutti un anno fa, quando un incidente in elicottero lo aveva portato via insieme alla figlia Gianna, ci siamo resi conto che ce lo ricordiamo come ce lo siamo sempre ricordati – giovane e bello, con la canotta 24 penzolante mentre prende l’ennesimo tiro in fade away, probabilmente quello decisivo.

Mi sono sorpreso, di recente, nell’utilizzare una sua espressione – probabilmente la più famosa – in un contesto tutt’altro che legato allo sport: mamba mentality. La mentalità vincente e spietata, da Black Mamba appunto, quello che nel tempo è diventato il suo soprannome per rendere vivida la sua selvaggia anima da competizione, l’idea di scendere sul parquet e conquistarlo, costi quel che costi, fino all’ultimo grammo di energia. Ma la sua è una lezione di vita, non un semplice modo di affrontare le partite: di Kobe ci ha appassionato la sua tenacia, quella di chi ha inseguito a lungo la propria strada e poi ha fatto di tutto per arrivare in cima. Ricordo di aver pensato, e scritto, qualche anno fa, a pochi mesi dal suo ritiro: “Il Bryant-pensiero è persino più importante, incisivo e avvolgente del Bryant-giocatore”, ed è tutto qui. Anche chi non ha mai visto giocare Kobe, è perfettamente in grado di fornire un’idea pertinente di Kobe.

Un anno dopo la sua morte arriva in libreria Kobe. La meravigliosa, incredibile e tragica storia del Black Mamba (Piemme, 240 pagine, 16,90 euro) di Simone Marcuzzi: una lettura che ricostruisce meticolosamente la carriera del 24 dei Lakers, con i momenti simbolo della sua storia sportiva – dalle prime difficoltà al confronto diretto con Jordan, dagli anelli alle gare da record – snocciolati uno a uno. Ma il libro di Marcuzzi ha un interesse in più, quello di approfondire il lato umano di Kobe: una personalità complessa e non banale, con le sue inevitabili zone d’ombra – il complicato rapporto con la famiglia, la fatica nell’accordare fiducia a chi gli è intorno, gli alti e bassi con la moglie Vanessa. Marcuzzi, che al racconto del basket si era già accostato con l’emozionante romanzo Ventiquattro secondi, si comporta quasi da esegeta, cercando di interpretare le scelte di vita e le azioni sul parquet di Kobe alla luce del suo caleidoscopio mentale.

E, sorpresa, Kobe è umano: nelle decisioni, negli errori, e pure nel successo, ovviamente. È quanto ci serve sapere, perché ognuno di noi possa sul serio apprezzarlo, forse persino metterlo in discussione, ma alla fine conoscerlo sul serio. Perché Kobe non è stato un marziano venuto sulla Terra a sconfiggere gli avversari: è stato come noi, con un talento innegabile e inarrivabile per chiunque altro o quasi, certo, ma tutto il resto – i sacrifici, l’etica del lavoro, la mamba mentality, appunto – lo ha aggiunto lui. Ed è un messaggio bellissimo: perché è solo alla luce della sua sofferenza, delle sue delusioni e delle sue sconfitte che si coglie realmente la grandezza di Kobe. Degli eroi vogliamo dimenticare il fallimento, eppure è da lì che arriva gran parte del successo futuro.

Tutta la carriera, e la vita, di Kobe sono state dedicate a questo: al superare le difficoltà. Personali e professionali: i quattro air ball in cinque minuti nella sfida dei playoff contro i Jazz, nel 1997; l’accusa di stupro; l’infortunio al tendine d’Achille. Quello che Kobe ha insegnato è che non è mai arrivato il momento di arrendersi. La figuraccia contro i Jazz? Appena tornato a Los Angeles, eccolo allenarsi tutta la notte in palestra a provare tiri in sospensione. Il processo? Anziché farsi inghiottire dalla pressione e magari allontanarsi dai riflettori, Kobe si presentava lo stesso giorno di un’udienza sul parquet e poi ne metteva a segno quarantadue. La rottura del tendine d’Achille? A 35 anni avrebbe potuto farla finita con il basket, e invece eccolo combattere un secondo dopo per tornare in campo il prima possibile. Come avrebbe poi scritto in un messaggio su Facebook: «Ci sono problemi più grandi che un tendine lacerato. Smettila di dispiacerti, ritrova la positività e rimettiti al lavoro con la stessa voglia, la stessa spinta e la stessa convinzione di sempre».

Kobe era questo, ed è tuttora questo, nella sua immortalità: una figura in grado di ispirare. Accettando la sua condizione umana, fin dal primo giorno in Nba, quando disse: «Non so se raggiungerò le stelle o la luna, o qualunque altra cosa. Se cadrò nel tentativo di riuscirci, lo accetterò». È la filosofia di Randle McMurphy/Jack Nicholson in Qualcuno volò sul nido del cuculo: «Almeno ci ho provato», dice agli altri che sogghignano dopo che lo hanno visto cercare di sollevare, invano, il pesante lavabo all’interno dell’istituto psichiatrico. Fallire è umano, ma non è la fine: se pure da quell’istituto McMurphy non uscirà mai, il suo spirito impregnato di vita – le radiocronache di baseball immaginarie, la gita in barca, il festino notturno con tanto di squillo – resterà nella mente e nel cuore dei pazienti, darà un nuovo senso alle loro vite, e ispirerà Bromden che, nel finale, sradicherà il lavabo per sfondare la finestra e correre verso la libertà.